Diario di un viaggiatore della memoria

Sono stato ad Auschwitz, sapete? No, non chiuso in un vagone, ma in pullman e in aereo. Cambiano i tempi, insomma. L’anno è il 2012. L’anno prima la mia scuola ha vinto il concorso bandito dalla regione Liguria per il Giorno della memoria. Fu uno spettacolo teatrale degno di nota, lo confesso. Facevo il nazista. Tirai un urlo da spaventare quelli in prima fila. “Avanti, forza, in riga!” Quello dovevo dire. Più presenza fisica che non attore, ma, viva Dio, un urlo lo so ancora tirare. In scena lo spazio è poco, ma ai detenuti non conviene  fermarsi. quindi tutti insieme: Avanti, forza, in riga tutti come settantuno anni fa. Avanti per chilometri come sulle carovaniere, con le ruote dell’aereo in accelerazione per farci mollare i piedi da terra.

Sono già stato in aereo, sapete? Solo due settimane prima, a Londra. E mi rendevo conto, camminando, che non serve lasciare il continente per vedere un altro pianeta. Ed eccoci qui. Partenza. Marzo 2012. Siamo in quattro a rappresentare il nostro gruppo teatrale (dopo una disputa vinta solo per non aver partecipato). Io, Stefano, Lorenzo, Francesca e una docente, inizia il conto alla rovescia. Partiamo la mattina, ore 7, Piazza della Vittoria a Genova. Mio padre e mia sorella mi accompagnano.

Dopo essermi lamentato per il sonno, sento mia sorella dirmi “Ma che ti lamenti? Sono due settimane che vai in giro per l’Europa!”. In effetti è vero, inutile negarlo. Dopo alcune ore, arrivo a Malpensa. Partenza, di nuovo quei sobbalzi e quella sensazione di ovatta nelle orecchie. Faccio amicizia con altri ragazzi e, in particolare, con una ragazza. Eh, volpone senza alcuna sicura prospettiva sull’argomento. Arriviamo alla sera. Destinazione: Cracovia. Come ho detto, non serve lasciare il continente per vedere un altro pianeta. Arrivo alla sera. Piove.

Non inizia bene. Subito la guida ci illustra alcune parole usate in polacco simili all’Italiano: Droga=strada, Curva=puttana. pan, panna, pani: signora, signorina, signora. Arriviamo in hotel stanchi morti. Il tempo di chiederci “Ma dove cambiamo i soldi?” che si fa ora di cena. Un piatto che non ti dimentichi della Polonia sono le zuppe. Zuppa di pomodoro con crostini rotondi, zuppa di verdura, zuppa di funghi. Appena tornato a casa pretendo la pastasciutta. Ci servono carne con marmellata, è la prima volta nella quale restituisco un piatto. E la camerata…. beh… sorvoliamo, che non è mi vada proprio di ricordare. Uno in stanza era bravo, gli altri due…. insomma.

Primo Giorno, Cracovia deve essere inva… cioè visitata. Quindi, di nuovo, avanti, forza, in riga. La zona del mercato, la Chiesa dove ha studiato Giovanni Paolo II, la scala dove hanno girato una scena di Schindler’s list. La prima cosa notabile della Polonia? Il grigio. Non serve andare fin dal Don in Russia per vederlo. Basta la Vistola! Un fiume come lacrime in piena, grigio mentre il cielo è limpido sopra di noi. Ero stato a Londra solo due settimane prima e la differenza era abissale. Londra era divisa in due zone, una intorno alla City (moderna, consumistica, festaiola), l’altra nella parte storica-industriale (i teatri, i musei, Trafalgar Square) . Cracovia no, come se il tempo si fosse fermato. Procediamo, avanti, forza, in riga. Vediamo il cimitero ebraico con muri fatti di lapidi. Ci copriamo la testa come si conviene. C’è anche una sorta di macchina dove si estraggono pezzi di Torah.

Schindler's List

Andiamo anche a vedere il museo di Schindler. E qui cambia tutto. Non sono solo luoghi e immagini, sono posti, voci, puoi toccare la storia, benché questa ancora ti sfugga. Ci sono vestiti, ricostruzioni, foto, in quel museo. Un bambino con una spada con il manico su cui è incisa la svastica, sguardo attento e fiero. Lui forse non sa, ma quelli dietro sanno cosa succede. Ma il nazismo non è illogico o disumano. Non è nulla di altro da noi, è uno dei punti più bassi toccati dall’umanità. Non abbiamo forse assistito in questi anni a eccidi su eccidi? E non siamo forse rimasti colpiti quando quel missile quasi non ci bruciava il culo? La penna sarà più forte della spada, ma solo dopo, quando il sangue, ormai raggrumato, si secca del tutto. Guardo anche le immagini all’entrata. Sembra davvero Liam Neeson, l’attore che ha interpretato Oskar Schindler nel film. Forse perché lo è ed ho confuso una foto d’epoca con un fotogramma. E poi Palazzo reale, il ghetto, la farmacia di Pankiewicz, le sedie… le sedie? Eh, ma si. una piazza di sedie. Piazza eroi del ghetto. Sedie in fila, una piazza intera. Potrei sedermi… no, non puoi occupare il posto di un morto nella storia. Aspetta la tua ora.

