L’euro e l’inflazione: un falso storico

«Da quando c’è l’euro, il mio stipendio è stato cambiato 1:2000, i prezzi 1:1000. Dannato euro, ora compro la metà!»

Penso che sentire i luoghi comuni sia il modo migliore per capire il proprio livello di conoscenza. Quando si sentono luoghi comuni o analisi “semplicistiche” si possono vedere come le nozioni imparate possano spiegare determinati fenomeni. E, beh, da quando internet ha dato la possibilità (a tutti, e sottolineo TUTTI)  di diventare docenti solo per aver letto ventimila battute sul blog di uno sconosciuto essere il quale parla di economia monetaria senza aver mai aperto un dannatissimo libro di macroeconomia in vita sua e nelle vite precedenti, capisci una cosa: le persone non vogliono sapere. Perché a cercarle, ci sono le tesi, i documenti in PDF scaricabili gratuitamente oppure le biblioteche. E… no. Ma se, dopo la mole di informazione accademica presente in rete continuate imperterriti perché l’informazione mainstream non vi si addice perché mainstream… un albero ha prodotto ossigeno per voi oggi. Gli dovete delle scuse.

Ma dopo questo pappone insipido sull’informazione e il classico lamento intellettuale sull’internet di uno che per comunicare usa internet (10+ alla mia coerenza), iniziamo. La transizione verso l’UME ha avuto un antefatto alquanto immerso nel passato. È dal 1978 che si parla di Sistema Monetario Europeo e, all’epoca, uno degli effetti più rilevanti fu proprio la diminuzione dell’inflazione, come si vede dalla figura:

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L’inflazione fu ridotta in parte attraverso pegging di cambio (ovvero la fissazione della valuta di un paese ad un valore fisso rispetto alla valuta di un altro paese, in questo caso più forte) oppure attraverso diminuzione dell’offerta di moneta (ome avvenne all’epoca del post Tangentopoli, quando Amato operò una finanziaria da 90 mila miliardi associate a politiche della BI sotto il governatorato di Fazio). Dal 2002 al 2004, però, a seguito del changeover, vi è stata una certa sensazione di raddoppio dei prezzi, e ho usato il termine “sensazione” perché, per quanto la percezione di un fenomeno non sia mai completamente staccata dai fatti reali, non è detto che trovi riscontro nelle analisi. È esattamente quello che successe nel caso del changeover.

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UnbenanntQuesto può aver influito sulle percezioni poiché gli aumenti di prezzo di questi beni sono avvertiti maggiormente dai consumatori. Inoltre, i consumatori tendono a prestare maggiore attenzione agli aumenti di prezzo, piuttosto che alle riduzioni, generando così delle distorsioni nelle percezioni, dato che non solo i rincari, ma anche i ribassi influiscono sull’inflazione. Inoltre non è detto che il fenomeno inflazionistico sia correlato al fenomeno monetario, quanto a fattori come l’aumento dei costi di produzione. Questo da solo può spiegare perché inflazione percepita ed effettiva non sono allineate. Non è chiaro se questo meccanismo possa da solo spiegare l’entità della differenza, ma, d’altra parte, neppure si sa quanto sia questa differenza poiché l’indicatore dell’inflazione percepita è solo qualitativo. Inoltre,anche le attese a priori sui prezzi futuri influenzano le percezioni. Infatti, se le persone sono già convinte che vi sarà un incremento dei prezzi, ci sono maggiori probabilità che poi questi aumenti vengano realmente avvertiti. I consumatori non hanno un’idea definita dell’inflazione intesa nelle misurazione marcoeonomistiche riscontrabili nei documenti statistici e quindi, spesso sbagliano anche solo i termini di misurazione e gli effetti dell’inflazione.

L’utilizzo di vari metodi di pagamento può aver influito. Infatti, il prezzo dei beni e servizi, il cui pagamento avviene generalmente in contanti, viene ricordato maggiormente e ha un peso superiore nelle percezioni, rispetto a quei prodotti che vengono pagati con bonifici automatici. Il paniere personale del singolo individuo differisce da quello medio calcolato dall’Istat, per cui l’inflazione individuale potrebbe non coincidere con quella ufficiale, riferita ai consumi medi delle famiglie italiane. Ad esempio, vi possono essere distinzioni perché alcune voci di spesa del paniere, che sono importanti per certe persone, hanno invece una scarsa incidenza nel paniere Istat, poiché riguardano una percentuale limitata di individui.

I media, in aggiunta, giocano un ruolo importante in tutto ciò, in quanto, a causa della forte attenzione che hanno rivolto al fenomeno dell’inflazione e al caro-vita (soprattutto negli anni successivi al changeover), potrebbero aver influenzato l’opinione pubblica, alimentando la percezione di un aumento generalizzato dei prezzi. Sono state anche riscontrate distorsioni nel ricordo dei prezzi: ovvero invece di confrontare il livello attuale dei prezzi con quello dell’anno passato, spesso i consumatori fanno riferimento a prezzi ancora anteriori, attribuendo quindi stime non corrette.

In ultima analisi, una spiegazione prevista anche dagli studi ex ante sull’inflazione post changeover. Infatti, ponendo che gli operatori avrebbero fissato i prezzi attraenti in lire avrebbero causato un forte impatto attraerso la ridenominazione dei prezzi in euro sull’inflazione. I prezzi attraenti sono stati classificati in 3 categorie:

  • Psiologici, quando si ritiene che le ultime cifre siano inconsciamente sottovalutate (es: 2 euro per 1,99);
  • Frazionali, praticati per semplificare i resti in moneta metallica e rendere i pagamenti più veloci (es: 1,70 euro per 1,67);
  • Esatti, fissati tipicamente per importi elevati e che non comportano l’uso di banconote di piccolo taglio o monete nel resto (es: 50 euro).

Visto l’uso di arrotondamenti in Italia all’epoca, si temeva effettivamente una variazione dei prezzi dovuta all’arrotondamento. Alla fine del periodo di doppia circolazione, alcune imprese continuarono a fissare i prezzi con la doppia quotazione. Questo portebbe essere giustificato dall’abitudine dei consumatori ad orientarsi in lire. Ma, nel periodo ex post, le quote di prezzi attraenti per arrotondamento diminuirono dal ’90 al 20% a Gennaio 2002, salvo poi risalire gradualmente al 50% a Ottobre 2002. Ma le misurazione concludono che, su un’inflazione annuale del 2,4% nel 2002, l’effetto di arrotondamento si sia collocato a 0,75% dell’inflazione e questo non spiega certo la variazione del 70% visibile nel grafico sopra.

In conclusione, diversi aspetti hanno generato più aspettative di inflazione (come le variazione di aumento dei prezzi dei beni comprati con maggiore frequenza) che inflazione dovuta ad arrotondamenti effettivi e penso che una gran parte del fatto sia dovuto alla difficoltà di approcciare l’euro che si è radiato fino a divenire parte della cultura popolare. A questo punto, penso che l’albero ricomincerà a dare ossigeno e i risparmierà la vita, per ora.

Fonti:
Paolo del Giovane, Francesco Lippi e Roberto Sabatini, L’euro e l’inflazione, ed. Il Mulino, Bologna, 2005
Monia Ascone, Inflazione: definizione, effetti, percezione, tesi discussa nell a.a 2011/2012 presso l’Università degli studi di Siena, dipartimento di Economia (scaricabile gratuitamente)
Luigi Giuso, Inflazione percepita e rilevata da http://www.lavoce.info/

Note:

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