Non di queste parti

Gli attentati del 13 novembre a Parigi hanno messo in chiaro diverse cose riguardo lo stato di salute della società europea, dell’Isis e dei relativi apparati di sicurezza.

La prima e più importante è che, se l’Europa venisse presa di mira, un obiettivo di queste dimensioni non può essere difeso da 28 agenzie d’intelligence differenti. Dove queste ultime hanno confini, le organizzazioni terroristiche non ne hanno (o quantomeno non li rispettano). Le strade da intraprendere possono essere due: potenziare un’agenzia già esistente ma che si occupi (anche) d’altro, come l’Europol, oppure crearne una ex novo. La prima soluzione sembra essere la migliore dato che si potrebbe beneficiare di una struttura già costituita e di procedure già acquisite ma da rivedere per far fronte ai nuovi compiti ingigantiti.

Tunisi, attentato terroristico nell'area del Parlamento e del museo del Bardo

Naturalmente un progetto di questo tipo richiederebbe anni per la sua realizzazione dato che, quando saranno superate le prevedibili resistenze politiche interne, l’agenzia dovrebbe prendere in carico il materiale da 28 agenzie e rielaborarlo. Ad ogni modo la cosa richiederebbe un lavoro d’analisi e sul campo piuttosto imponente. Lo scopo ultimo sarebbe quello di creare una sola agenzia d’intelligence che agisca sui territori dei 28 Paesi membri senza patemi relativi alla competenza territoriale: un’arma importante ma di difficile realizzazione dato che comporterebbe una cessione di sovranità da parte degli Stati membri. Si tratta inoltre di una porzione di sovranità di cui solitamente gli Stati vanno piuttosto gelosi. Presso le istituzioni europee quest’idea è portata avanti da diversi politici, uno fra tanti Guy Verhofstadt, leader dei liberali.

parigi-attentati-isis-cosa-e-successo-18-novembre-2015-orig_mainIn questa occasione più che mai si è resa evidente la strategia di Daesh e di come essa differisca da quella di Al Qaeda per quanto concerne gli attentati all’estero. Il regista primo degli attentati di quest’ultima era il chirurgo egiziano Ayman al Zawahiri: le azioni puntavano alla spettacolarizzazione, al simbolo istituzionale. Ne sono una riprova gli attentati a Dar Es Salaam e Nairobi del 1998 contro le rappresentanze diplomatiche statunitensi, gli attacchi dell’11 settembre 2001 (contro i centri finanziari e militari del paese) e l’attacco alla sede di Charlie Hebdo del gennaio 2015.

L’Isis sembrerebbe non avere una regia univoca per gli attentati e, al contrario, punta a minare alla base la società invalidando il contratto sociale che ne sta alla base, aumentando il senso di insicurezza dei cittadini e il senso di sfiducia nei confronti dello Stato, all’improvviso drammaticamente incapace di proteggere coloro che abitano all’interno dei suoi confini.

Gli attentati recenti hanno colpito determinati obbiettivi non in virtù di ciò che simboleggiano, ma dello scopo: andare al ristorante è qualcosa di normale, così come andare a sentire un concerto. Meglio ancora, non sono stati scelti una serie di luoghi, ma un quartiere nel suo complesso come l’undicesimo distretto dove i giovani (in buona parte stranieri) si vanno a divertire la sera. Uno schema simile è ravvisabile anche per l’attentato del Bardo, per l’attacco a Sousa (sebbene in questi due sussista anche la volontà di destabilizzare la democratica Tunisia) e nell’abbattimento del volo Metrojet 9268 in Sinai, pochi giorni prima degli attentati di Parigi.

maxresdefaultUno dei primi segni di tensione a cui è stato sottoposto il contratto sociale è stata la volontà, da parte di alcuni, di cercare immediatamente un capro espiatorio, individuandolo nella comunità europea di fede islamica, mentre per altri la colpa è da attribuirsi alla comunità immigrata di prima, seconda e terza generazione. I dividendi verranno raccolti alle prossime elezioni: la maggior parte dei partiti contrari all’immigrazione è anche contraria a un approfondimento dell’integrazione europea ed è più facile affrontare un nemico diviso, come i recenti avvenimenti stanno dimostrando.

Gli attacchi di cui sopra, al contrario, sono stati quantomeno favoriti dalla presenza di zone d’ombra che sono state involontariamente create dalle politiche abitative ed edilizie intraprese dalle grandi città dei Paesi che negli anni ’80 e ’90 hanno avuto una forte immigrazione. L’aver ammassato comunità etnicamente omogenee in un solo quartiere ha creato dei sistemi chiusi che sono difficilmente compenetrabili da chi non è del quartiere e, in ultima analisi, controllabili sia dalla forza pubblica che dai sistemi di controspionaggio. Ecco quindi che si vengono a creare le varie Molenbeek, Rosengård, Barona, Saint-Denis e via dicendo.

Ancora una volta, ci apprestiamo ad un confronto per i cuori e le menti dei cittadini europei. Confronto non contro l’Isis, ma contro la paura stessa che è il mezzo primo che il terrorismo ha per colpire, minando la capacità di discernimento dell’avversario e, in definitiva, la sua capacità combattiva.

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