Torniamo all’hotel. Notte. Prima del terribile domani. La mattina fa freddo, ma è limpido. Ci mettiamo in fila e ci contiamo. Partiamo, destinazione Oświęcim. Lo so, alcuni non la conosceranno. Qualcuno la chiama Shoah, alcuni la chiamano menzogna, altri campo di concentramento. Ma ovunque, il suo nome è Auschwitz. I viaggi non si interrompono mai, cambiano solo i mezzi. Cerco di scrivere qualcosa, un biglietto da lasciare sul luogo. Chissà, l’avranno buttato, immagino. Mio nonno è stato imprigionato a Dachau, quindi ho una minima esperienza con i campi e qualcosa ho letto sull’argomento. Ma vederselo li, fa un effetto…. no. All’inizio no. E mi sembra strano. Volevo portare la corona di fiori e un altro era stato incaricato. Sono arrabbiato. Moto di orgoglio, stupidità. Davanti alla Storia mi sono comportato come un perfetto coglione. Ma non temete, la Storia riserva tante sorprese. La nostra, poi… eh, tante.

Siamo sotto la famosa scritta “Il lavoro rende liberi”. Anche a posteriori, se non per una beffa crudele, questa frase non ha logicamente senso, ma racchiude in sé un’interessante razionalità. Stiamo per entrare, in fila. Avanti, forza, in riga, di nuovo come settantuno anni fa. Avanti forza, in riga, insieme in preghiera, insieme in (quasi) silenziosa  declamazione. Kyrie eleison, Christe eleison, fiat volúntas tua,sicut in cælo, et in terra... in cielo forse, ma in terra… se solo Dio non avesse lasciato quei luoghi. Basta quel poco, quei pochi metri dentro Auschwitz bastano per cambiare tutto. Ho visto fuori le rotaie.

Mi tornava alla mente Auschwitz di Guccini. Non c’è suono, non c’è colonna sonora. i registi, ormai, morti da anni oppure fieri negazionisti in giro a far proseliti. Per la prima volta sono senza protezione. Non c’è più quel semplice “Per non dimenticare”. Ormai sono parole e le parole qui non servono. Se ne sprecano troppe. Non è più un film, è la realtà. Non è più La vita è bella o Schindler’s list, ma un mondo nuovo! Sono senza protezioni e basta percorrere pochi metri dentro le mura di Auschwitz per provare una sorta di esperienza paranormale,  come se un’entità esterna a me avesse tolto il tappo delle emozioni infantili per farmi capire, finalmente, dove io mi trovi! Giuro che non ho mai provato nulla di simile in vita mia. Sento letteralmente la mia pelle scivolare via da me, scendendo come un liquido in un cilindro quando viene aperto il tappo. Strano, ancora oggi non me lo spiego. Camminiamo, ora tocca a noi. Tutti insieme, avanti forza in riga. In fila indiana, in (quasi) silenzio percorriamo la strada centrale del campo. Ho contato il numero di volte in cui mi sono controllato. Quindici volte. Quindici volte ho rischiato di piangere. Sono sempre stato sensibile, anche per delle idiozie, ma quindici volte di fila è difficile.

Siamo in un block. il campo è diviso in blocks, ogni block ha il suo cortile e in quel cortile posano la corona. Parlano i rappresentanti mentre gli studenti… shh.. silenzio. Penso che poche parole siano in gradi di descrivere ciò che fu Auschwitz e so che nessuna avrà il merito di racchiudere meglio quella lucida follia quanto “Auschwitz”. Un nome razionale, come il campo in cui si racchiude una storia. Entriamo nei block. Ricostruzioni degli alloggi (che troveremo anche a Birkenau). Oggetti metallici lasciati dietro un vetro. Disegni e statue, uno stanzone di capelli. Capelli umani. E tutti insieme avanti, forza, in riga. Come può l’uomo uccidere un suo fratello? Domanda ormai passata, è diventata prassi. Fratelli su carta, di sangue, ma non di terra. E lo sterminio con la razionalità che si conviene. Una lucida follia, una distruzione a catena di montaggio, questo è Auschwitz. Gente costretta ad uccidere e poi a bruciare i corpi per non essere uccisi, questo fu Auschwitz. Essere una bestia è un lusso che li dentro non potevi permetterti. Sono i forni e le camere a gas. Questo fu e, per Dio, non solo quello. Andando via vedo il cortile dove abbiamo messo i fiori, dove mi sono avvicinato dicendo, con un filo di voce Riposate in pace ragazzi”. Cortile del block 11. Dove l’ho già sentito?

