Tra i curdi alla ricerca di comunismo e libertà: intervista esclusiva

Sul confine tra Turchia e Siria si trova Κάρολος Μπάλα (Karolos Glosbe), un ragazzo di Atene di trent’anni. Ospite dei curdi, potremmo definirlo un “osservatore attivo”, un attivista politico e supporter del movimento curdo. Siamo riusciti a parlare con lui: ecco cosa ci ha raccontato.

Kurdish_Boys_Diyarbakir

Perché, tu occidentale, sei andato in Kurdistan?
La motivazione che porta oggi un occidentale a impegnarsi in missioni internazionali sul Kurdistan non può che essere profondamente ideale: la resistenza delle YPG1 in Rojava ha richiamato l’attenzione del mondo portando alla luce la storia di un popolo oppresso, quello curdo, che nel momento di maggior difficoltà è riuscito a resistere all’Isis, ma anche a gettare le basi per una convivenza che vada oltre lo stato-nazione e parli di autogestione popolare, parità di genere ed ecologismo.

az_kurd_mapCi sono, poi, diversi livelli di adesione ideale: per i più giovani può essere il richiamo di un miraggio di comunismo libertario realizzato, ma per me, oltre a quello, c’è altro. C’è la percezione che dal Kurdistan passi oggi una battaglia centrale per il Medioriente e, di conseguenza, per l’Europa. Si tratta di una serie di anelli concentrici che bisogna comprendere anche se il discorso è complesso. Isis e disfacimento degli stati mediorientali (Iraq, Siria…) sono l’eredità mostruosa della “guerra permanente” contro cui mi battevo da ragazzino. I profughi che si generano – e ci sarebbero anche senza Isis, a causa, appunto, del disfacimento delle entità statuali – sono quelli che premono sui confini della “Fortezza Europa”. Risolvere la questione del Rojava – che comporta necessariamente risolvere la questione turca, dato che i Curdi sono un unico movimento e la repressione che subiscono in Turchia determina le sorti del conflitto in Siria – significa un primo passo nell’affrontare la questione immigrazione. Ciò significa anche articolare un discorso sulla natura inumana delle istituzioni europee (vedi i respingimenti in Grecia, nei paesi dell’est, in Spagna o la coercizione illegale nei CIE Italiani2), la questione della natura imperialista del polo capitalista europeo (l’Italia è il primo fornitore militare della Turchia, che con quelle armi poi spara sui curdi), la questione di come viene utilizzato l’immigrato una volta dentro la fortezza, in termini di business dell’accoglienza (vedi mafia capitale o la necessità di bloccare i migranti a Ventimiglia) o di sfruttamento sul lavoro (vedi la nuova classe operaia che soprattutto nelle cooperative della logistica soffre condizioni durissime).
20946031106_e7856c3dee_kInsomma, al pari degli interventi che ognuno può fare nel suo paese e nella sua città sui punti toccati, si tratta del richiamo a contribuire a una causa – quella di un mondo più umano, egualitario e senza frontiere – andando alla sorgente del problema. Ma richiamo l’attenzione sul fatto che la battaglia è la stessa, anche se qua si intreccia a una resistenza popolare. Il vecchio principio dell’internazionalismo torna di drammatica attualità.

Come ti hanno accolto in Kurdistan?
Sono stato in svariate regioni del Kurdistan turco, in particolare in quella di Diyarbakir. Inutile dire che l’accoglienza e’ grandiosa. Per loro ogni tipo di aiuto dagli internazionali è oro colato e anche garanzia di una minor repressione da parte delle forze turche.

