Dai massacri degli anni ’90 all’Unione Europea: nuove frontiere per la Serbia

C’era una volta un Paese unito, formato da popoli che vivevano in pace tra loro nonostante si odiassero a morte. A governarlo c’era un uomo passato alla storia come Tito, al secolo Josip Broz, ex partigiano e poi capo supremo del Partito Comunista Jugoslavo. Di conseguenza anche della Jugoslavia.

La Jugoslavia al tempo di Tito

La Jugoslavia al tempo di Tito

Questo nome risulta così lontano oggi, ma la sua disgregazione si completò appena vent’anni fa, quando a Dayton si firmò la fine dell’atroce guerra nei Balcani. Perché dopo la morte di Tito, i Paesi della Federazione decisero praticamente all’unisono di separarsi, riscoprendo quei sentimenti nazionalisti tenuti a freno dal regime: aspettavano solo che la miccia si accendesse.

E la conseguenza di questa frattura fu l’inizio di un conflitto etnico-religioso che si concluse nel sangue il XX secolo, provocando oltre 90mila vittime (secondo le stime del Centro di ricerca e documentazione di Sarajevo) e atrocità che solo la mente umana più deviata potrebbe escogitare. Ma ancora una volta la fede e la nazionalità furono più che sufficienti per permettere a qualcuno di scatenare tutta la violenza immaginabile verso donne e bambini.

Da quelle macerie fisiche e psicologiche oggi sorge una penisola balcanica ancora in fermento: ad esempio per la questione del Kosovo, staterello riconosciuto solo pochi anni fa ma che la Serbia rivendica ancora come suo territorio. Non è un caso se al suo interno vi è ancora la presenza delle Nazioni Unite, anche se durante gli anni ’90 il loro coinvolgimento non fermò la ferocia di Milosevic.

A parte la disputa con il governo di Pristina, Belgrado oggi è una delle candidate per il prossimo allargamento dell’Unione Europea: per intensificare i rapporti tra lei e Bruxelles ha lavorato l’Italia durante il suo semestre di presidenza del Consiglio Europeo, ma in generale tutti gli Stati membri guardano con attenzione il futuro ingresso della Serbia nel “club”.

serbia1Parlando con qualche serbo, però, quest’ipotesi non sembra essere un sogno: “La Serbia è un Paese economicamente ancora molto instabile – mi ha detto Ksenija Martinovic, attrice nata là ma cresciuta in Italia – e il suo ingresso nell’Unione potrebbe peggiorare ulteriormente la sua situazione. Io aspetterei ancora un po’”.

Sulla Repubblica Balcanica pesano ancora gli orrori di quel conflitto che ha segnato la fine della Jugoslavia, ma la stessa attrice mi ha confermato che “un pò i conti se li è fatta”. Certo, voltare pagina è obbligatorio: la Croazia, che fu coinvolta nella guerra, è entrata nell’UE nel 2013. Per cui pensare ad un ingresso serbo potrebbe significare molto anche sul piano della diplomazia per due Paesi così ostili tra loro.

Il tema caldo in quella zona geografica oggi, però, è quello legato all’immigrazione. Belgrado, infatti, non ha opposto resistenza al passaggio dei profughi attraverso le sue frontiere, anzi, e il motivo lo si può facilemente capire: questi portano soldi con loro e per forza di cose ne lasciano una parte nei Paesi in cui passano. È lo stesso motivo per cui le economie di Stati limitrofi sono schizzate grazie all’arrivo di questi flussi, affermano i volontari che prestano soccorso ai rifugiati laggiù.

Il Primo Ministro serbo Aleksandar Vucic

Il Primo Ministro serbo Aleksandar Vucic

Sembra, quindi, che il problema legato ai conti potrebbe risolversi in tempi non lunghissimi: resta da risolvere tutta quella rete di trafficanti di armi ed essere umani che dalla Serbia si espande in tutto il mondo. Il prossimo passo dell’Europa sarà scegliere se risolvere prima questa tragedia o se pensare ad interessi economici e aggiungere una stella sulla bandiera.

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