Senato sì o Senato no? Quella Camera in più che una volta serviva a qualcosa

Fin dai tempi dell’antica Roma, il Senato è stato un punto centrale nella vita politica, che fosse solo dell’Urbe o di tutto l’Impero. Poi i tempi cambiarono e questa istituzione, composta dagli esponenti delle famiglie patrizie, venne sempre più ignorata dai vari detentori del potere, che negli ultimi decenni contarono esclusivamente sull’esercito.

Rappresentazione di una seduta del Senato: Cicerone denuncia Catilina, affresco del XIX secolo

Rappresentazione di una seduta del Senato: Cicerone denuncia Catilina, affresco del XIX secolo

Oggi, passata la dittatura fascista e la Prima Repubblica, la necessità di quest’organo legislativo è ancora al centro del dibattito politico. Che ha ricevuto una bella scossa dopo la recente riforma costituzionale del governo Renzi, dopo decenni di lunghe e accese discussioni sulla reale necessità di mantenere il bicamerilismo perfetto: ora il ddl Boschi, che regola tutta la procedura di modifica, ritornerà alla Camera per la quarta e ultima lettura del testo.

La tappa finale, però, sarà il referendum costituzionale in programma nell’autunno 2016, che deciderà se il Senato per come lo conosciamo oggi andrà realmente in pensione. Il suo “sostituto” sarà meno corposo, con meno poteri sull’esecutivo ma più competenze per quanto riguarda i rapporti con gli enti territoriali e la comunità europea: sarà composto da 100 membri, infatti, a fronte dei 315 attuali e saranno Regioni, Comuni e cinque Senatori a vita scelti dal Capo dello Stato.

Con l’ultima votazione favorevole di pochi giorni fa alla Camera, siamo a metà dell’opera: “il disegno di legge costituzionale – scrive Repubblica all’indomani dell’approvazione del ddl – dovrà ora passare nuovamente al vaglio del Senato e ritornare, per il via libera definitivo, alla Camera”. Secondo quanto prescrive l’articolo 138 della Costituzione, infatti, nelle due ultime votazioni senatori e deputati dovranno pronunciarsi a maggioranza assoluta, con un “sì” o un “no” secchi, senza possibilità di ulteriori emendamenti. I due passaggi avverranno intorno al 20 gennaio in Senato e nella seconda metà di aprile alla Camera.

Al di là di tutti possibili cambiamenti che la manovra prevede, su tutte la denominazione stessa che diventerà “Camera delle autonomie”, la questione che rimane in sospeso è se tutto ciò serva o meno. Perché è vero che la dualità di due camere identiche ha sempre, o quasi, rappresentato un rallentamento nell’iter legislativo ordinario (e nemmeno a pensare per quello aggravato), ma questa complicanza è stata data dalla tragica esperienza che l’Assemblea costituente aveva degli ultimi 20 anni di tirannia.

senato1L’ipotesi, quindi, che qualcun altro potesse instaurare un dominio di forza all’interno del Parlamento, facendo approvare leggi a lui favorevoli (oddio, un déjà-vu!), non era così lontana dalla realtà oggettiva. E per questo fu pensato un sistema che prevede un doppio controllo dei testi, dando spazio nella discussione politica anche alle minoranze.

Ciò non significa, però, che le intenzioni di Renzi siano quelle di instaurare un nuovo potere forte: i costi della politica, lo si è visto negli ultimi anni con le numerose inchieste giornalistiche (su tutte, il libro di Sergio Rizzo e Antonio Stella La casta, edito da Rizzoli) sono un peso non indifferente per le casse dello Stato. Inoltre, la stagnazione per molti disegni di legge è dovuta proprio ai tempi biblici che si vanno a creare con il passagio da una camera all’altra, aumentando i tempi se una parte di questi viene modificata in corso di discussione. Ciò significa che sopprimere il Senato sarà la mossa che consegnerà questo governo alla Storia? Difficile dirlo, anche perché la parola alla fine spetterà direttamente ai cittadini, ma certe proposte, in vista di spending-review, apparivano più sensate. Come quella del Movimento 5 Stelle, che chiedeva di cancellare totalmente quest’organo, senza rimpiazzi con consiglieri regionali, conferendogli così la possibilità di sottrarsi all’arresto se il Parlamento voterà a sfavore di questo.

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Esempi di bicameralismi imperfetti in Europa ne esistono diversi, ma ognuno è calato in un particolare contesto storico-culturale e politico che lo regola di conseguenza. Forse la presenza di un gruppo di “vecchi saggi”, molto meno numeroso degli attuali 315, non sarebbe un male da cancellare completamente dall’ordinamento italiano: aspettiamoci una lunga battaglia a suon di slogan dei vari partiti per decidere il risultato del prossimo referendum. Ma la discussione tra interessi politici ed economici sarà altra cosa.

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