Ma dove lo dobbiamo mettere il crocifisso?

Riccardo Massa

Per fortuna che mi occupo di pedagogia e non sono un’insegnante, anche se ho svolto la professione di insegnante, la svolgo tutt’ora, e per citare un Riccardo Massa a caso (psicologo cosentino che si occupò anche di pedagogia) “educare è istruire” (ed io aggiungerei che è anche istruire).

Dico “per fortuna”, perché così posso guardare le questioni educative nell’insieme e non fossilizzarmi unicamente su didattica e insegnamento.
Nella mia facoltà (scienze dell’educazione, altresì ribattezzata scienze delle merendine ndr) la questione dell’inclusione è sacrosanta, quindi, che che e ne dica, anche se ne ho incontrati molti, di educatori razzisti, malmostosi e troppo attaccati alle tradizioni, non ce ne dovrebbero essere (usiamo il condizionale che è d’obbligo).

Ma che cos’è l’inclusione?
Inclusione significa non lasciare da parte nessuno e far convivere dignitosamente tutte le parti.
L’inclusione, in qualunque ambito, avviene se il soggetto interessato lo vuole (io non posso obbligare nessuno a “far parte di”) e quello dell’inclusione è un discorso molto ampio e complesso, in realtà: infatti anche se ci sono i cosidétti outsider, che si pongono ai margini, se ci pensiamo bene, anche stare ai margini, significa comunque essere compresi in un sistema e averci un ruolo.

Fatta questa premessa, vorrei parlare del sistema scuola, che comunque interessa anche gli educatori, che potrebbero lavorarci, sia per insegnarci, per esempio, svolgendo corsi mirati su un qualche argomento, oppure seguire un singolo alunno che ha difficoltà (e così scopriamo che gli educatori non sono quelli che accompagnano gli handicappati in bagno ma pur volendo noi facciamo anche questo con dignità senza demoralizzarci e scomporci troppo).

Il sistema scuola ha la “fortuna” di poter “assorbire” i cambiamenti sociali gradualmente, e quindi ha il tempo di poter cambiare e per rispondere alle domande specifiche che di generazione in generazione cambiano, e perciò  mutano anche i bisogni educativi e formativi (e nonostante tutto la scuola non riesce quasi mai ad adeguarsi in tempi ragionevoli). Banalmente, fino a vent’anni fa, non era scontato fare inglese già dall’asilo, mentre al giorno d’oggi è d’obbligo, e ciò è accaduto, perchè, appunto, i tempi son cambiati.

04.09.2006 - Stabio: riapertura scuole. Nella foto un momento durante l'inizio delle lezioni presso la sede delle Scuole Elementari di Stabio con i giovani studenti e allievi impegnati. © Ti-Press/Benedetto Gallii

E siccome le cose son cambiate, son cambiati anche i bimbi che ti trovi in classe: mentre una volta gli stranieri erano i terroni e li riconoscevi perché al posto della mela, alla maestra, portavano la soppressata e le vocali erano aperte, oggi i terroni possono dichiararsi salvi dall’onta di essere nati al sud e possono sedersi ai primi banchi, perché i nuovi terroni sono gli stranieri.

Ma i terroni, anche se rubavano il lavoro ai polentoni, e anche se considerati buzzurri, avevano dei punti a loro favore che, purtroppo, gli stranieri non hanno: innanzitutto i terroni a mensa non avevano diete speciali perché del maiale non buttavano via niente, ma soprattutto, il crocifisso non gli creava scompensi. A pensarci bene, i terroni erano i più devoti e in cartella avevano la foto della Madonnina della grotta che li avrebbe accompagnati tutta la giornata, e nei temi lo raccontavano con dovizia di dettagli che:
“Zio Peppino aveva portato la statua di San Dionigi fino al santuario e il santo gli aveva fatto la grazia e Nonna Nunzia era guarita dai calcoli renali”.

I terroni di ieri, che hanno sopportato scherno e ingiustizia sui banchi di scuola  e che avevano problemi ad integrarsi, oggi hanno avuto la rivincita perché sono iscritti alla Lega, e per essere più raffinati hanno messo la soppressata nel risotto e, quindi, hanno integrato la cultura nordista con quella sudista alla perfezione.

E, dopo questa divagazione anni ’80-’90, torniamo alla questione inclusione: nella scuola, soprattutto ai primi gradi, quindi scuola dell’infanzia e primaria, è fondamentale che ogni alunno abbia le stesse possibilità di sviluppare le proprie potenzialità e di imparare, e nessuno deve essere lasciato indietro, e abbandonato a se stesso, soprattutto se i motivi sono culturali.
Un bambino ha il sacrosanto diritto di imparare anche se si chiama Abdul, ha la pelle scura e non è stato battezzato. Perciò, se oggi in Italia, per motivi politico-economici e per via di una rivoluzione culturale in atto, ci sono molti Abdul, la scuola deve essere in grado e preparata ad accogliere Carmelina, AntonGiulio, ma anche Abdul. La scuola italiana deve includere Abdul, perché un domani Abdul dovrà essere un adulto che vivrà in Italia e dovrà conoscere la cultura italiana (e un bimbo vessato ed emarginato non avrà molte possibilità di diventare un buon adulto ma creerebbe disagio).

