Stampate moneta, vogliamo inflazione! Dannata inflazione, aumenta tutto.

Cercando materiale sull’argomento “inflazione-deflazione” mi sono trovato di fronte ad un articolo del Corriere della sera con un’intervista a Fabio Panetta, vicedirettore generale di Banca d’Italia (nota 1). Eccone un estratto:

 Pier Carlo Padoan dice che l’inflazione è troppo bassa. Condivide?
«Condivido, e non da oggi. È da tempo che l’inflazione è ben al di sotto dell’obiettivo che ci siamo dati nell’area euro. E potrebbe restare su livelli troppo bassi ancora per diversi trimestri».

Come deve reagire la Bce?
«Bé, credo che questo quadro richieda un’azione decisa da parte del sistema europeo delle banche centrali. È per questo che il presidente della Bce Mario Draghi è tornato a sottolineare che il Consiglio direttivo sta valutando l’opportunità di adottare misure ulteriori».

Quello sull’inflazione è sempre stato un argomento dibattuto in accademia, in banca, nei talk show e, perché no, anche su internet e al bar. L’italia sembra essere uscita dalla deflazione (circa lo 0,2% rispetto al mese scorso, nulla di che). Ma nonostante questo, si teme un rallentamento complessivo dell’inflazione dell’Eurozona, come rivelato da Euronews (su dati EUROSTAT) il 30 ottobre (nota 2). Il prossimo grafico mostra la “danza” dell’inflazione nell’Eurozona dalla sua formazione ai giorni nostri (nota 3). Nonostante la volontà (e gli obiettivi) della BCE di mantenere l’inflazione sotto il 2%, ciò sembra davvero molto lontano dalla realizzazione.

HICP Europa – inflazione armonizzate europea

Ma noto una cosa curiosa. Quando si è in inflazione, per ottenere stabilità nei prezzi, i consumatori sono disposti a vedere disinflazione (magari attraverso manovre restrittive), ma quando si è in stabilità dei prezzi, pur di vedere l’effetto di circolazione del reddito (come testimonianza di una domanda in rialzo) si è disposti a supportare i costi dell’inflazione.  Ma quali sono i costi dell’inflazione? Questo è ancora oggi un motivo di scontro tra scuola monetarista e keynesiana.

Infatti, l’inflazione è un fenomeno indesiderabile, ma si fatica a spiegare perché.
Partiamo dalle cause dell’inflazione. Anche qui abbiamo due interpretazioni: l’inflazione da domanda e l’inflazione da costi. Mentre la prima è sia keynesiana che monetarista, la seconda è esclusivamente keynesiana. Nel caso dell’inflazione da domanda poniamo che l’inflazione sia causata da uno shock di domanda aggregata (ad esempio, a seguito di un aumento delle esportazioni), da un aumento della quantità monetaria circolante oppure da un aumento della spesa pubblica, secondo questo schema:

Inflazione da domanda.

Inflazione da domanda

Solitamente, l’inflazione da domanda è passeggera, sempre che la banca centrale non ponga una politica accomodante nel tempo.
L’approccio monetarista descrive il processo di aumento dell’offerta di moneta come responsabile dell’aumento della domanda aggregata. I keynesiani, per contro, porranno lo spostamento della domanda aggregata a seguito dell’aumento dell’efficienza marginale del capitale (nota 4), in una crescita inattesa  degli investimenti privati, i quali faranno spostare la IS (nota 5) generando (in condizioni di equilibrio precedente) un eccesso di domanda aggregata e un aumento della spesa pubblica.
Mentre nella prima versione, l’aumento della domanda provocata un aumento dei salari (determinando lo spostamento della curva di offerta aggregata verso sinistra), la seconda pone che i salari monetari si adeguino in ritardo alla variazione dei prezzi, generando un effetto redistribuivo a favore del profitto e a scapito dei salari. Tuttavia, una volta ottenuti i salari adeguati, la redistribuzione avviene a favore loro e a scapito dei capitalisti. Data la nuova redistribuzione, avendo i lavoratori una diversa propensione al consumo (maggiore di quella dei capitalisti), questo darà nuovo impulso all’inflazione attraverso l’eccesso di domanda aggregata.

La seconda teoria è quella dell’inflazione da costi, ovvero che l’inflazione derivi da un fattore di contrazione dell’offerta aggregata (come l’aumento dei salari), con seguente diminuzione dell’output e innalzamento del livello dei prezzi, secondo questo schema:

     Inflazione da costi

In questo caso (in mercato perfettamente concorrenziale) l’eccesso di offerta aggregata tenderà a determinare una diminuzione di salari e prezzi e lo spostamento della curva di offerta nel punto originario.

