Elezioni in Turchia, la vittoria schiacciante di Erdoğan

Il primo Novembre scorso la Turchia è tornata a votare.
Il verdetto delle elezioni anticipate è stato chiaro: Recep Tayyip Erdoğan e il suo partito filo-islamico della giustizia e dello sviluppo hanno sbaragliato la concorrenza. Nonostante solo cinque mesi fa, l’AKP per la prima volta in tredici anni aveva perso la maggioranza assoluta in Parlamento.

Tre gli errori principali commessi dal sultano nelle elezioni precedenti. Come figura di Presidente e quindi neutrale, non avrebbe dovuto partecipare alla campagna elettorale, cosa che invece ha fatto. Secondo, ha presentato alle liste elettorali persone con poca esperienza politica e per ultimo, era convinto di avere la vittoria in tasca ancora prima del verdetto finale, mossa che gli si è rivoltata contro. In cinque mesi ha avuto tutto il tempo di correggere i suoi sbagli. La campagna elettorale è stata guidata dal Presidente del Consiglio Ahmet Davutoğlu, sono state presentate persone con esperienza politica e le elezioni sono state affrontate in maniera seria.

Nessuno però si aspettava un risultato del genere, i sondaggi infatti non prevedevano una possibile vittoria per Erdoğan, sicuri che il sultano avrebbe dovuto cercare alleanze per formare un governo di coalizione. La vittoria è stata schiacciante: 49,5% delle preferenze e 317 deputati in Parlamento. Riportiamo qualche dato significativo di queste elezioni:
– affluenza altissima, più del 85% dei 54 milioni di elettori registrati alle urne;
– il partito aveva bisogno di 276 seggi per formare un governo in solitaria, ne ha conquistati 317;
– non è stato raggiunto il numero di seggi sufficiente (330) per poter cambiare la costituzione.
Il Parlamento unicamerale è composto da 550 membri eletti a suffragio universale ogni quattro anni. Il diritto di voto è esteso a tutti i cittadini a partire dalla maggiore età.

Ecco un’immagine chiara dei numeri:

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Il voto ha sancito un passo indietro rispetto alle elezioni di Giugno, nelle quali sembrava che gli equilibri fossero stati messi in discussione. Il governo sarà fondato unicamente sul partito del sultano e governerà senza alcun condizionamento. Nonostante il partito curdo sia riuscito ad entrare al governo e abbia promesso di dare battaglia. Si è arrivati alle elezioni anticipate dopo che i tentativi per creare un governo di coalizione sono falliti miseramente, l’esecutivo sarebbe dovuto essere formato entro 45 giorni dalle elezioni, l’AKP aveva il compito di conciliare un’alleanza con almeno un partito dell’opposizione, ma questo è risultato impossibile. L’ideologia del partito della giustizia e dello sviluppo è completamente differente rispetto a quella dei suoi avversari. Erdoğan nei mesi scorsi ha ribadito più volte l’esigenza di ripetere le elezioni.

Sono stati mesi difficili, un periodo contraddistinto dal caos. La violenza l’ha fatta da padrona, c’è stata la ripresa degli scontri con il PKK il 24 Luglio, scontri che hanno causato più di 230 morti tra civili e forze di sicurezza, mentre l’esercito turco ha annunciato l’uccisione di più di 2000 ribelli separatisti. Gli attentati di Suruc del 20 Luglio, 33 morti, e soprattutto la strage di Ankara del 10 Ottobre con 102 morti.

Come hanno reagito la Turchia e il mondo all’ennesima vittoria di Erdoğan?
Le testate filogovernative Sabah e Yeni Şafak l’hanno descritta come la splendida vittoria. Una giornata che entrerà nella storia, sottolineando che per l’AKP è la quarta vittoria consecutiva, un record. Dall’opposizione sono arrivate parole dure, “ciò che è mancato a queste elezioni è la legittimità” hanno scritto quelli di Zaman, secondo i quali queste elezioni non si sono svolte in un clima ideale. Per il quotidiano kemalista Cumhuriyet a vincere è stata la paura, l’editorialista Orhan Bursali ha chiesto ad Erdoğan di mettere fine alla strategia della tensione che gli ha permesso di vincere queste elezioni. La testata di sinistra Taraf ha accusato il Presidente di usare un “piano caos”, di improvvisare insicurezza pubblica, e il pro-curdo Ozgur Gundem prevede una “nuova era di lotta”. Sono stati licenziati 58 giornalisti del gruppo Ipek e almeno 35 agenti e funzionari sono stati arrestati in un’operazione contro il movimento Hizmet. Il tribunale di Istanbul ha sequestrato anche la rivista Nokta arrestando il direttore e il caporedattore centrale per una copertina con una foto di Erdoğan e il titolo “Lunedì 2 Novembre: inizio della guerra civile turca”. A Diyarbakir, città considerata la capitale del Kurdistan turco ma non riconosciuta dal governo, la polizia si è scontrata con militanti curdi, sparando lacrimogeni contro i protestanti che lanciavano pietre. I media hanno riportato di incendi e barricate nelle strade.

L’accrescere delle tensioni con la Russia al confine con la Siria, il flusso dei profughi siriani, la chiusura di due canali televisivi e due giornali di opposizione, sono stati gli ingredienti che hanno dato vita, prima delle elezioni, ad un inasprimento dei toni e del clima tra i partiti.
Reazioni importanti sono arrivate da tutto il mondo, a partire dalla Casa Bianca, preoccupata per le pressioni che sono state esercitate nei confronti dei giornalisti e degli editoriali. Secondo gli osservatori dell’OCSE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), “è stata intralciata la possibilità dei candidati di condurre una campagna libera”, soprattutto nelle regioni meridionali a maggioranza curda. Andreas Gross, capo della delegazione dell’APCE, ha dichiarato: “Purtroppo, la campagna per queste elezioni è stata caratterizzata da ingiustizia e paura”.

