Fratelli Coltelli

Alla metà di dicembre gli sforzi diplomatici sono riusciti ad ispirare una vasta coalizione di Paesi Arabi a maggioranza sunnita guidata, tra gli altri, dall’Arabia Saudita, uno dei Paesi che hanno subito le maggiori critiche in merito all’ambiguità nei rapporti con lo Stato Islamico. Nello specifico, Riad è stata a più riprese accusata di supportare Raqqa attraverso donazioni economiche avvenute tramite le fondazioni religiose islamiche, oppure di essere particolarmente morbida nel contrasto al fenomeno dei foreign fighters.

Le principali motivazioni da individuare per l’aver intrapreso un simile comportamento stanno nell’affinità ideologica tra la dinastia reale Saudita e Stato Islamico, entrambi caratterizzati dall’ideologia Wahhabita. In breve, tale corrente di riforma si propone di tornare all’Islam delle origini, creando quindi una teocrazia conservatrice in grado di epurare l’Islam dalle eresie e farlo tornare al modello primigenio, ovvero la Comunità dei compagni del Profeta Mohammed.

Altro ordine di motivazioni sta nel voler spostare l’equilibrio in Medio Oriente a favore del sunnismo: in questo caso l’Arabia Saudita si trova a dover fronteggiare un rivale di una certa caratura come l’Iran, sciita duodecimano, e l’attuale governo legittimo siriano, sciita alawita (sempre facente parte dello sciismo duodecimano ma considerato più estremista, quasi al limite dell’esoterico, in quanto quasi divinizza la figura di Alì, genero del Profeta, quarto califfo per i sunniti e primo imam per gli sciiti). I Sauditi stanno anche giocando una partita all’interno dello scenario più ridotto dell’Iraq, sempre nell’ottica della diminuzione del peso degli sciiti e un aumento del peso politico sunnita.

Sempre in tale prospettiva bisogna porre anche la decisione di entrare a far parte della coalizione e di voler essere la principale forza promotrice della stessa: Riad cerca di far sentire il proprio peso all’interno del contesto mediorientale mantenendo l’Iran in una posizione di tendenziale isolamento e provando ad affermare una certa indipendenza dagli Stati Uniti. Il trentenne Mohammed bin Salman, Ministro della Difesa Saudita e secondo in linea di successione dopo il Ministro dell’Interno bin Nayaf, durante la conferenza stampa convocata per annunciare al Mondo la creazione di tale alleanza, l’ha presentata come la “NATO in chiave islamica”.

Emerge quindi la volontà di staccarsi progressivamente dagli Stati Uniti, anche in seguito alle diverse tensioni tra i due Paesi: lo scarso interesse degli Usa per la guerra civile in Yemen (che al contrario si trova nel “giardino di casa” di Riad) dove Washington si sta limitando a una timida attività di raccolta di informazioni, la rinuncia da parte dell’Arabia Saudita al proprio seggio (che spettava al Paese secondo il sistema di turnazione informale) al Consiglio di Sicurezza ONU nel 2013, in quanto “organismo inefficace e bisognoso di riforma” e, ultimo ma decisamente non meno importante, l’accordo dello scorso luglio sul nucleare iraniano, che ha sdoganato Teheran dal novero dei Paesi canaglia e l’ha resa nuovamente abile nell’esercitare una certa influenza nel Medio Oriente al di fuori della lista dei Paesi con forti componenti sciite.

Il crollo delle relazioni tra Arabia Saudita e Iran si è avuto con l’esecuzione di 47 detenuti Sauditi di fede sciita, che come tali presentavano forti legami ideologici e politici con l’Iran. Nella serata del 3 gennaio un funzionario del Ministero degli Esteri di Riad ha annunciato l’interruzione di ogni rapporto diplomatico con Teheran.

Tale alleanza, tuttavia, presenta diversi elementi di spaccatura tra i membri al proprio interno. Quello che risalta maggiormente è, senza ombra di dubbio,  l’atteggiamento (in alcuni casi diametralmente opposto) di diversi Paesi verso movimenti considerati trasversali al mondo musulmano.

Il caso maggiormente eclatante, e che rischia di generare notevoli spaccature all’interno della coalizione, è quello dei Fratelli Musulmani: se alcuni Paesi come il Qatar (asso nella manica dell’alleanza specie per quanto riguarda l’aviazione) sono aperti verso questo movimento e ne ospitano i membri in esilio dai Paesi dove esso è stato dichiarato fuorilegge, altri (come la stessa Arabia Saudita e l’Egitto, altro perno della coalizione) lo osteggiano e lo considerano un movimento estremista pari a Daesh. È importante notare come questa organizzazione presenti legami a diversi livelli con lo Stato Islamico, a cominciare da alcune fonti di approvvigionamento finanziario.

Concludendo, la coalizione islamica sembra essere orientata alla distruzione della minaccia fondamentalista solo fino ad un certo punto, tant’è che i risultati sul campo contro Daesh scarseggiano: eccettuati alcuni recenti raid dell’aviazione Qatarina, la Giordania ha sospeso i bombardamenti a inizio novembre e l’Egitto con altre forze non interviene da quest’estate. Oggetto principale delle attenzioni della coalizione sembra ora essere lo Yemen dove i raid si stanno però concentrando sui ribelli Houthi (sciiti) lasciando campo libero ai Qaedisti, che controllano diverse ridotte nel sud del Paese, e a Daesh, che si sta affacciando anche in questo contesto con una certa prepotenza come testimoniato dall’attentato in cui ha perso la vita il governatore della regione di Aden.

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