L’inflazione potrebbe, in realtà, essere solo un fenomeno politico, non dettato dalle reali variabili del mercato della moneta (inteso come pura domanda-offerta in ottica di mercato). Infatti, negli anni ’70, con la Grande inflazione, i due Paesi che non furono accondiscendenti nei confronti dei sindacati (ovvero Germania e Svizzera) non ebbero modo di subire un’inflazione alta e permanente come in Italia.

Ma quali sono i costi dell’inflazione?
Dobbiamo in realtà definire due possibili stati inflazionistici: attesa e inattesa. L’inflazione attesa (in modello concorrenziale e con perfetta allocazione delle risorse) costituisce una tassa sulla disponibilità di circolante
. Ma, seguendo la Critica di Lucas, le azioni di politica economica si riflettono sui comportamenti degli agenti economici, realizzando, a volte, un effetto negativo. L’inflazione attesa genera una perdita di benessere quando questa influisce sulla propensione delle persone di domandare moneta, nella fattispecie una quantità inferiore a quella ottimale (poiché il tasso nominale si alza, nota 6). Pertanto l’inflazione attesa ha effetti negativi sul benessere degli individui, ma anche sull’allocazione delle risorse. Inoltre, porta a un’espansione anomala del sistema finanziario (poiché le banche debbono incontrare una domanda maggiore, con una conseguente apertura di nuove filiali), generando così la sottrazione di risorse ai settori produttivi.

Passiamo ora ai costi di inflazione inattesa, che sono di cinque tipi: incertezza sul contenuto informativo dei prezzi relativi, riflessi sul processo di aggiustamento dei prezzi, incertezza sul livello dei prezzi, riflessi sula produttività sociale della moneta, ridistribuzione indesiderata di ricchezza e reddito.

Nel primo caso, in ambito inflazionistico, si tende a confondere prezzi assoluti con prezzi relativi, generando inefficienze nella produzione.

Nel secondo caso: essendo la frequenza di variazione dei prezzi strettamente collegata al tasso di inflazione, ed essendo l’aggiustamento a livello di equilibrio costoso, tanto più elevata è la crescita dei prezzi tanto più elevati sono i costi di una variazione dei prezzi. Questo causa una distorsione dei beni con prezzi perfettamente flessibili e di quelli rigidi, e si associa a una distorsione dell’allocazione delle risorse e del livello dell’output.

Nel terzo caso: l’incertezza sul tasso d’inflazione futuro tende a distorcere l’allocazione delle risorse. In primo luogo (in assenza di attività finanziarie indicizzate all’inflazione) l’accresciuta incertezza sul livello futuro dei prezzi può accrescere il grado di attività intese come bene rifugio. In secondo luogo, l’incertezza futura dei prezzi può scoraggiare gli individui a contrarre contratti a lungo termine, In terzo luogo, i datori di lavoro potrebbero reagire ad una maggiore incertezza chiedendo un più elevato premio al rischio, aumentando il costo del finanziamento alle imprese.

Nel quarto caso, anche nei momenti di inflazione relativamente contenuta, essa può comportare costi rilevanti in caso questo minasse la funzione sociale della moneta come unità di conto e i sistemi affini (come il sistema dei pagamenti).

Nel quinto caso, l’inflazione porta effetti redistribuivi. Vengono favoriti i debitori e sfavoriti i creditori, i soggetti che percepiscono redditi nominali fissi (es. i lavoratori) a vantaggio di chi li paga (es. gli imprenditori). L’inflazione (intesa come redistribuzione tra privati e Stato) può prendere la forma di un’imposta (il cosiddetto signoraggio). Quindi lo Stato potrebbe utilizzare l’inflazione per ottenere reddito da imposta.
Ma nel rapporto tra privati, un effetto redistribuivo genera un conflitto tra gruppi di interesse (pro e contro inflazione). È il caso della Grande inflazione degli anni ’70. Un modo per prevenire gli effetti redistribuivi è quello di indicizzare al tasso di crescita dei prezzi il reddito e la ricchezza (o il suo tasso di rendimento). Nonostante questo, l’indicizzazione non viene spesso adottata poiché 1) l’attuazione è costosa 2) i paesi i quali adottano questo sitema sono più inclini a generare eccessi di domanda e di offerta, con conseguente inflazione.