Dalla UE non è arrivata nessuna condanna nei confronti di Erdoğan, solamente una comunicazione che afferma la volontà di lavorare con il nuovo governo turco. Lampante che per l’Europa la gestione dell’emergenza dei profughi siriani in questo momento sia prioritaria. Attualmente si parla di circa due milioni di rifugiati presenti in Turchia, i quali puntano tutti all’Europa.
La reazione del Presidente turco non si è fatta attendere, felice del risultato ha affermato che la nazione ha dimostrato di voler proteggere il clima di stabilità e fiducia. “Le violenze, le minacce e le carneficine non possono coesistere con la democrazia ed il rispetto della legge. Il paese ha scelto la stabilità e l’integrità nazionale”.
Per quanto riguarda le critiche ricevute dal mondo intero, ha chiesto a tutti di rispettare l’esito del voto e ha dichiarato: “E’ questa la vostra comprensione della democrazia? Un partito ha ottenuto il potere con il 50% circa del consenso. Questo risultato dovrebbe essere rispettato da tutto il mondo, ma io non vedo una simile maturità”.

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Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su Erdoğan. Nasce nel 1954 a Istanbul. Da giovane mentre studia in una scuola islamica, vende limonata e gioca a calcio, sport nel quale raggiunge un buon livello. Dopo essersi laureato in management alla Marmara University, trova lavoro alla Istanbul Transport Authority, rifiuta la richiesta del suo capo di tagliarsi i baffi e decide di licenziarsi. La sua carriera politica inizia nei movimenti e nei partiti di stampo islamista, nel 1994 diventa sindaco di Istanbul. Nel 1997 legge in pubblico un poema islamico dai “toni coloriti” che gli costa una condanna a dieci mesi di reclusione di cui ne sconta quattro.

Dopo aver accumulato parecchia esperienza nel capo politico durante gli anni novanta, nel 2001 forma il suo attuale partito. Quando prende in mano la situazione lo stato del paese non è dei migliori, nel 2002 la Turchia vive in una crisi interna, crolli economici, problemi con le minoranze, inoltre il paese non ha alcun peso internazionale ed è in continuo conflitto con gli stati circostanti. Erdoğan concentra la sua politica sull’economia, facendola decollare e costruendo un apparato industriale importante. Nei primi anni il paese conosce un grande sviluppo economico, con aumento del PIL, dell’esportazione e del turismo.

La sua carriera continua senza sosta, vince le elezioni del 2007 e del 2012, la sconfitta del Giugno scorso è stata solo un piccolo imprevisto. Da ricordare i patti di amicizia firmati nel 2009 con l’Armenia e la Russia, due nemici storici del paese. Il suo intento è quello di aumentare gli investimenti e di allargare gli orizzonti turchi, toccando l’occidente, l’oriente e gli stati arabi. Dieci anni fa sono stati avviati i negoziati di adesione all’UE, obiettivo di prim’ordine nell’agenda del Presidente.

Ad oggi le questioni principali per il leader e per il suo partito sono tre: una nuova Costituzione, la risoluzione della questione curda e il rilancio dell’economia. La priorità è il cambiamento della carta costituzionale, la volontà del Presidente è quella di trasformare il sistema di governo da parlamentare a “presidenziale alla turca”, ciò porterebbe un rafforzamento dei poteri del Presidente. All’AKP mancano 13 seggi per poter compiere questo passo, gli scenari possibili sono diversi. Dal trasferimento di deputati dall’opposizione, all’utilizzo di un sistema presidenziale di fatto.

La questione curda ha un peso enorme, è stata subito esclusa la possibilità di tornare alle trattative di pace con gli interlocutori dell’HDP e Abdullah Öcalan, leader del partito separatista PKK. Non ci si può attendere un passo indietro del governo nei confronti dei curdi, considerando i bombardamenti effettuati dall’esecutivo sulle postazioni del PKK a Qandil e le dichiarazioni del Presidente, il quale ha dichiarato che l’offensiva proseguirà fino a quando anche l’ultimo non sarà liquidato.

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Neanche la ripresa dell’economia sembra cosa facile. In primis il governo dovrebbe ricreare la stabilità che è stata messa a rischio dall’ostruzione al diritto e dalla persecuzione per coloro che la pensano diversamente dall’AKP. Le intenzioni del presidente prevedono la modifica della struttura della banca centrale. Egli vuole determinare la politica monetaria, decidere quante lire stampare, provocando così una riduzione della sfera di autonomia della banca centrale sul Bosforo. La scommessa del sultano è quella di un islamismo democratico che garantisca stabilità e che porti una modernità ottomana.

Il problema principale della Turchia è la libertà. Il verdetto della classifica della libertà di stampa realizzato da Report Senza Frontiere è disastroso per il paese, che si classifica al 149esimo posto su 180 paesi. Inoltre, secondo Freedom House, l’organizzazione non governativa che conduce attività di ricerca e sensibilizzazione su democrazia, libertà politiche e diritti umani, la Turchia viene considerata come un paese parzialmente libero. L’organizzazione da un voto per la libertà di valutazione, le libertà civili e i diritti politici, sette il minimo, uno il massimo. La Turchia ha la media del 3,5.
Sembra che tutto questo, però, non sfiori minimamente il Presidente.
Ha vinto di nuovo e sembra invincibile.

Note: un ringraziamento ad Ahmed Taouriri per aver gentilmente messo a disposizione le sue conoscenze.

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