Fast animals and slow kids, Alaska – la recensione

Pochi giorni fa sono stati annunciati i partecipanti al Festival di Sanremo: niente di nuovo sotto al sole, sempre i soliti nomi, anzi, sempre più revival con Bluvertigo, Elio e le Storie Tese a portare alta la bandiera della “alternatività” nella musica italiana.

Peccato. Peccato perché esistono realtà sconosciute o quasi che hanno tutte le carte in regola per poter portare una vera ventata di aria fresca. I Fast Animals And Slow Kids sono uno di quei gruppi nella lista. People of interest.Fask-Alaska-cover-1024x937.jpg Alaska è il loro terzo lavoro, ma è anche un posto, un paesaggio, una donna, un mood. Premessa decisamente interessante.

Sì perché il quartetto ha i muscoli e i nervi potenti, aggressivi e rabbiosi in perfetta linea con grandi colleghi americani e non sfigurano vicino a grandi dell’alternative italiano come i Teatro degli orrori o i One dimensional man.

La precisione della produzione e del mixing si sente, soprattutto nell’aver reso il suono gasato e potente del gruppo più focalizzato verso l’unione di testi e musica. Il risultato è perfetto ed è proprio quello che mancava al precedente Hybris, che era già da applausi ma risultava un po’ immaturo come suono e scelte di produzione.

Il disco si apre con Overture che ci sbalza verso una nuova dimensione del gruppo: non più calci volanti all’aria, qua i calci sono decisamente mirati e precisi, con una mira spettacolare. Il testo ci immerge subito nel mood del disco.

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Hervin Goffman sostiene che la società sia un palcoscenico in cui ognuno di noi indossa una maschera e recita il proprio ruolo: non è assolutamente fuori fuoco il paragone, i ragazzi con i testi e le scelte compositive (i crescendo sono da brividi, davvero emozionanti!) inscenano la più grande delle tragedie, quella relativa alle relazioni umane, sentimentali, amicali o semplicemente esistenziali.

C’è che mi sento solo più solo” urla il chorus di Il Mare davanti. Viscere che si contorcono perché sono parole universali: i testi di questo disco parlano di ognuno di noi. Missione compiuta. Calci in faccia, Coperta, Te lo prometto: relazioni che esplodono, delusioni cocenti, come reagirvi, risollevarsi, ribellarsi, mostrare ancora forza. Testi che sono pugni e schiaffi che svegliano: basta piangersi addosso, ormai è fatta, è arrivato il momento di reagire e riprendersi quello che si è perso, che sia la persona amata o la dignità perduta.

Il gruppo però rischia, a questo punto, di peccare di egocentrismo messianico e per questo rimedia con Odio suonare: non bisogna leggere queste canzoni come verità assolute, piuttosto come storie di vita dove si può trovare sempre qualcosa, ma mai risposte “giuste”. Non esistono risposte giuste. Alaska è un disco che vola via veloce e di certo non perché i brani siano corti, tutt’altro: le canzoni coinvolgono, emozionano, esplodono nelle orecchie e viziano le papille gustative ormai abituate e bislacchi tentativi di populismo sentimentale. Alaska è dolore, rabbia, grazia (inserti di archi e orchestrazioni che fanno davvero godere!), soluzioni compositive di altissimo livello.

I Fast animals and slow kids si candidano ad essere una grandissima promessa di gloria e spettacolo nel panorama rachitico del rock italiano fatto, ormai, di vecchie glorie che campano di rendita di capolavori indiscussi ma che stentano a mostrare il coraggio che i Perugini in questione dimostrano di avere a palate!

Gran final, come suggerisce il titolo, è il brano che dà il 9 a questo disco: la summa biblica di una generazione che affoga ma continua a nuotare, sempre meno affannosamente, con sempre più precisione; una generazione che ha perso tutto e per questo non ha nulla da perdere e allora “condoglianze, Universo: hai perso!”.

Li troveremo in tour in molte parti della penisola, i Fast animals and slow kids: dovete andarli a vedere e dovete assolutamente ascoltare questo Alaska, per non avere più paura, per rialzarsi ancora, qualsiasi sia la valanga che vi si è scagliata addosso.

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