L’importanza dei Balcani per il Daesh

[Leggi qua l’inchiesta completa]

È di pochi giorni fa la notizia dell’arresto di tre kosovari e un macedone, nell’operazione antiterrorismo effettuata della polizia di Brescia in collaborazione con i colleghi Kosovari. I tre sono stati arrestati in Italia, mentre la mente del gruppo, tale Samet Imishiti, è stato preso in Kosovo. Le indagini della polizia sono iniziate l’anno scorso dopo l’individuazione di un gruppo su Facebook dal titolo “Con o senza di te il Califfato è tornato”. Si presume che il gruppo fosse collegato con le filiere jihadiste attive nella zona balcanica, particolarmente significativi i motivi che hanno indotto la polizia ad indagare sui quattro uomini. Foto postate sui loro profili dove si mostravano con armi da combattimento, stati che inneggiavano alla guerra santa ed esaltavano gli attentati di Parigi e chat nelle quali minacciavano il Papa. Questa è solo la punta dell’iceberg. Il numero delle persone che dai Balcani si sposta in Siria per arruolarsi allo stato islamico è in continuo aumento. I due paesi maggiormente coinvolti sono la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo, ma si registrano componenti jihadiste anche in Macedonia, Montenegro e Albania.

Per capire come il fondamentalismo islamico sia riuscito a penetrare in questa regione bisogna fare qualche passo indietro. Il momento cruciale è stata la guerra civile nella ormai ex-Jugoslavia, durante gli anni novanta. Già nel corso del conflitto molti mujaheddin, provenienti da Afghanistan, Arabia Saudita e Cecenia, raggiunsero la Bosnia per combattere a fianco dei musulmani bosniaci. Dopo la disgregazione della Jugoslavia, alcuni sono ritornati nella loro terra madre, ma molti di loro si sono stanziati in questa regione. Hanno sposato le donne locali, hanno insediato e formato comunità musulmane salafite-wahabite, intolleranti verso il moderato Islam balcanico, considerato troppo corrotto e vicino ai costumi occidentali. Nonostante siano passati vent’anni dalla guerra, l’economia disastrosa, la debolezza delle istituzioni, un livello elevato della corruzione e le tensioni interetniche e interreligiose, hanno indotto uomini e donne di tutte le età a prendere la decisione di arruolarsi al Daesh.

village-bosnia-hosted-isis-fightersLe zone che attualmente ospitano comunità musulmane estremiste in Bosnia-Erzegovina sono i villaggi di Bihac, Teslic, Zepce, Zenicae, Gornja Maoca e la città nord-orientale di Tuzla. Queste non si riconoscono nella comunità islamica Islamiska Zaidenica, vivono adottando uno stile di vita ultra-conservatore. Cercano di stare il più possibile lontani dalla città, non utilizzano né telefoni né televisori, mandano i figli nelle scuole coraniche invece che nelle scuole pubbliche. Sui balconi delle loro case sventolano le bandiere nere dello stato islamico, mogli e figlie vivono completamente coperte dalla testa ai piedi.

Il nome più conosciuto, parlando della Bosnia, è quello di Bilal Bosnic, il predicatore integralista arrestato l’anno scorso proprio nel suo paese d’origine. Secondo l’accusa mandava combattenti in Siria e in Iraq a sostegno del Daesh. La figura di quest’uomo è collegata anche all’Italia, infatti negli anni precedenti l’Imam aveva predicato nel nord Italia, più precisamente a Cremona, a Pordenone e a Bergamo.
Secondo un servizio del Mirror di questa estate, nel villaggio di Osve (situato a 100 chilometri da Sarajevo e invisibile al GPS) i jihadisti avrebbero comprato dei terreni e aperto un campo di addestramento. Questo, come gli altri villaggi, è situato in collina, raggiungibile solo in macchina attraverso stradine tortuose e strette, posto in cui non c’è la possibilità di essere visto.  Ai giornalisti inglesi un abitante della zona ha dichiarato: “L’area potrebbe diventare un covo di terroristi. Sentiamo regolarmente colpi di arma da fuoco esplodere tra gli alberi in successione. Succede ogni settimana. Non so cosa stiano facendo, se fanno pratica di tiro o cosa, ma succede regolarmente. Sentir dire che membri dell’Isis stanno comprando terra qui è molto preoccupante”.