Nonostante questo, neanche la deflazione va presa alla leggera. La deflazione rappresenta il contrario dell’inflazione, ovvero l’andamento negativo dei prezzi (nota 7), causata, solitamente, dalla stagnazione della domanda aggregata. Qui andiamo nell’attualità (poiché l’epoca di surriscaldamento dell’economia europea è declinata dal 2012 ad oggi). Nonostante la deflazione possa apparire momentaneamente positiva (in quanto i salari, in termini di beni, sono maggiori fino a nuovo aggiustamento), la deflazione non comporta la diminuzione di un solo prezzo, ma di tutti i prezzi. E qui casca l’asino: se l’attesa pone una deflazione anche nel futuro, il momento per spendere non arriverà mai.
L’esperienza giapponese insegna che la diminuzione dei prezzi non si ferma ai consumi, ma nel tempo si trasmette ai costi della produzione e ai salari. Quando le imprese si trovano di fronte ad acquirenti poco propensi a consumare (con difficoltà ad alzare i prezzi) difficilmente daranno aumenti ai fornitori, i quali rifaranno su dipendenti.

Tale rischio assume un ruolo del tutto particolare quando le imprese sono indebitate con le banche, e non direttamente con i privati. Le difficoltà in cui le imprese si dibattono allarmeranno, infatti, le banche, le quali cercheranno di ridurre la parte del loro patrimonio formata da debiti delle imprese e, per la parte restante, tenderanno a prediligere impieghi il più possibile liquidi e privi di rischi. E se la banca centrale espanderà la base monetaria nel tentativo di rilanciare l’economia, assisteremo al paradosso di un credit crunch che ha luogo proprio quando le banche nuotano nella liquidità.  Il ristagno dell’economia è stato affrontato dalle Banche centrali con il QE. Nonostante questo, in Eurozona non è arrivato subito. All’epoca dello scoppio di Leman Brothers, il presidente della BCE Trichet pose un aumento del tasso di interesse, al posto di un allentamento:

https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2008/html/sp081107.it.html

Nonostante la stretta creditizia, ci fu una ricrescita inflattiva dal 2010 al 2012. Dal 2009 si vide la fine della recessione americana, ma iniziò la crisi dell’euro e lo spaccamento dell’Europa in due fasce, Nord e Sud, rivelando le criticità dell’unione monetaria. Oggi l’Eurozona fatica a ricrescere e il comportamento dei paesi “locomotiva” non aiuta.

Nonostante i recenti scandali, la macchina tedesca non si ferma se non di poco. Inoltre, i tedeschi detengono una quota di risparmio maggiore della Cina. Quindi, se la Germania non vuole vedere la fine dell’Eurozona e dell’UE dovrà impegnarsi perché quel surplus venga impiegato anche in Paesi quali l’Italia.

In conclusione, ci sono alcuni effetti deflattivi da considerare: se, nella caduta dei prezzi, si ravvisa un male da evitare, e non un bene da promuovere, a dubitare di se stessi dovrebbero essere non solo i banchieri centrali, ma anche gli economisti.
Gli argomenti usati a favore della deflazione sono di solito due.
Il primo, oggi molto in auge, è basato sull’effetto Pigou
, dove Il settore privato vanta dei crediti nei confronti del governo (incorporati in titoli di stato) e della banca centrale (incorporati per lo più in banconote), il cui valore è espresso in termini nominali. Al diminuire del livello generale dei prezzi, il valore reale di tali crediti aumenta. Divenute più ricche, e avendo perciò meno motivi per accumulare nuova ricchezza attraverso il risparmio, le famiglie aumentano i propri consumi.

Il secondo argomento si basa su quello che viene chiamato effetto Keynes dove la riduzione dei prezzi, aumentando il valore reale della quantità di moneta in circolazione, dà luogo, non diversamente da un aumento di quest’ultima quantità, a una diminuzione dei tassi di interesse, che a sua volta esercita un’influenza positiva sugli investimenti (e sui consumi, nella misura in cui sono anch’essi finanziati tramite l’indebitamento). I debiti e gli interessi sono pagati dai consumatori con i redditi monetari degli anni successivi. E se i prezzi dei prodotti, e dunque i redditi monetari di chi partecipa alla produzione, diminuiscono nel tempo, il servizio del debito assorbirà una parte crescente degli introiti dei consumatori. A ciò va aggiunto che i consumatori non possiedono solo banconote e titoli di stato, il cui valore nominale rimane invariato, ma anche case e azioni, i cui prezzi, in condizioni di deflazione, tenderanno anch’essi a diminuire. Così la deflazione, se da una parte arricchisce i possessori di banconote e titoli di stato, dall’altra impoverisce i possessori di case e di azioni.