Abdul se non è cristiano cattolico, può evitare di seguire la lezione di religione e fare altro, ma a pensarci bene, secondo la logica dell’inclusione, c’è qualcosa che non va. Perché la scuola, che ha il dovere di essere imparziale e non abbandonare nessuno, taglia fuori una fetta dei suoi alunni? Perché non si insegna la storia delle religioni, per creare quindi un momento di condivisione per tutti gli alunni che non escluda nessuno?1410964390-bimbistranieri

Ma andiamo avanti: ultimamente è impazzata la moda del presepe e del crocifisso in classe. Sembra un complotto dei costruttori di presepi  e crocifissi che vogliono incrementare il loro commercio. Spuntano su FB post nostalgici che inneggiano “Sì al crocifisso” e “ci stanno rubando la cultura”. Tutti devoti, cattolici e praticanti. Tutti gelosi della  propria cultura, che non conoscono. Perché, se la conoscessero, saprebbero, senza dubbio, che l’idolatria (statuette e oggetti sacri) non è ammessa dalla religione cattolica.
E che lo Stato è laico, e al massimo ci dovrebbe essere la foto del presidente della repubblica, nella scuola, faccio finta di non saperlo.

Perciò, riassumendo, la situazione è questa: la scuola ha il dovere di includere tutti i bambini, ma ci sono persone che trovano più importanti un crocifisso di plastica e quattro statuette, oggetti che ormai sono un futile adornamento, di cui ci si è ricordati dell’esistenza solo per un capriccio. E forse forse, ma non gridiamolo troppo forte, è un’azione politica che strumentalizza la questione per infondere odio, perché non si è in grado di gestire i cambiamenti che stanno avvenendo nel nostro Paese e, alla fin fine, con qualcuno, ce la dobbiamo prendere.

Forse l’immigrazione ha giustamente creato scompiglio, e si guarda ancor più cosa ci differenzia dall’altro, ma forse, la soluzione, non sarebbe l’esclusione, ma piuttosto, trovare un accordo, perché se così tante culture diverse si sono ritrovate nello stesso luogo, un motivo, ci sarà, e forse, per una volta, potremmo provare a mediare e ad imparare qualcosa l’uno dall’altro. Questo è un progetto molto difficile, ma inevitabile, visto che gli stranieri sono una realtà, e non possiamo far finta che non esistano.

So già che chi leggerà questo articolo mi accuserà di leggerezza e di non tenere abbastanza alla mia cultura, ma vorrei ricordare a queste persone che mi muoveranno tale accusa, che è da una vita che l’ora di religione viene spesso utilizzata per fare tutt’altro, perché non gli è mai stata data pari dignità, da molto prima che arrivassero gli stranieri. Anzi: gli stranieri, pur a migliaia di kilometri di distanza mantengono vivo il bisogno di coltivare il loro credo spirituale, sono sicuramente più bravi di noi da questo punto di vista, perché noi italiani, non siamo riusciti a coltivare qualcosa del genere pur “giocando in casa”. 

È una consuetudine potranno dire altri, peccato che in educazione non si agisce perché “si fa così da sempre”, ma perché c’è un motivo ben preciso: altrimenti esisterebbero ancora le bacchettate, ci si inginocchierebbe sui ceci, si indosserebbero le orecchie d’asino, sarebbe ammessa la pederastia, perché così si faceva nell’antica Grecia, perché così si è fatto per una vita. I tempi cambiano, i bisogni educativi anche.

Gli italiani vogliono ridare importanza ad oggetti come crocifisso, presepe, eccetera? Che incomincino a darci un significato che vada oltre a mero oggetto da arredamento, perché, quel crocifisso lasciato sopra alla lavagna, così  com’è, non ha nessun significato, e soprattutto non ha nulla di educativo, e questa è una mancanza grave: la scuola dovrebbe essere l’agenzia educativa per eccellenza.

L’unico compito a cui presepe e crocifisso stanno assolvendo, in questo momento, è quello di fomentare l’odio e il razzismo, perché sono diventati gli strumenti attraverso cui politici della più bassa lega si fanno notare.

Vorrei ribadire, inoltre, che la maggior parte delle nostre tradizioni sono frutto di incontro tra diverse culture, e che la cultura si arricchisce proprio con la diversità; la cultura non è certo statica, ma in continuo mutamento. Banalmente l’albero di Natale che si trova nelle case della maggior parte degli italiani è pagano e nasce dalla cultura anglosassone (andate a ripassarvi Enrico VIII e i suoi rapporti col Papa) e fu ideato dalla regina Vittoria per festeggiare il ritorno dalla guerra del marito.

Concludo, infine, ricordando che la purezza etnica non esiste, ma siamo tutti ibridi e imbastarditi, e che la Storia ci insegna che l’ultimo che non credeva in questa cosa, ha sterminato milioni di persone, rinchiudendole in campi di concentramento.

SALVINI

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