Kesha vs. Dr Luke: una storia triste

Cari lettori e lettrici, come forse molti di voi già sanno, in questi giorni sta impazzando sul web il caso della cantante pop Kesha (tra le sue hit Tik Tok, risalente al 2009), che ha denunciato il suo produttore Dr Luke per abusi sessuali, ricatti e violenza psicologica.

Kesha è legata a Dr Luke e alla Sony da un contratto di produzione dal quale, fra le varie richieste portate avanti in tribunale, avrebbe fatto domanda di poter rescindere. Il giudice della Corte Suprema di New York, Shirley Kornreich, avrebbe negato l’avanzamento di un’ingiunzione preliminare da parte dei legali di Kesha, affermando di non poter riconoscere la richiesta della cantante a causa di insufficienza di prove.

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L’evidenza medica degli abusi sessuali, difatti, non sussiste; dal momento che lo scenario descritto da Kesha si sarebbe perpetrato sin dall’inizio della sua carriera, nel 2005, potrebbe essere ipotizzabile che la cantante non abbia chiesto aiuto perché psicologicamente dipendente dal suo presunto assalitore. Secondo quanto affermato dall’artista, Dr Luke avrebbe ripetutamente abusato di lei, le avrebbe somministrato diverse droghe in più occasioni, l’avrebbe costantemente manipolata al fine di piegarla al suo volere.

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Il produttore Dr Luke

La risposta di Dr Luke alle accuse, invece, pervenuta su Twitter solo a istanza conclusa, imputerebbe l’azione legale alla nascita di “divergenze creative” tra i due e sarebbe, secondo lui, un modo per ottenere una “negoziazione contrattuale“.
La sentenza ha suscitato un grande scalpore nel mondo della musica pop (e non solo), tanto da garantire a Kesha il supporto di altre grandi star (Lady Gaga, Demi Lovato, Lorde, Kelly Clarkson e tante altre ancora) che, oltre al sostegno concreto (come la donazione di 250.000 dollari da parte di Taylor Swift), la sostengono sui social anche grazie alla creazione dell’hashtag #FreeKesha.

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Ciò che è certo in questa storia è che, comunque stiano le cose, si tratta di una vicenda decisamente triste, che getta un’ombra in più sul panorama musicale internazionale, ancora una volta colpevole di dare troppa importanza alle cifre e poca agli artisti. La vera ciliegina sulla torta, difatti, è una delle affermazioni del giudice Kornreich a supporto della sua sentenza: Il mio istinto è di fare ciò che è razionale dal punto di vista commerciale”.

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