La Bosnia-Erzegovina vent’anni dopo la fine della guerra

Sono passati vent’anni dal giorno in cui i signori Slobodan Milošević (Presidente della Serbia e rappresentante degli interessi dei serbo-bosniaci), Franjo Tuđman (Presidente della Croazia) e Alija Izetbegović (Presidente della Bosnia Erzegovina) firmarono gli accordi di Dayton. Il trattato pose fine alla guerra in Bosnia, un conflitto durato tre anni, nei quali persero la vita più di 100 mila persone. Uno scontro atroce, che vide come vittima principale la popolazione civile, una guerra che mise a rischio la credibilità della comunità internazionale a causa del tardivo intervento. Si parlò poco di quello che stava succedendo nei Balcani, una zona del mondo che sembrava non interessare a nessuno, un conflitto che verrà ricordato come uno dei più sanguinosi di sempre. L’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia recente, durò 1425 giorni, con la ricomparsa dei campi di concentramento (ebbene sì, negli anni novanta nella ormai ex-Jugoslavia c’erano i campi di concentramento). Infine la strage di Srebrenica, dichiarata zona protetta dall’ONU, nella quale persero la vita più di 8000 persone. La cifra esatta non si sa ancora, forse non si saprà mai.

L’accordo (stipulato tra il 1° e il 21 Novembre e firmato a Parigi il 14 Dicembre 1995), sancì la creazione di due entità interne allo Stato della Bosnia Erzegovina: la Federazione Croato-Musulmana e la Republika Srpska, più il distretto di Brčko. Venne data la possibilità ai profughi di ritornare nei propri paesi di origine, e vennero facilitate le possibilità di cooperazione tra i tre stati firmatari.

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Le due entità create dall’accordo hanno a disposizione poteri autonomi in molti settori, nonostante siano inserite in una struttura statale unitaria. La Bosnia da quel giorno è diventata una Jugoslavia in miniatura, uno stato, due entità e tre nazioni. Alla presidenza del paese si alternano ogni otto mesi, un serbo, un croato e un musulmano. Ancora più complessa è la struttura legislativa, ciascuna entità possiede un parlamento locale. La Republika Srpska è dotata di un’assemblea legislativa unicamerale, la Federazione Croato-Musulmana di un organo bicamerale. All’epoca del trattato la principale preoccupazione per la comunità internazionale era quella di porre fine alla guerra, obiettivo riuscito, ma gli accordi di Dayton hanno dato vita a numerosi problemi.

Chi non fa parte dei tre popoli costitutivi non può partecipare alla politica attiva, a patto che non rinneghi la propria appartenenza entico-religiosa. Oltre ai rom e gli ebrei, ci sono altre 17 minoranze che vivono nel paese. Nel 2009 la Corte di Strasburgo ha accolto la sentenza Sejdić-Finci, nella quale vennero uniti i due casi presentati da Dervo Sejdić e Jakob Finci (rom il primo, ebreo il secondo) ai quali venne negata la possibilità di candidarsi alla presidenza del paese. La Corte ha condannato la Bosnia per la violazione della convenzione Europea sui diritti umani. La sentenza, però, non è stata applicata: secondo alcuni potrebbe portare ad una nuova guerra, secondo altri velocizzerebbe l’ingresso del paese nell’Unione Europea, un’entrata che non farebbe comodo a molti politici corrotti.

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La strada europea del paese è stata aperta nel 2003. La Bosnia Erzegovina ha firmato il patto di stabilizzazione e accessione (Asa) con l’UE nel 2005, il primo decennio dopo gli accordi di Dayton è stato più fruttuoso rispetto a quello successivo. Le contraddizioni del sistema costituzionale del paese sono diventate il vero peso di un’europeizzazione in grado di costruire istituzioni democratiche secondo i criteri di Copenaghen. Il caso Sejdić-Finci ha mostrato quanto il paese abbia bisogno di una riforma costituzionale in grado di proporre un modello di cittadinanza sostanziale, che includa tutti i cittadini della Bosnia Erzegovina, senza privilegiare i membri dei tre popoli costituenti (bosgnacchi, serbi-bosniaci e croati-bosniaci a danno dei cosiddetti “altri”). L’unica soluzione per il paese è l’integrazione europea, nonostante l’UE abbia dichiarato che non ci sarà alcun allargamento per i prossimi cinque anni, all’inizio di giugno di quest’anno l’Asa tra Sarajevo e Bruxelles è entrato in forza. I primissimi passi di un certo progresso.