Per quanto riguarda l’effetto Keynes, va osservato che l’esborso monetario richiesto dall’investimento precede di molto gli introiti monetari che da esso ci si attendono. Ne segue che l’aspettativa di prezzi calanti deprime i saggi di rendimento attesi (l’efficienza marginale del capitale). Alcuni progetti di investimento verranno abbandonati, altri verranno rinviati per trarre vantaggio dalla diminuzione dei prezzi dei beni capitali (a un analogo rinvio potrà essere soggetto l’acquisto di alcuni beni di consumo). La conclusione cui Keynes perviene è che l’effetto negativo della caduta dei prezzi sulle aspettative si unisca a quello sull’onere reale dei debiti nell’esercitare un’influenza depressiva sulla domanda aggregata che come minimo compensa, e probabilmente sopravanza, l’influenza espansiva della diminuzione dei tassi di interesse. In quel senso si è utilizzato il concetto di liquidity trap, dove la politica monetaria diviene inefficace nonostante la diminuzione del tasso di interesse.

Benché i guasti della deflazione non richiedano affatto, per manifestarsi, che si verifichi la trappola della liquidità, l’argomento ha il merito di richiamare l’attenzione su un problema reale: l’inefficacia della politica monetaria nel far ripartire gli investimenti. Inefficacia che ha però la sua radice ultima nella circostanza che la politica monetaria svolge un ruolo puramente permissivo: essa consente di investire a chi ha motivi per farlo, ma non obbliga nessuno a investire se i motivi per farlo difettano perché la domanda è depressa e i prezzi cadono.
Il testo considerato la Bibbia della macroeconomia è il Macroeconomia di Blanchard, la quale pone il miglior tasso di inflazione generalmente riconosciuto tra lo 0 e il 2%. Nonostante questo, un’inflazione leggermente più elevata non avrebbe probabilmente un effetto di eccessiva redistribuzione. Ma forse prima di parlare di inflazione al 5%, dovremmo muoverci dallo 0…

Fonti:
G.B. Pittaluga, Economia monetaria, ed. Hoepli, Milano, 2012
Francesco Daveri, L’Italia, la deflazione e la “sindrome giapponese”, dal Corriere della Sera del 1/11/2013
Annamaria Simonazzi e Fernando Vianello, Deflazione. La memoria breve degli economisti, da Il messaggero del 31/5/2003

Note:

  1. https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-direttorio/int-dir-2015/Panetta-261015.pdf
  2. http://it.euronews.com/2015/10/30/eurozona-inflazione-preliminare-ferma-nell-ultimo-anno/
  3. http://it.global-rates.com/statistiche-economiche/inflazione/indice-dei-prezzi-al-consumo/hicp/eurozona.aspx
  4. Rappresenta il saggio di rendimento atteso da investimenti addizionali in capitale fisso ed esprime il rapporto quantitativo esistente tra i ricavi previsti ed i costi del capitale addizionale. Gli investimenti fissi risultano convenienti quando l`efficienza marginale del capitale si mantiene al di sopra del saggio di interesse e cioè del costo dei mezzi di finanziamento degli investimenti. L’efficienza marginale del capitale tende normalmente a diminuire al crescere del volume degli investimenti. Una riduzione dell’efficienza marginale del capitale non dà luogo ad una riduzione dei prezzi ma ad una diminuzione del livello di attività, che a sua volta scoraggia gli investimenti e riduce i consumi. La riduzione della domanda dà luogo ad una diminuzione della produzione, creando le basi per una contrazione della domanda. (http://www.bpp.it/glossario?p_p_id=54_INSTANCE_nCXE3GcP9rDH&p_p_lifecycle=0&p_p_state=normal&p_p_mode=view&p_p_col_id=column-2&p_p_col_count=1&_54_INSTANCE_nCXE3GcP9rDH_struts_action=%2Fwiki_display%2Fview&_54_INSTANCE_nCXE3GcP9rDH_nodeName=Glossario&_54_INSTANCE_nCXE3GcP9rDH_title=EFFICIENZA+MARGINALE+DEL+CAPITALE)
  5. IS: curva del modello macroeconomica IS-LM. Descrive tutte le combinazioni di tasso di interesse e reddito per cui il mercato dei beni e dei servizi è in equilibrio. ha andamento discendente ed è derivata dalla croce keynesiana (per approfondimenti https://www.unirc.it/documentazione/materiale_didattico/600_2012_325_14986.pdf)
  6. Tasso di interesse nominale: tasso di interesse reale addizionato dell’inflazione secondo l’identità di Fisher i=r+P. Quando l’inflazione si alza, la domanda di moneta (descritta come saldi monetari, ovvero la quantità monetaria circolante fratto il livello dei prezzi M/P) scende rispetto a quando l’inflazione è 0 (i=r).
  7. L’aumento dei costi a tassi decrescenti si definisce “disinflazione” e detiene un costo chiamato tasso di sacrificio, ovvero il numero di punti di PIL a cui si deve rinunciare per ottenere una diminuzione dell’1% dell’inflazione.
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