Zimbabwe, l’unico Stato africano in perdita che non ottiene sconti dall’Europa

Non basta nemmeno l’aver dichiarato lo stato di calamità naturale, circa un mese fa, allo Zimbabwe per ottenere una sospensione delle sanzioni economiche: l’Unione europea, il 15 febbraio, ha infatti prorogato fino al 2017 le misure contro lo Stato africano con una decisione del Consiglio. È dal 2002 che queste si ripetono, venendo sottoposte al riesame annuale.map_of_zimbabwe

I rapporti tesi tra l’ex colonia britannica e l’Occidente sono ben più datati della crisi climatica che sta attanagliando il primo, a causa della persistente siccità che sta privando di cibo e acqua oltre 3 milioni di persone, secondo i dati del governo locale riportati da International Business Times: già la sua indipendenza nel 1965 ha provocato malumori a Londra e non solo, tanto che solo nel ’80 le Nazioni Unite l’hanno riconosciuta ufficialmente.

E pensare che a staccarsi dalla “madre patria” erano stati (anche) i coloni bianchi, supportati da una grossa fetta di africani nazionalisti, tanto che una volta indipendente il Paese visse in regime di apartheid. Ad opporsi alla politica del Fronte Rhodesiano, il partito dei bianchi, c’erano i movimenti neri ZANU e ZAPU, a loro volta contrapposti perché il primo era di etnia shona e finanziato da Mosca, mentre l’altro era ndebele e favorito dal governo per un dialogo.

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Il Presidente Mugabe (foto Politics)

Si arriva così alle prime elezioni a suffragio universale nel Paese, dove vinse ZANU e il suo leader Robert Mugabe divenne Capo del Governo: sarà solo l’inizio della vera e propria dinastia di questo personaggio, oggi ultranovantenne e ancora al comando dello Zimbabwe, ma come Presidente.

Perché le elezioni, gli anni successivi, l’hanno sempre visto trionfatore, per la disperazione dei suoi oppositori ndebele e bianchi, che si sono visti isolare politicamente sempre più nei decenni. Nel 2008, però, il leader del maggiore partito d’opposizione Movement for the Democratic Change (MDC), Morgan Tsvangirai, è diventato Primo Ministro.

Spiegare le tensioni tra Europa e Zimbabwe per questi passati storici non è comunque sufficiente. Ciò che ha fatto scattare la scintilla, infatti, è stata la riforma agraria del 2000, che ha espropriato molti proprietari terrieri di origine anglosassone: una decisione che non ha fatto per nulla piacere al Regno Unito, tanto che nel 2002 il Paese è stato allontanato dal Commonwealth.

E non sono tardate nemmeno le reazioni europee lo stesso anno, quando l’allora Comunità europea diede inizio alle sanzioni economiche, esprimendo «profonde preoccupazioni quanto alla situazione nello Zimbabwe, in particolare relativamente alle gravi violazioni dei diritti umani da parte del governo del Paese» si legge, nel comunicato stampa del Consiglio relativo alla proroga della decisione, ossia l’ambigua formula che serve a legittimare provvedimenti di questo tipo.

Se vogliamo parlare di diritti umani, c’è da rimanere pietrificati nel leggere nel rapporto all’ONU delle Associazioni Femminili dello Zimbabwe che la diffusione dell’AIDS, attraverso lo stupro, è un’arma biologica sfruttata da Mugabe contro le etnie rivali. E le occasioni in cui l’esercito locale è stato chiamato alle armi sono state fin troppe, fin dalla così detta “grande guerra africana”, ossia la guerra che ha martoriato il Congo dal ’98 al 2003 e che ha visto partecipare 8 nazioni del continente: Harare era schierata a fianco degli Hutu ed esercito nazionale.

Caduta l’URSS, a finanziare il regime di Mugabe oggi è la Cina, onnipresente nel continente e che ha puntato nel Paese molto probabilmente per la sua vecchia fama di “granaio dell’Africa”, ma anche per il settore minerario (ricchissimo di materiali preziosi) e finanziario: basti pensare che ormai la moneta locale non è più utilizzabile in quanto svalutatissima e al suo posto ci sono dollari americani, yuan e rand sudafricano.

Nonostante l’aiuto di Pechino, quindi, il PIL dello Zimbabwe è in deficit, unicum nel continente africano: ciò è una conseguenza dell’intervento militare in Congo, dell’applicazione delle sanzioni economiche internazionali e della pessima gestione del settore agricolo dopo la riforma agraria che, unita alla recente siccità, ha comportato la totale dipendenza dalle importanzioni, mentre una volta era questo Paese a esportare. Questo, molto probabilmente, comporterà l’adozione in un prossimo futuro di coltivazioni appositamente per i mercati esteri: un’ipotesi più che lecita se la Cina dovesse stancarsi di finanziare un’economia al collasso.

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Allevatori dello Zimbabwe (foto BBC)

Dulcis in fundo, c’è la questione dei profughi che alimenta le tensioni con i Paesi limitrofi, soprattutto con il Botswana e Sudafrica, il quale rimane comunque uno dei partner più affidabili e l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale per trattare con Mugabe: per evitare l’arrivo di ondate di gente in fuga dalla miseria è stato creato un lungo muro elettrificato con il Botswana.

Il braccio di ferro che si sta consumando tra lo Zimbabwe e il resto del Mondo è una partita che vale molto: la centralità di questo Stato, nella zona meridionale del continente, lo rende strategico per controllare gli altri attori politici della zona e anche il traffico di esseri umani, molto diffuso e poco contrastato dalle autorità locali secondo la CIA, oltre ad essere un Paese rivelatosi snodo principale per il commercio di cannabis, eroina e metamfetamine dal Sudest asiatico per il Sudafrica.

Per ora, però, la parte del leone la sta facendo la Cina, che tiene le redini di una nazione vicina al collasso, mentre l’Unione europea segue la strada segnata dalla Gran Bretagna, oltretutto in periodo di trattative così fitto tra Londra e Bruxelles come sono stati i giorni scorsi. In più, non è difficile vedere la simpatia dell’Europa verso la forza politica che controlla il Parlamento, ossia il MDC, ben più propenso al dialogo con l’Occidente e opposta al governo: mentre il Consiglio confermava le sanzioni, l’Associazione degli Europarlamentari con l’Africa (AWEPA) ha rinnovato il protocollo d’intesa con l’organo legislativo. In pratica, un programma di partenariato strategico, finanziato dal Ministero olandese degli Affari esteri in collaborazione con AWEPA e l’Istituto nazionale per la democrazia multipartitica (NIMD) nello Zimbabwe.

Il clima, molto probabilmente, c’entra ma non è l’unica causa della crisi del Paese: bisogna solo aspettare per capire se quest’area sarà la prossima meta di attacchi terroristici, reazione matematica alla pressione della miseria quotidiana, o se le potenze mondiali sapranno intervenire prima del disastro. Perché se esplode lo Zimbabwe, il focolaio impiegherà poco a salire verso l’entroterra africano.

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