Quiet is the new loud: the show

“La prima volta che ci siamo incontrati, quindici anni fa, mi hai chiesto se conoscevo Platone”, esordisce Fabio de Luca guardando con un sorriso interrogativo il ragazzo norvegese dai capelli rossicci. Erlen, un po’ spaesato, risponde con aria realmente stupita “Oh davvero?”, la platea scoppia a ridere e applaude, mentre l’elettricità dello spettacolo che sta cominciando in questo freddo venerdì sera bolognese inizia a diffondersi nella sala.

Protagonisti due ragazzi di quarant’anni, uno più alto e magro dell’altro, altresì noti con il nome di Kings of Convenience. È un concerto intervista, quello di ‘sta sera, una forma davvero particolare e intima di presentare un disco, soprattutto se lo stai facendo quindici anni dopo la sua uscita.

Erlen e Eirik sono seduti comodamente su un divano posto in una sorta di salotto improvvisato sul palco. “E dopo che mi hai chiesto se conoscevo Platone mi hai disegnato, su un pezzo di carta, una cartina geografica estremamente dettagliata”. La folla ride ancora, e sta volta è Eirik a rispondere “è una sua specialità quella di disegnare mappe, anche in situazioni sociali”, Erlen ammicca un po’. La conversazione vira sull’anno di uscita dell’album, risalente appunto al 2000. Quiet is the new loud, e già il titolo richiama l’attenzione: è un’affermazione, ci racconta Eirik, quindi puoi essere d’accordo o meno. E’ un rischio certo, dal punto di vista del mercato, ma allo stesso tempo invoglia e incuriosisce l’ascoltatore.

“Oh ma ora mi ricordo perché ti ho parlato di Platone, certo!” esclama dal nulla Elren, agitando le braccia magroline per cercare lo sguardo dell’intervistatore – rivolgendosi ora al pubblico – Conoscete Platone, no? Lui aveva questa teoria del Mondo delle idee, in cui è come se…se ci fosse un cavallo grande da cui sono state fatte molte copie di cavalli piccoli nel Mondo reale, e insomma, è un po’ come quando si scrive una canzone: non riuscirai mai a registrare una versione perfetta, identica a quella che hai in mente, ma potrai solo ottenere una versione ok, sarà soltanto un cavallo… divertente!”. Il pubblico applaude ammirato e divertito, e il duo norvegese si sposta verso le chitarre, dando inizio al concerto vero e proprio.

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I KOC al Teatro Antoniano di Bologna

Suoneranno la side A del disco, contenente alcuni dei pezzi più famosi, accompagnati solo da un paio di chitarre e dalle loro ipnotiche voci vellutate. Le luci si abbassano e comincia la magia.

Parole strazianti aprono il primo brano, Winning a battle, losing the war, e la voce di Eirik ti fa tremare le ginocchia: Even though I’ll never need her / even though she’s only given me pain / I’ll be on my knees to feed her. La platea è incantata da tanta semplicità e franchezza, e per un momento è come se ognuno fosse di nuovo nella propria cameretta e stesse ascoltando proprio quella canzone, tanta è l’intimità che trasmettono queste note. In un certo senso si potrebbe provare quasi dell’imbarazzo, ma le abilità da showman di Erlen ci distraggono ancora.

I KOC al Teatro Antoniano di Bologna - Foto di Maria Grazia Leva

I KOC al Teatro Antoniano di Bologna

Al termine della performance presenta il prossimo pezzo con un sorriso a trentasei denti, e non si può non sorridere a propria volta, tendendo le orecchie e aguzzando la vista verso il palco. Segue Toxic Girl, senza le percussioni della versione dell’album, ma con il tipico riff che si snoda tra un accordo maggiore e una settima minore, per tornare al maggiore come una macchina che percorre la salita sinuosa di una collina. Non si fa in tempo a riprendersi che si scivola in Singing softly to me, dal ritmo e dalle tonalità un po’ alla bossanova, una delle principali influenze del chitarrista e vocalist Eirik, come più tardi ci rivelerà lui stesso nella seconda parte dell’intervista.

Continuano le settime in Failure, in cui il testo sembra assumere una valenza filosofica, ricordandoci l’esordio platonico dell’inizio: “Failure is always the best way to learn“. Si chiude così la prima parte dello spettacolo, che proseguirà dopo una dovuta pausa, in cui gli spettatori si possono asciugare gli occhi ed Erlen ed Eirik possono prepararsi a sparare un’altra tonnellata di emozioni.

Tornano sul palco non molto dopo e continuano a ripercorrere il viaggio che li ha portati a incidere quell’album quindici anni fa. In un’altra breve intervista con De Luca – che sembra mostrare più interesse nello sfoggiare le proprie conoscenze musicali piuttosto che indagare sulle doti creative dei Kings of Convenience – Eirik ci svela le sue principali influenze, citando in ordine sparso i più grandi artisti della musica brasiliana del secolo scorso, tra cui Joao Gilbertu e Stan Getz. Viene nominato poi uno sconosciuto dj di fine anni ’80, Krush, che Eirik ci dice ascoltava in vinile a 30 giri al minuto invece che 45, e scherza poi sul fatto di aver scoperto l’ambient.
La chiacchierata si conclude con una curiosità: avete presente la ragazza che c’è sulla copertina sia di Quiet is the new loud che di Riot on an empty street? Beh, era la ragazza dell’epoca di Eirik e sì, oggi, quindici anni dopo, stanno ancora insieme.

La side B del cd non è certo meno emotivamente provante della prima. Passiamo da The weight of my words, a Little kids – altro brano estremamente gettonato – fino ad approdare a Summer on the West Hill. Eirik ci racconta la storia che c’è dietro a quest’ultimo brano. A fine estate stava per imbarcarsi per l’ennesima volta su una nave che attraversa il Mare del Nord, portando i passeggeri dalla Norvegia all’Inghilterra e, siccome la tratta dura ben ventinove ore e in quel periodo dell’anno sono frequenti le tempeste, si ritrovò a scrivere questa canzone seduto nell’autobus che lo avrebbe lasciato al porto. Infine seguono gli ultimi due brani del cd, una dolce outro melanconica intitolata The passenger e Parallel lines. 

I KOC al Teatro Antoniano di Bologna - Foto di Maria Grazia Leva

I KOC al Teatro Antoniano di Bologna

I due musicisti depongono le chitarre, o meglio gli strumenti che hanno trovato per esprimere il mare di emozioni che ora inonda la sala, mentre la platea addirittura si alza per applaudire più forte. Immancabili sono le altre tre canzoni “off topic”, nel senso che non appartengono a questo album, ma al bagaglio musicale di praticamente ogni singolo fan che si trova qui questa sera. Esordiscono con Homesick che è seguita da Mrs Cold – e qui tutto il teatro comincia a cantare commosso – al termine della quale Erlen invita il pubblico seduto in platea ad alzarsi e ad avvicinarsi al palco per il gran finale.

Inevitabili e immancabili i due ragazzi e le loro chitarre ci salutano con Misread, una delle melodie più conosciute di tutti gli anni duemila, con le sue otto milioni di visualizzazioni youtube e non so quante pubblicità in cui fa da colonna sonora. Ma qualsiasi sia stato l’inflazionato destino di questa canzone, Erlen ed Eirik ce ne fanno rivivere la fragile bellezza ogni volta di nuovo.

Photo credits: Maria Grazia Ieva

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