The Strokes – Is this it (il primo amore di una teenager)

Sarà che sto arrivando ai trenta (e la cosa mi eccita), sarà che ieri sera ero ubriaca fradicia e stamattina sono in hangover come mai in vita mia, sarà che mi sono sentita catapultata a quasi cinque anni fa, ma ho in testa questo disco da quando ho iniziato a prepararmi per uscire. The Strokes. Is this it. Anno 2000.strokes1

Gran bel periodo per New York City: insieme a questo quintetto di finti scapestrati anche gli Interpol giravano un sacco nei locali e stava per esplodere una nuova ondata di gruppacci ignoranti e rock ‘n’ roll (ricordate i Jet? Quelli di Are you gonna be my girl?).

Ebbene, come tutte le storie rock ‘n’ roll che si rispettano, anche quella che mi lega a questo gruppo senza arte né parte riguarda una sorella più grande, un vinile, un giradischi e tanto, tanto rhum. Non li ho scoperti subito appena usciti, ci ho messo del tempo e i ventanni passati che avevo quando li ho ascoltati hanno fatto il resto. Mi ero appena trasferita da Roma a Milano, università nuova, città nuova, ambiente nuovo e una vita da ricostruire. Avevo appena conosciuto questo ragazzotto che mi aveva fatto letteralmente perdere la testa fin dal primo secondo che l’avevo adocchiato sui navigli, insieme ad amici: occhiali, taccuino, sguardo malinconico e bicchiere di vino in mano. Abbiamo iniziato a uscire e conoscerci e ci siamo piaciuti subito. Ecco, con gli Strokes è andata proprio così.

Non pensate di avere in mano un disco rivoluzionario: sono un gruppo di figli di papà, anche un po’ scemi e modaioli (il cantante, Julian, è il tipico belloccio scapestrato che tanto fà impazzire le signorine di una certa età: non bellissimo ma mezzo matto e con i vestiti alla moda; inoltre, papà Casablancas è il proprietario della più grande agenzia di modelle di NYC). Tuttavia sono perfetti per una serata brava o di festa.

the-strokes

Niente d’impressionante: echi di Stooges, rock ‘n’ roll che puzza di whiskey e sbronze ma anche di innocenti e un po’ ingenui sentimentalismi. Se pensate che rimorchiare una ragazza senza frasi grosse da intellettuale, ma con un po’ di charme (minimo, eh), sia per voi, allora fatevi rimorchiare da questo disco che scorre diretto e veloce senza che nemmeno ve ne accorgete. In effetti è proprio questo il difetto più grande: rispetto ai loro cugini britannici (e anche un po’ più rozzi) Libertines, gli Strokes non hanno riferimenti letterari ai poeti maledetti o grandi temi post romantici: semplici, diretti, ingenui ma assolutamente divertenti e piacevoli.

Niente d’impegnativo, ma incredibilmente affascinante. Piano piano, però, si lasciano scoprire ottimi musicisti e con un gran tiro: Soma, Last night, Someday ti fanno muovere il piedino, ma con stile, proprio come una passeggiata downtown o per le vie dei quartieri alla moda pieni di locali cool con suppellettili all’ultimo grido di cui però non ti frega niente. E allora via di rhum, gin, whiskey e con la mente annebbiata si passa una nottata senza pretese. Sì, sono decisamente alcolici gli Strokes, e questo loro primo disco lo è più dei successivi. Sono più pretenziosi, più particolari per quanto un gruppo nella media possa essere.

Quindi? Ascoltateveli senza grosse aspettative, senza ansie da prestazione, come se fosse ancora adolescenza, come se fosse un appuntamento con quel ragazzo che vi ha chiesto di uscire mille volte e alla fine avete ceduto: di sicuro saprà rallegrarvi e stupirvi, non sarà l’amore della vostra vita, ma potrebbe essere una bellissima prima cotta. Ve li consiglio, anche perché in radio ultimamente è una depressione costante. Prosit!

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