Barili e orsi. I problemi del petrolio in caduta libera

Il repentino abbassarsi dei prezzi del petrolio è stato salutato dall’opinione pubblica meno specializzata come un qualcosa di decisamente positivo, collegando l’evento a un calo dei prezzi dei carburanti e del costo della vita in generale. Così non è stato, dato che ottima parte del prezzo della benzina alla pompa è costituito da imposte di produzione. Oltre al piccolo consumatore, tuttavia, una serie di grandi giocatori sta cominciando a notare qualche problema riguardante il prezzo del barile, dati i sommovimenti geopolitici che sta mettendo globalmente mettendo in atto.

opec_cartoon_04-24-2015I primi sono naturalmente gli Stati Uniti, impegnati in una politica di disimpegno nei confronti del Medio Oriente (e che sarà probabilmente la grande eredità in politica estera del presidente Obama) anche attraverso la ricerca di un’autonomia energetica. Il lato negativo sta nel fatto che questa politica di disimpegno sta turbando i rapporti con diverse potenze regionali, prima fra tutte l’Arabia Saudita che cerca di svincolarsi anzitempo dall’egemonia statunitense ingaggiando una lotta su più livelli per l’egemonia nell’area con il redento Iran e tentando di far valere il peso economico delle proprie riserve energetiche sugli Stati Uniti stessi, che cercano di promuovere il proprio petrolio di scisto: buona parte del merito di un prezzo del petrolio così basso va infatti imputato al governo di Riad, deciso a uscire dalle logiche di limitazione della produzione per abbassare il prezzo del barile e mettere in difficoltà i concorrenti.

È importante notare infatti come il petrolio saudita sia uno tra i meno costosi del pianeta, cominciando a generare profitto già con un prezzo del barile superiore ai 10 dollari. Per non gravare eccessivamente sul welfare “pesante” di Riad, tuttavia, un prezzo intorno ai 20 dollari sarebbe stato comunque insostenibile, mentre i 50 dollari avrebbero offerto ampi spazi di manovra agli estrattori di olio di scisto: i Sauditi individuarono un prezzo ottimale che si sarebbe dovuto aggirare intorno ai 30 o 40 dollari. I piani di Riad, tuttavia, non hanno seguito l’itinerario previsto.

I concorrenti che sono stati obiettivo di questa mossa non sono rimasti a guardare: le piccole aziende americane, di fronte al crollo del prezzo del barile si sono attivate unendosi e vendendo il proprio petrolio di scisto in quantità maggiori (e a prezzi più bassi). Tali aziende hanno inoltre abbassato i costi investendo in ricerca e sviluppo e ridefinendo al ribasso i contratti con i proprietari terrieri, comunque soddisfatti di incassare un utile dal petrolio trovato sotto il proprio terreno senza eccessivo sforzo. L’Iran, dal canto proprio, complici le sanzioni che hanno aggravato un’economia già strutturalmente debole, è giudicato da molti analisti come in procinto di finire fuori dal mercato. Il rientro di Teheran sulla scena politica ed economica, tuttavia, ha costretto gli arabi ad abbassare ulteriormente i prezzi.

russia-has-a-complicated-relationship-with-opecQuesta guerra dei prezzi ha cominciato a colpire duramente vittime non volute: prima tra tutte la Russia, che insieme alle proprie esportazioni di petrolio ha visto crollare anche le sue riserve di valuta pregiata, altro danno oltre ai problemi preesistenti legati al debito pubblico. Le esportazioni energetiche sono state in minima parte risollevate grazie all’accordo dello scorso anno sulla cessione di gas naturale verso la Cina, effettuata a un prezzo notevolmente ribassato e a un attore che ancora per diverso tempo non sembra avere la capacità di assorbimento che serve alla Russia per usare l’energia come arma diplomatica verso l’Europa. La mossa Russa è stata quella di seguire l’andamento del mercato e aumentare la produzione portandola a oltre 10 milioni di barili nel tentativo di abbassare ancora il proprio prezzo di vendita.

La Norvegia, dal canto proprio, ha ottimamente aggirato il problema della valuta alla fine degli anni ’90 creando un fondo di compensazione in dollari statunitensi che funge da cuscinetto affinché le fluttuazioni delle materie prime non si ripercuotano sulla Corona Norvegese. Le preoccupazioni riguardanti l’energia e la dipendenza dell’economia del Paese da questo mercato sono state un tema caldo delle elezioni politiche del 2013, che hanno visto la sconfitta del premier laburista Stoltenberg considerato debole e inefficace proprio sulle azioni intraprese sul futuro dell’economia del proprio Paese.

I timori, paradossalmente, riguardano proprio l’Arabia Saudita: sebbene non sia la prima volta che questo Paese opera dei sacrifici per poter usare il petrolio come arma economica (basti pensare all’embargo petrolifero degli anni ’70 o negli anni ’80), questa volta il taglio ai proventi si inserisce nel un contesto di un Paese che dopo la morte di Abd-Al Aziz Al Saud sta attraversando un periodo di crisi e sta diminuendo fortemente gli investimenti all’estero (si stimano circa 2 miliardi di dollari in meno a settimana) per dirottarli sulle risorse destinate al welfare e non appesantire ulteriormente il debito pubblico, passato dall’1,5% del PIL nel 2014 al 16% del 2015. Il prezzo del petrolio minaccia di scendere ancora, dato che le compagnie petrolifere piuttosto che continuare a vendere (e deprimere il prezzo), immagazzinano, ma la media del riempimento dei depositi ora si aggira sull’80-85%.

1200x-14Concludendo, il rischio di un’esplosione economica dell’Arabia Saudita rimane lontano, essendo che questa politica di contenimento dei prezzi può essere abbandonata in qualunque momento.

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1 commento
  1. fausto ha detto:

    Vediamo come va a finire la mostruosa palla di debiti associata all’impresa “shale oil”. Le bancarotte sono iniziate, ma procedono al rallentatore.

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