Abcasia, lo Stato che nessuno riconosce nel “cortile di casa” di Putin

Può uno staterello grande quanto l’Umbria, sperduto tra le montagne del Caucaso, essere al centro di gravi tensioni tra i due schieramenti geopolitici più grandi del pianeta, vale a dire la Nato e la Russia? Se aprite una qualsiasi cartina geografica, non troverete traccia dell’Abcasia, a meno che non l’abbiate comprata a Mosca, in Venezuela, Nicaragua, nell’oceanica Nauru, Vanuatu o Tuvalu (gli unici Paesi che ne riconoscono l’esistenza): per tutto il resto del mondo questa fa parte della Georgia.

La bandiera dell'Abcasia (East Journal)

La bandiera dell’Abcasia (East Journal)

La sua storia ha origini antichissime, tant’è che gli abcasi subirono tutte le invasioni possibili: prima i bizantini nel VI secolo, poi gli ottomani cento anni dopo, quindi i georgiani, dal 1864 l’Impero russo divenne stabile nella zona e, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, nel 1919 l’Abcasia si dichiarò indipendente. Come risposta, i sovietici la occuparono nel ’21 e poi divenne una repubblica autonoma all’interno della Georgia per volere di Stalin: di fatto, però, era soggetta al potere di Tiblisi.

Il già difficile rapporto tra le due parti esplose letteralmente all’inizio degli anni ’90, con la disgregazione dell’URSS: il 23 Luglio 1992 l’Abcasia si dichiarò indipendente, senza il riconoscimento di nessuno Stato però, incentivando una sanguinosa guerra iniziata l’anno prima e che sfociò anche in pulizia etnica da entrambe le parti, provocando “un numero imprecisato di vittime, tra i 10.000 e i 30.000 georgiani” scrive Silvia Morosi su Universitime.corriere.it, e non si conosce quanti abcasi. A questi si aggiungono i caduti della “seconda guerra dell’Ossezia del Sud, combattuta dalla Georgia da una parte, e da Russia, Ossezia del Sud e Abcasia dall’altra, per un totale di almeno 2000 morti”.

La cartina della guerra del 2008 nell'Ossezia del Sud (www.altd.it)

La cartina della guerra del 2008 nell’Ossezia del Sud (www.altd.it)

Il conflitto durò dal 1991 al 1993, per poi riaccendersi nel 1998. Fu riconosciuto dall’OSCE nel 1994, mentre le indagini della Corte dell’Aia sono ancora in corso. Nel Dicembre del ’93 a Ginevra, sotto l’egida delle Nazioni Unite e della Russia, che ebbe un ruolo attivo nel finanziare economicamente e militarmente gli abcasi, il governo della Georgia ed i capi dei separatisti firmarono un trattato di pace che in realtà non portò a nulla. Nello stesso periodo fu organizzata la Missione degli Osservatori delle Nazioni Unite in Georgia (UNOMIG) che controllavano il rispetto del cessate-il-fuoco e le operazioni del contingente di pace schierato dalla Comunità degli Stati Indipendenti, organizzazione internazionale dell’ex repubbliche sovietiche.

Il ruolo che ha la Russia in questo scacchiere lo si capisce dal fatto che, nel Giugno 2009, fu lei a porre il veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU sull’estensione del mandato della Missione: ciò permise al Cremlino di intensificare i rapporti con Sukhumi, la capitale dell’Abcasia, cosa che fa tutt’ora dal momento che lo Staterello è dipendente dai finanziamenti di Mosca, che peraltro lo ha riconosciuto dopo la guerra in Ossezia del Sud, nel 2008: “con il rublo come valuta ufficiale ed il russo come lingua nazionale – insieme all’abcaso”, scrive Emanuele Vena su Internation Business Time, “la regione ha ottenuto il riconoscimento ufficiale (…) che ha portato alla creazione di relazioni diplomatiche bilaterali sempre più strette, culminate nella partnership strategica siglata nel novembre del 2014, con un investimento da parte di Mosca di oltre 5 miliardi di rubli per la protezione del confine tra l’Abcasia e la Georgia”.

