Oro e miseria nell’Eritrea delle alleanze ambigue

Tra quello “nero”, sempre meno costoso, e quello “blu”, non ancora diventato celebre alla cronaca per guerre in suo nome, l’oro che fa brillare sempre più gli occhi di chi lo cerca è quello “classico”. E le più grandi miniere del minerale più prezioso al mondo, ironia della sorte, si trovano nella fetta di mondo più povera, l’Africa. In un punto in particolare che l’Italia conosce bene: l’Eritrea.

Nostra ex colonia durante il Regno e il fascismo, oggi questo Stato di 5 milioni di abitanti è il quarto estrattore aurifero del continente: una posizione che ha attirato l’attenzione di diverse potenze, anche vista l’ambigua politica estera del suo Presidente Isaias Afwerki, marxista e primo e fin’ora unico leader dall’indipendenza dall’Etiopia dal 1993. Ed è facile capire come mai quest’ultimo abbia cercato di mantenere il controllo sul vicino fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Anche perché la ricchezza mineraria era già nota al governo italiano durante l’occupazione, poi passata agli Inglesi.

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L’apertura delle miniere eritree alle aziende estere è avvenuta nel 1998, con l’accordo tra il governo locale e la multinazionale canadese Nevsun, e nel 2011 ha inaugurato l’impianto di Bisha, producendo nel primo anno di attività 614 milioni di dollari di oro, scriveva l’agenzia di stampa TM News nel Gennaio 2013. E, nello stesso articolo, riportava l’allarme lanciato da Human Rights Watch: “Le aziende minerarie che lavorano in in Eritrea rischiano di essere complici del governo nello sfruttamento diffuso della forza lavoro”.

L'ingresso della miniera di Bisha

L’ingresso della miniera di Bisha

Perché le condizioni di vita, nell’estremo lembo del Corno d’Africa, non appaiono come le più rosee: il 22% di chi arriva sulle coste italiane via mare, infatti, è eritreo (dati UNHCR) e i campi profughi allestiti a ridosso dei confini con Sudan ed Etiopia sono sovraffollati. Il motivo, raccontano coloro che riescono a raggiungere l’Europa, è la terribile repressione del regime verso la popolazione, con la leva obbligatoria, gli arresti arbitrari e un sistema di spionaggio diffuso degno della Stasi. Ma c’è chi la pensa diversamente, come il blogger Daniel Wedi Korbaria che denuncia apertamente la Special Rapporteur dell’ONU, Sheila B. Keetharuth, di non saper distinguere gli Eritrei dagli Etiopi, i quali avrebbero tutto l’interesse di screditare il governo di Afwerki.

Ma torniamo alle miniere: secondo un rapporto del 2012 della rivista Stratfor, specializzata in temi di intelligence e sicurezza e ripreso da Enzo Mangini de “Il Fatto Quotidiano”, l’Eritrea è “al centro di un braccio di ferro tra Tel Aviv e Teheran. (…) Nelle montagne eritree sono stati trovati giacimenti di oro e soprattutto di uranio che interessa moltissimo agli iraniani. Nel 2008 l’Iran mantiene una piccola presenza militare per proteggere, in base ad un accordo con il governo dell’Asmara, la raffineria di Assab e nel 2009 – in cambio del sostegno al programma nucleare iraniano – la Export Development Bank of Iran ha investito nel paese 35 milioni di dollari”.

L’arrivo degli israeliani – continua il giornalista – secondo fonti dell’intelligence italiana, è stato mascherato da investimenti nel settore ittico, in particolare nella costruzione di progetti per l’allevamento intensivo dei gamberetti. La funzione di questa presenza sarebbe innanzi tutto quella di tenere sotto controllo i movimenti degli iraniani, senza però inimicarsi altre relazioni importanti per la politica africana di Israele, come quella con l’Etiopia” che, recentemente, è entrata anche nell’orbita USA con la visita di Obama ad Adis Abeba.

Bisha-Copper-MineLe strategie geopolitiche vanno poi a scontrarsi con quelli che dovrebbero essere i diritti umani, che quando emerge una loro carenza è soltanto per destabilizzare un’area e rovesciare chi n’è a capo: non a caso a operare nel Paese è un’azienda canadese (accusata dall’Onu, peraltro, di violazione dei diritti umani nel 2015) e Ottawa, insieme a Washington, sono alleati dell’Etiopia e hanno sostenuto negli ultimi anni le sanzioni economiche contro Asmara. Che, a sua volta, vanta l’amicizia del già citato Iran, Qatar, Arabia Saudita ed Egitto: quest’ultimi sia per analogie religiose (metà popolazione eritrea è musulmana sunnita) che geografiche, essendo separata dalla penisola arabica da pochi chilometri di Mar Rosso. Un cerchio che si chiude se poi scopri che, secondo i rapporti dell’ONU, per ostacolare l’Etiopia l’Eritra finanzia i terroristi etiopi separatisti.

Ciò che emerge sempre più da questa fitta giungla di accordi più o meno sottobanco è che, a farne le spese, è la ricerca di un equilibrio pacifico: finanziando l’estremismo islamico, infatti, non si fa altro che muovere altri mattoncini che avranno ricadute agghiaccianti in Europa e non solo. Che le miniere eritree diventino l’epicentro di rivolte sociali, peraltro, è improbabile: a finanziare Asmara è soprattutto Pechino, che potrebbe sfruttare il proprio peso nell’economia africana per risolvere i problemi finanziari di casa sua. Se cade lei, l’eco dei mercati occidentali sarà assordante.

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