La Bosnia si trova in una posizione ideale per i jihadisti, sia per la facilità che hanno nel raggiungerla, sia per la prossimità geografica con l’Europa. Il paese confina con la Croazia, ultimo membro in ordine cronologico dell’Unione Europea. Inoltre, è il primo esportatore di foreign fighters al mondo: secondo il rapporto pubblicato dall’Altantic Initiative, dal 2012 alla fine del 2014 il numero di bosniaci che avrebbero lasciato il proprio paese sarebbero centonovantadue, di cui venticinque bambini. Sono due le principali categorie generazionali: coloro che hanno intorno ai quarant’anni, i quali dopo aver combattuto la guerra civile si sono riarmati; e i giovani, diciottenni-ventenni che spinti da una quotidianità assai difficile, soprattutto per motivi economici, abbracciano questa scelta inconsapevoli di cosa si troveranno di fronte. La Bosnia ha introdotto il reato alla partecipazione di eventi bellici all’estero, una legge che punisce chi prende parte nei conflitti, chi organizza, trasferisce e addestra i volontari e chi promuove o pubblicizza il reclutamento.

Occupiamoci ora del Kosovo, il giovane paese rischia di diventare il principale serbatoio di foreign fighters per lo stato islamico. È kosovaro il capo della brigata balcanica, tale Lavdrim Muhaxheri, soprannominato “Il macellaio dei Balcani”. Il merito di questo soprannome va soprattutto alle foto e ai video nei quali l’uomo si è fatto immortalare mentre decapita o spara ai “nemici dell’Islam”. Il passato di questo soggetto è abbastanza curioso, egli infatti ha lavorato sia per la base militare americana di Camp Bondsteel, che si trova a pochi chilometri da Kačanik (paesino d’origine di Muhaxheri), sia per la NATO in Afghanistan fino al 2012. Sorge spontanea la domanda di come sia potuto diventare il capo di una brigata del genere sotto gli occhi dei 5000 soldati della NATO, ancora presenti sul territorio.

Esattamente come per la Bosnia, il procedimento di insediamento dell’estremismo islamico è iniziato durante la guerra, per poi svilupparsi una volta concluso il conflitto. All’epoca le condizioni erano ideali per i “nuovi profeti”, un territorio ingovernabile sommerso dalla miseria. Tutto è incominciato dalle ONG provenienti da diversi paesi, come Arabia Saudita, Libano, Libia, Emirati Arabi, Qatar. Le quali inizialmente hanno portato aiuti per le famiglie, poi hanno iniziato a costruire scuole e moschee dando vita al loro lento, ma inesorabile processo di radicalizzazione.

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Il vertiginoso aumento dei giovani che lasciano il paese per andare a combattere in Siria sta preoccupando l’intera popolazione, soprattutto dopo alcuni articoli allarmanti dei principali giornali kosovari. Un ruolo fondamentale lo stanno giocando anche la politica, giudicata distratta dal popolo, e le due principali moschee del paese, quelle di Prishtina e Mitrovica, considerate veri e propri centri di reclutamento. Per ultimo il partito LISBA (in inglese corrisponderebbe a Islamic Moviment to Unit), il primo partito islamico fondamentalista nei Balcani ritenuto un importante strumento di indottrinamento.

Il giro di soldi è considerevole, si parla di 35 milioni di dollari di finanziamenti a favore delle organizzazioni islamiche stanziate nel territorio, sborsati dai paesi prima elencati. Durante la fase iniziale dell’addestramento le persone ricevono tra i 300-400 euro (circa il doppio dello stipendio medio in Kosovo) per poi arrivare a cifre come 20-30 mila euro per coloro che vengono spediti in guerra. Il percorso ideale di un volontario intento ad unirsi ai gruppi integralisti è il seguente. Si parte dal reclutamento da parte di un esponente dell’integralismo locale, successivamente il soggetto viene mandato in Turchia, per poi entrare in Siria. Una volta arrivato in Siria, viene preparato attraverso un’istruzione religiosa adeguata, condita con l’insegnamento della lingua araba e l’uso delle armi. Il parlamento del Kosovo ha approvato una legge che vieta ai propri cittadini di partecipare a conflitti all’estero, una norma che prevede quindici anni di galera per chi la violi. Un tentativo questo, per cercare di impedire, o quantomeno ridurre, questa migrazione.

Se tutto questo si è verificato nell’assoluto silenzio, è grazie anche all’assenteismo ingiustificato dell’Europa e della NATO nei confronti della regione dei Balcani. I due paesi, dopo la fine dei rispettivi conflitti, sono stati lasciati al loro destino. Rendendo ancora più facile il lavaggio del cervello praticato dalle organizzazioni islamiche. Forse è ora che l’Europa e la NATO incomincino ad interessarsi a questo problema, un cancro che si è sviluppato lentamente, ma che rischia di espandersi velocemente. Oggi i foreign fighters combattono in Siria e Iraq, domani potrebbero decidere di tornare per fare lo stesso nei loro paesi di origine, in Europa.

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