I motivi di astio tra Russia e Georgia sono dati dalle aspirazioni che quest’ultima ha verso l’Occidente: se la sua adesione all’Unione Europea sembra ancora molto distante da ipotizzare, diverso è il discorso per l’ingresso nella NATO, obiettivo per cui i rapporti tra l’Alleanza Atlantica e la repubblica caucasica sono attivi già dal 2006. E con l’apertura, nel Settembre 2015, di un nuovo centro di addestramento e valutazione congiunto nella base militare di Krtsanisi, alla presenza del segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ora Tiblisi “spera (…) che nel prossimo luglio la NATO approvi finalmente un piano d’azione per il suo ingresso nell’Alleanza (MAP, Membership Action Plan), una sorta di pre-adesione necessaria per i paesi che desiderano entrare a far parte dell’Organizzazione” riporta Emanuele Cassano su East Journal.

Abcasi festeggiano l'indipendenza (Sputniknews)

Abcasi festeggiano l’indipendenza (Sputniknews)

Putin appoggia, quindi, Sukhumi solo per alimentare le tensioni con l’Occidente? I motivi, a ben guardare, sono più seri: Vena su Ibtimes racconta che “un’importante base militare russa in Abcasia è situata a Gudauta, cittadina sul Mar Nero, ad una quarantina di chilometri a nord-ovest della capitale”, collocazione che oggi come oggi, a poche centinaia di chilometri dalla Crimea e dalla Turchia, rappresenta un importante punto strategico. Inoltre, “l’Abkhazia oggi è tra i primi paesi al mondo per l’elevata quantità in suo possesso e qualità, di acqua dolce”, ha detto l’ormai ex Presidente della Repubblica, Aleksandr Ankvab, intervistato da Filippo Pederzini per Eurasia. “È chiaro dunque che la portata di una risorsa naturale come l’acqua, guardando anche alle condizioni in cui cominciano a versare molti paesi causa siccità, mutamenti atmosferici e altro e per usare la nota frase ‘Che la prossima guerra si combatterà per l’acqua’, già adesso si rileva oltre che importante per la sopravvivenza, strategica per i paesi che ne possiedono in grandi quantità”.

“Ma non è l’unico fattore”, ha aggiunto il politico. Ci sono ben altre risorse naturali su cui si concentra l’attenzione. A poche miglia nautiche dalla costa, in acque territoriali abkhaze a tutti gli effetti sono stati individuati nel sottosuolo marino enormi giacimenti di gas naturale e di petrolio. Sgombrando il campo da ogni sorta di equivoco e cioè che sono dell’Abkhazia e del suo popolo e di nessun altro, il Governo non è attualmente e non lo sarà nemmeno in futuro interessato a sfruttare questo tipo di risorse”. Bisognerà però vedere se le aziende di gas russe, su tutte la Gazprom, non troveranno il modo di intervenire loro nell’estrazione, dato che Mosca contribuisce a difendere le acque territoriali abcase, come dice lo stesso Ankvab nell’intervista.

Resti della guerra abcaso-georgiana (www.personalreport.it)

Resti della guerra abcaso-georgiana (www.personalreport.it)

La situazione odierna dell’Abcasia è ancora di profonda crisi, politica e materiale: Wikitravel riporta che “il parlamento abcaso è un monumento alla guerra, privo di finestre e con i muri segnati dalle vampate di fuoco, appiccato nel 1993 dai georgiani. Le zone di edilizia sovietica sono un esempio di squallore e abbandono”. In più, Ankvab è scampato per sei volte a tentativi di uccisione (Occhi puntati sull’Abcasia di Yuri Simonyan, da “Russia beyond the headlines”, 9 Giugno 2014) prima di dare le dimissioni nell’Agosto di due anni fa. Al suo posto è stato eletto Raul Khajimba, già Primo Ministro dal 2003 al 2004 e, come il predecessore, filo-russo.

Nonostante le tensioni con la Georgia siano dietro l’angolo, pronte a esplodere per dar vita a un’Ucraina bis, la vita va avanti e c’è pure spazio per eventi sportivi: a Sochi, poco lontana dalla frontiera tra Russia e Abcasia, nel 2014 ci sono state le Olimpiadi invernali, mentre nello stesso paese caucasico quest’anno si disputerà la seconda edizione della Coppa del mondo ConIFA, alterego della Coppa del Mondo che tutti conosciamo e organizzata, invece, dalla FIFA. Chissà che grazie allo sport non si incominci a parlare di questa parte del mondo. Prima che si inizi a farlo per motivi ben più tragici.

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