Nell’autunno del 1943, una mattina presto, vidi nel cortile del Block 11 una bimba. Aveva un vestito rosso e una treccina. Era sola, teneva le mani strette ai fianchi come un soldato. Una volta si piegò e tolse via la polvere dalle scarpe, poi tornò immobile. Vidi Boger entrare nel cortile. Stringeva il fucile dietro il dorso. Prese la bimba per mano, lei s’incamminò buona buona, si fece mettere con il viso contro la Parete Nera. A un tratto la bimba si voltò. Boger tornò a girarle la testa contro la Parete, alzò il fucile, sparò alla bimba.

Fu assurdo rendersene conto. Era L’istruttoria di Peter Weiss. Avevo recitato in quell’opera pochi mesi prima, la mia ultima rappresentazione teatrale. Facevo il testimone e quella era la mia unica battuta. La mia unica battuta prese forma! Il teatro scoppia su carta, ok, ma c’è un limite a tutto, perché il teatro rimane teatro. Sono parole, per Dio, nulla di cui qualcuno dovrebbe preoccuparsi. No, invece no. Eccola la tua battuta, ecco quelle parole. Ecco, la vedi? La vedi la strage degli innocenti? Le senti le trombe da cui si sparge il suono?  La senti la tuba? Li senti i morti tornare alla vita per poi essere nuovamente uccisi? Guardate in faccia la Storia, brutti vigliacchi! E voi, spettatori, non ha senso dire “Per non dimenticare” quando non sentiamo nulla se non ci passa vicino. Dimenticare. C’è chi volle dimenticare. Vogliam dargli torto? Forse quando qualche negazionista vedrà la Storia, capirà. Ma spero sia troppo tardi, almeno per lui. Sentivo discorsi sulla razionalità del posto. Io pensavo ad altro, lo ammetto. Ho comprato un libro, questo.

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La prima poesia del libro è questa:

She saw the chimneys belching smoke
and the black smoke above
covering the world with a blanket of doom
obscuring the picture of God.
She held on to her mother
the terror in her dark eyes
distorting her four-year-old face
with ancient wisdom.
“I don’t want to go in there for a shower,”
she cried. “I don’t want to go!”
“Shash… my pet, don’t cry
the water won’t be cold
and I’ll hold you tight,”
the woman soothed her child
as they walked into the concrete cage.
She couldn’t see the chimneys any more
nor the dark clouds above
nor did she hear the moans
and the “Shema Israel” of others
as she snuggled close to her mother.
All she heard was the loving voice
whisper the last lullaby of Auschwitz:
“Shash, my darling, Shash…”

Male al cuore. Rendersi conto che una stanza rappresenti tutto questo. Quando guardi una foto, fissi un’immagine, un momento storico. Ma quando non puoi uscire dalla foto e questa ti circonda e ti ingloba o tu sei foto oppure sei spazio e tempo, in tutt’uno. Ecco cosa fu questo viaggio, aggiungere una nuova dimensione a qualcosa di conosciuto, ma di mai toccato realmente. Ed eccoci al ritorno. Avanti, forza, in riga…no, non di nuovo. Solo per il viaggio di ritorno. Auschwitz, alle spalle, si allontana. Non è uno scheletro, quel campo, è forse in putrefazione. Come è in putrefazione l’idea storica dell’Olocausto.

Secondo alcune teorie, infatti, i poteri sionisti mondiali avrebbero inventato tutto per ergersi a vittima e per poter dominare il mondo in santa pace. Altri sostengono che Hitler fosse nipote dei Rothschild (nota 1) e che sia stato finanziato dai sionisti per uccidere gli ebrei. La Storia non è sempre come viene raccontata, lo so bene. Ma ci sono dei fatti soggetti a verifica e, ad oggi, non ho letto dimostrazioni affidabili di un presunto complotto. Quindi, a loro non interesserà il parere di un esperto di regime, ma quando questo gli fa comodo, apriti cielo, vero? Poco importa delle manipolazioni sulla fonte. L’hanno sempre fatto, che vuoi che sia, da parte di chi si considera l’idolo dell’informazione (nota 2)