Torniamo ai problemi. Nel 2013 è stato fatto il primo censimento dopo più di dieci anni, i dati ufficiali non sono stati resi noti, ma secondo le stime il 35% della popolazione si è dichiarata “altro”; né serbi, né croati, né musulmani. I dati ufficiali non vengono pubblicati perché si teme che possano dare il via ad un nuovo conflitto. Questa separazione tra croati, serbi e bosniaci musulmani, è considerata normale, in realtà è la causa delle enormi problematiche del paese.

A partire dalle scuole, nella federazione croato-musulmana esiste un’entrata per i bambini croati e un’altra per i bambini bosniaci musulmani, la campanella della ricreazione suona in due orari differenti, per impedire che gli scolari si incontrino nel cortile. Nella maggior parte delle scuole anche i programmi sono differenziati in base al gruppo etnico di appartenenza, soprattutto nelle materie di storia, geografia e letteratura. Nel 2007 il Ministro dell’Educazione per il Cantone Centrale Greta Kuna, dichiarò che le scuole divise non sarebbero state cancellate perché, a sua detta, “non si possono mischiare mele e pere. Le mele vanno con le mele, e le pere con le pere”. L’associazione no-profit The Genesis Project ha iniziato a lavorare nel settore dell’istruzione bosniaco dal 2009, con l’impegno di cancellare le scuole divise e creare scuole nelle quali bambini di diverse etnie si possano sedere uno di fianco all’altro.

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La città di Mostar è l’esempio eclatante delle conseguenze di queste separazioni, la città è divisa in due dal fiume Neretva. È diventata un simbolo del conflitto dopo che i croati distrussero il ponte che collegava la parte orientale della città con quella occidentale. Fu demolito per impedire qualsiasi contatto tra le due etnie che la abitavano, nella parte occidentale la comunità croata e in quella orientale i musulmani bosniaci. Il ponte è stato ricostruito nel 2004, oggi non è più un simbolo di collegamento, rappresenta la separazione, sembra che ad utilizzarlo siano solo i turisti.

L’anno scorso nelle strade bosniache a distanza di anni è ricomparsa la violenza, l’esasperazione dei cittadini ha raggiunto il culmine,  la corruzione a tutti i livelli, la discriminazione dei cittadini, uno stato nazionalista e la disoccupazione giovanile altissima, hanno causato l’ira della popolazione. Tantissimi i giovani che, frustrati e stanchi di condizioni di vita impossibili, hanno abbracciato la fede islamica. Durante la guerra in Bosnia, numerosi mujahidin arrivati da Arabia Saudita, Afghanistan e Cecenia, si schierarono al fianco dei bosniaci musulmani. Molti di loro dopo la fine del conflitto sono rimasti, adottando un Islam radicale, quello wahabita, diverso dall’Islam tradizionale locale. Si tratta di una forma estremamente rigida di Islam sunnita, che prevede l’interpretazione letteralista del Corano. I wahabiti credono che tutti coloro che non praticano l’Islam secondo le modalità da essi indicate siano pagani e nemici dell’Islam. Questa rigidità ha portato a un’interpretazione sbagliata e distorta della religione. Dalla Bosnia negli ultimi anni uomini e donne di tutte le età sono andati in Iraq e in Siria a combattere al fianco dell’Isis. La maggior parte di loro sono giovani, che non vedendo alcun futuro nel proprio paese, seguono la fede in maniera ossessiva e si ritrovano a combattere senza neanche sapere per chi o per cosa.

Per ultima, la volontà della Republika Srpska di ottenere l’indipendenza. Tutto è iniziato nel 2006, quando il partito SNSD si è insediato al potere, il presidente Miloran Dodik in questi anni ha continuamente spinto per l’indipendenza della repubblica. L’anno scorso ha dichiarato che la Republika Srpska è come la Crimea. Questa visione non è stata appoggiata da nessun politico o intellettuale bosniaco. Bisogna ricordare che la Republika Srpska non ha mai fatto parte della Serbia (a differenza della Crimea che è legata storicamente alla Russia) e le due entità che formano la Bosnia, esistono dal 1995. Quindi la possibilità di una secessione sembra al quanto remota, ma il fatto che gli accordi di Dayton non funzionano è alla luce degli occhi di tutti.

Concludo con le parole che Richard Holbrooke, artefice degli accordi, rilasciò nel 2005: “A Dayton la cosa importante era fermare la guerra, nessuno avrebbe mai creduto che la Bosnia sarebbe sopravvissuta per dieci anni”.

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