Foodie: disturbi alimentari che si evolvono e giornalismo ignorante

Questo l’articolo di risposta, giuntoci in redazione, da parte di una nostra lettrice che ha voluto dire la sua sui disturbi alimentari.

«Aveva dodici anni ed è morta sabato scorso. Buttandosi dal balcone di casa.» L’hanno chiamata “piccolo angelo”, “biondina”, “bimba anoressica”, “giovanissima suicida”. Ma era solo Maria Vittoria. Maria Vittoria.  Una vicenda agghiacciante, che ha portato alla rimonta i soliti stereotipi sui disturbi dell’alimentazione, fomentati dalla pigrizia intellettuale del giornalismo più becero. Perché non si può scrivere “sprofondata nel baratro” e (le ragazzine anoressiche, ndr) «in alcuni casi lo fanno per attirare l’attenzione, in altri per assomigliare a modelli sbagliati “imposti” dalla società». Eppure sono frasi comparse su testate nazionali, frasi che rappresentano il totale lassismo della parola, ridotta a un paio di jeans taglia 42 talmente usurati da entrare anche alla donna cannone. Il problema, ovviamente, non riguarda tanto e solo la forma, ma soprattutto il contenuto: strabordato dal suo spazio consono e inquinato dalla superficialità. Proprio per evitare i luoghi comuni vale la pena riflettere su alcuni aspetti dei disturbi alimentari che ancora nessuno ha portato alla luce. 2011_50101_89362

Punto uno. Nell’anoressia, così come nella bulimia o nel bed (per chi non lo sapesse, Big Eating Disorder, disturbo da alimentazione incontrollata, in cui la persona che ne è affetta introduce grandissime quantità di cibo senza compensare con vomito e digiuno, il che lo differenzia dalla bulimia) o nelle altre infinite sfaccettature dei dca (Disturbi del Comportamento Alimentare), il corpo è solo il punto di partenza, poi perde ogni importanza effettiva.

A molti sembrerà paradossale, ma è cosi. Senza dubbio si inizia a mangiare meno o a vomitare per perdere qualche chilo. Ma quella è, per così dire, la caramella con cui l’uomo nero attira il bambino nella trappola. Poi il fisico perde valore reale. Anche se diventa snello, magro, emaciato, scheletrico non conta più l’estetica. Contano i numeri sulla bilancia. Contano le ossessioni sul cibo.

Sapete qual è la differenza tra un numero sulla bilancia e un paio di gambe o una pancia? Che il numero è astratto, intangibile, intoccabile: non puoi tenere tra le mani la cifra sul display. Ma quei numeri scandiscono il perno della tua esistenza, condizionano le cose che fai, le persone che vedrai, i vestiti che indossi e naturalmente ogni singola briciola che entra nella tua bocca. La pancia e le gambe le osservi, le tocchi, ma poi non puoi passare la giornata intera davanti allo specchio o dedicandoti all’autopalpazione. Chi soffre di anoressia, per esempio, è perfettamente conscio della propria condizione fisica: sa che è sottopeso, ma questo non conta assolutamente nulla se la bilancia un giorno registra due etti in più. È una catastrofe, anche se per arrivare a una condizione di minima salvaguardia ce ne vorrebbero altri duecento di etti.

Provate a pensarci: se le persone con disturbi alimentari sono, almeno finché non diventano croniche per decenni, soggetti con un bagaglio culturale ed esperienziale del tutto nella norma (detta in maniera sintetica: senza deficit cognitivi), e arrivano a capire perfettamente di non essere belle e belli nel loro corpo malato, perché mai dovrebbero non voler raggiungere una condizione di maggiore benessere, bellezza e accettazione sociale? Perché? Non sono scemi. La risposta è che di mezzo c’è il cibo. Il cibo e tutte le ossessioni che ne sono collegate. Magari fossero solo le calorie. La lista continua con i nutrienti, i volumi, i colori, le forme, i luoghi in cui vengono cotti e consumati. Ogni malato di dca ha le sue gabbie personali e il problema è che, come tutte le ossessioni, anche quelle legate al cibo tendono ad alternarsi, dando magari l’illusione che una se ne sia andata, anche se in realtà è solo stata sostituita da un’altra.

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A questo proposito emerge il punto due. Non è vero che i media sono la causa di questi mali, ma è vero che un nuovo tipo di disturbo alimentare si sta sviluppando proprio grazie alle nuove tecnologie e ancora nessuno pare essersene accorto. Quella dei foodie, almeno per alcuni (tanti) non è solo una moda. È un’ossessione. Che spesso è figlia di anoressia e bulimia. Fate un salto su Instagram e guardate che cosa compare se mettete #edfamily #edrecovery (eatingdisorderfamily e eatingdisorderrecovery). Si apre un fitto sottobosco di immagini culinarie. Sembra di entrare nel girone dantesco dei golosi: tanto cibo, tantissimo cibo, solo virtuale.

È la schiera del ricovero social: persone che vogliono (forse) uscire dal loro problema con il cibo e lo fanno creandosene un altro. Cioè spostando tutta l’attenzione dalla restrizione alimentare alla sublimazione alimentare. La ricerca del cibo più buono, di quello più fotogenico, del ristorante o del prodotto esclusivo. Perché, va da sé, per una persona con dca mangiare non è mai scontato: deve valerne la pena. Altrimenti sono “calorie sprecate” Il problema è che cosa sta sotto tutto questo. Il vuoto. La necessità di riempire lo spazio creato da un’angoscia profonda. Lo stesso spazio che prima si colmava con i digiuni o/e con le abbuffate. Lo spazio della realizzazione personale e delle relazioni interpersonali.

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E veniamo al terzo punto. Che ne è di tutto il resto? Degli amici, del lavoro, dei fidanzati e dei genitori. Una domanda non scontata se si pensa che, quando la mente è invasa dalle ossessioni, tutto ruota attorno ai programmi relativi al cibo.

Esci per mangiare un gelato, non per vedere un amico (mangiando un gelato). Ti prepari pensando a che pizza prendere, non a come ti vedrà lui al primo appuntamento. Proponi un’uscita alle 18, non perché hai voglia di fare due chiacchiere con tua sorella, ma perché quel giorno hai programmato che farai l’aperitivo in un certo bar. E se qualcuno scombina i programmi, segui il gelato, la pizza, l’aperitivo, non l’amico, il partner, tua sorella. Il senso di abbruttimento, di totale asetticismo (lo stesso di un vasetto di yogurt o di un display che segna xx kg), porta sì a fare brutti pensieri.

A chiedersi che senso abbia. E allora davvero i luoghi comuni forse hanno un senso, lo hanno quando riprendono la loro radice originaria, il nodo da cui sono nati, prima di diventare preda di pour parler e lotta all’ultimo click. Come la leggenda metropolitana per cui per guarire da un disturbo alimentare ci vuole “solo” (?!) la forza di volontà. Ci vuole quella sì, è il punto di partenza, ma non è da intendersi come lo studente che deve impegnarsi a fare i compiti o il risparmiatore che si applica nella parsimonia. È proprio da prendere nel suo senso letterario: volere. Bisogna rendersi conto di quell’abbruttimento e non volerlo più. Volere la libertà. Poi la strada sarà tutta in salita: davanti a un piatto o a un’occasione conviviale si sarà come uno zoppo che deve pensarci tre volte prima di fare un passo e vede intorno a sé il resto del mondo, per cui camminare è un gesto scontato.

Note: vi intivitiamo a leggere i nostri precedeni articoli sull’argomento: Banchettare sui disturbi alimentari, e La malattia di Biancaneve

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