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Ma va beh, andiamo avanti. Forza in riga, si torna indietro. Giornata libera in giro per Cracovia. E si sveglia un po’ la città. Ma noi ci facciamo riconoscere. Un nostro accompagnatore si chiamava Osvaldo. La sera, dopo aver fatto karaoke, torniamo verso l’hotel, urlando “Osvaldo sotto la curva”. Immagino i polacchi “Bah, Italiani!”Quarto giorno: uno scheletro. Birkenau. Birkenau fu diverso. sembrava na caserma, più che un campo. Fuori ci sono delle lapidi e una nostra collega ha declamato una poesia. Birkenau era solo un resto, come se degli archeologi avessero ricostruito la storia. Una storia tremendamente recente. Ci sono alcuni alloggi non distrutti. Non erano alloggi, ma pollai. Gli uomini erano polli pronti all’uccisione.

3_Birkenau_2.JPGInoltre, vi sono le camere a gas. Davvero non sembra un campo e, in effetti, non mi ha coinvolto come Auschwitz. Ultima cosa da notare: i bagni usati in comune. Sembrava di essere tornati indietro nel tempo. La forza della modernità. Nel pomeriggio ci rechiamo a vedere una grotta di salgemma dove hanno costruito dei veri e propri paesaggi in miniatura. Il ritorno lascia qualcosa con sé e, per la prima volta, Avanti, forza in riga lascia spazio a “Ma pensiamoci”. Siamo stati a vedere Auschwitz, uno dei patrimoni dell’UNESCO,  uno dei punti più bassi dell’umanità. Si sono creati legami di complicità e alcuni, forse, sono anche rimasti. Tornando indietro a Genova piove. C’è mio padre ad accogliermi. Sono stato contento di tornare in Italia, ma, in fondo, Auschwitz e Birkenau rimangono con me. E tra poco lo dimostrerò.

Tempo dopo…
Sono passati tre anni da allora. Sono andato via dal liceo e sono al terzo anno di Università. Non ho mai dimenticato quello che vidi, ma, ripensandoci, è un viaggio mai finito, il mio. Pensateci. Avanti, forza in riga… no, ormai quello non c’è più. Al primo anno ho visto un film per un seminario Notte e nebbia di Alain Resnais, datato 1956. A quel tempo, nessuno voleva parlare dell’Olocausto, era una ferita ancora aperta. Ma Resnais riporta le immagini del processo di Norimberga e i filmati dei campi, di una ruspa la quale butta in una fossa i cadaveri. Non è cinema, questo, è un documentario. Possiamo mettere tutti gli orpelli possibili, romanzarli finché vogliamo, ma rimangono documenti. E, in fondo, rivedo quello che già vidi ad Auschwitz. La neve ci da tregua e il lupo si riorganizza. Ho scoperto che, tornando da Auschwitz, le fila di ragazzi visti di sfuggita erano neo nazisti. Non c’è da aggiungere altro, solo prendere un libro di storia e colpire il neo nazi finché non gli entra in quella testa di…. Ultima cosa e poi concludo. Alcuni mesi dopo il viaggio, lessi di un politico il quale avevo detto “Auschwitz? Cos’è? non ci sono mai stato, non vi è mai successo nulla”. Non era italiano, era greco di Alba Dorata. Mi rendo conto che la rabbia non possa svanire, né l’indignazione. Come la memoria.

Ricordo quello che vidi. E il mio viaggio, in fin dei conti non è mai finito e non finirà mai, poiché, è vero, per andare avanti non è necessario andare in linea retta, ma la forma, a volte non importa, poiché la fine di un viaggio altro non è che l’inizio di un altro. Grazie e non dimentichiamo.

Note
1) Famiglia di origine ebraica dal 1700 tra le più importanti nel settore finanziario. Nell’ambito della teoria del complotto controllano la moneta (privata, a detta loro),
i governi, la sicurezza e anche il vostro buco di…

2) La citazione su Odifreddi, poi, è manipolata e presa dal titolo poiché non ha detto quello. Dire “Non entro nello specifico delle camere a gas, perché di esse ‘so appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal ‘ministero della propaganda’ alleato nel dopoguerra, e non avendo mai fatto ricerche, e non essendo uno storico, non posso fare altro che ‘uniformarmi’ all’opinione comune; ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti, e che le cose possano stare molto diversamente da come mi è stato insegnato” è ben diverso da “Fisicamente le camere a gas non potevano uccidere”. Come quello storia dell’autenticità del Diario di Anna Frank. Per una trattazione, vai al link.

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