Crisi rifugiati, l’UE non può fare a meno della Turchia

In ordine da sinistra a destra: Werner Faymann, Ahmet Davutoğlu e Angela Merkel. Foto di Stephanie Lecocq

La criticità della situazione siriana è tra le sfide che l’Europa è chiamata a fronteggiare nel breve e nel medio termine. Non solo dinamiche prettamente militari o spartizioni geopolitiche di un’area geografica che fa gola a tutte le grandi potenze; la popolazione europea sta avvertendo direttamente tutte le ricadute che questo conflitto sta avendo sul territorio dell’Unione.

Attualmente non esiste un vero e proprio “esercito europeo”, una difesa unica per tutti i ventotto stati membri, eppure ognuno di essi dispone di un proprio esercito regolare ed investe molto in difesa (la spesa complessiva dell’ultimo anno, in dollari, è stata di 11 miliardi, secondi solo agli Stati Uniti). Nonostante questo l’Europa dovrà saper essere protagonista nella risoluzione di questa crisi, oltre le dinamiche prettamente militari. Tra le conseguenze della crisi siriana vi è l’affluenza incontrollata dei rifugiati sul suolo europeo. A Luglio l’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) stimava che 4,1 milioni di siriani avessero lasciato il paese e 7,6 milioni fossero stati smobilitati dalle proprie case. Il numero oggi è salito ancora, ma la direzione dei rifugiati è sempre la stessa: Europa.

Il 29 Novembre 2015 i capi di Stato e di governo dell’UE hanno tenuto una riunione con la Turchia, ovvero con il primo ministro turco Ahmet Davutoğlu. L’idea è quella di rilanciare la candidatura turca all’UE attraverso un’azione congiunta verso la crisi migratoria. Da parte sua l’Unione stanzierebbe 3 miliardi di euro per conseguire un triplice obbiettivo:

  • impedire i viaggi verso la Turchia e l’UE;
  • garantire l’applicazione delle disposizioni bilaterali vigenti in materia di riammissione;
  • procedere al rimpatrio rapido nei rispettivi paesi di origine.

Il 23 Settembre 2015, durante una delle riunioni di emergenza per la crisi dei rifugiati, Angela Merkel affermava:

I problemi dei confini esterni dell’Ue non possono essere risolti senza lavorare assieme alla Turchia

Aveva ragione. La cooperazione con il governo turco, se solida e fondata sul rispetto dei patti in fase di stipulazione, potrebbe rappresentare un valido passo avanti verso la soluzione dell’emergenza.

Rifugiati presso le isole greche

Innanzitutto, regolamentare l’accesso dei rifugiati sul suolo dell’Unione sarà un primo argine all’ingresso incondizionato e decisamente troppo ingente di rifugiati; sarà così più agevole assicurare condizioni di vita accettabili agli entranti, ricacciando l’ombra della xenofobia che è calata su alcuni stati membri dell’UE. D’altronde è proprio la Turchia lo stato che sta ospitando più profughi (già da 5 anni), alla maggior parte di questi il governo ha negato lo status di rifugiati impossibilitandoli al lavoro e a condizioni di benessere minimo. La creazione di una “zona sicura” in Siria, adatta a ospitare i futuri rimpatriati, è condizione necessaria ed imprescindibile. Se la Turchia porrà in atto queste condizioni, pur con gravi ritardi in altri ambiti come il rispetto dei diritti umani, allora potrà ritenere la propria candidatura all’ingresso nell’UE un discorso riaperto.

Fonti:

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