20055859313_47b33a64d6_b

Spesso non si ricorda che le formazioni curde sono comuniste: perché non lo si dice?
È vero, il Kurdistan e’ uno dei pochi esempi al mondo di uniformità ideologica di quasi tutti gli aderenti al movimento. Il tutto nasce negli anni ’80 dal PKK3 di Öcalan, dichiaratamente comunista. Ma nel corso dei decenni gli assiomi di questo comunismo sono cambiati parecchio. Di fatto, il movimento curdo ai tempi era il solo PKK, un partito ideologico. Poi, per volontà dello stesso Öcalan, dai corpi di guerriglia si è passati a un movimento di popolo che contempla anche associazioni (ad esempio, quella per le donne), partiti elettorali come l’HDP4, cooperative di lavoro. Insomma, dopo i massacri subiti dai civili negli anni ’90, il partito comunista armato ha pensato che da solo non poteva difendere la propria gente e si è fatto società, anche se sarebbe falso dire che l’opinione del PKK non venga tenuta in considerazione più di tutte le altre. Questa cessione di paternità corrisponde al nome di confederalismo democratico: ovvero, un concetto di democrazia in cui a federarsi non sono regioni e stati o partiti e correnti politiche, ma corpi della società che diviene, quindi, completamente coinvolta nelle decisioni politiche. Una cosa ben difficile da immaginare in un paese benestante dove chi si impegna nel sociale è visto come un animale strano, soprattutto a livello giovanile. Allargandosi alla società, il comunismo originario del PKK è stato contaminato da tante sfaccettature, tra cui molti elementi propri delle correnti libertarie o ecologiste. Tutto ciò ha determinato un impianto ideologico attuale più simile a quello dei movimenti antagonisti che a quello dei marxisti leninisti novecenteschi.21867210131_5589e00e97_h

Sul fatto che non venga citato il fatto che il movimento curdo è comunista, credo che sia strettamente connesso a quando dicevo che le battaglie dal fronte in Rojava al centro del polo imperialista passando per le sue frontiere come la Grecia, sono strettamente connesse; pensiamo all’Italia, a quella Milano-vetrina che per Expo ha buttato in strada centinaia di famiglie dei quartieri popolari, sgomberando. Se tanti come me facessero questa connessione vi sarebbe il rischio dell’emergere di un movimento di resistenza transnazionale, cosa di cui chi tiene le leve del potere ha molta paura. Meglio derubricare il tutto a un fenomeno esotico, magari con un po’ di pinkwashing dato dalle immagini delle donne guerrigliere curde che “combattono l’islam”: una deformazione ad uso e consumo dei telespettatori – quasi tutte loro sono islamiche, per dirne una – che svilisce l’elemento stesso della loro altissima lotta di genere.

5215642959_c97fbba5ed_o

Il governo turco è in guerra con l’Isis o con i curdi?
Il governo turco è, prima di tutto, in guerra col movimento curdo. Ma lo è nei termini in cui gli serve agitare lo spettro del terrorismo curdo – in realtà, stragi atroci come quelle di Ankara del 10 ottobre scorso ci raccontano di come i curdi siano carne da macello per il terrorismo turco – per garantirsi un consenso che negli ultimi anni ha visto sgretolarsi, mimando le basi sociali grazie alle quali Erdoğan era giunto al potere. Il ceto medio si è impoverito e, dopo piazza Taksim, l’AKP (partito di Erdoğan) aveva perso la.governabilità, solo in parte recuperati il 1 novembre scorso dopo tre mesi di terrorismo armato e psicologico, con tutti i canali TV dell’opposizione chiusi e i leader curdi della sinistra turca incarcerati. I dati sul 49,9% preso dall’AKP non devono essere fraintesi: fra questi ci sono sempre più settori islamici e sempre meno ceto medio. E qui veniamo all’Isis: Erdoğan, oltre allo spettro del terrorismo curdo, richiama spesso una ‘identità islamica. Ha islamizzato la società turca, storicamente laica, con l’insegnamento obbligatorio del Corano a scuola. Sono conclamati i casi di rifornimento di armi all’Isis e lo stesso attacco scatenato in questi giorni contro le YPG in Rojava è la risposta alla tua domanda. Nell’annunciarlo in TV, il primo ministro non ha minimamente accennato al fatto che le YPG combattono Isis, ma solo al fatto che non si può tollerare un movimento curdo armato in Siria, dato che “prende ordini dai terroristi del PKK”.

Da ciò si evince che quando in Europa si sponsorizza qualche blanda operazione dell’esercito turco contro l’Isis si parla di pubblicità a un governo amico e a un partner commerciale importante, ma in realtà queste operazioni sono poco più che scaramucce o occasioni per regolare conti fra fazioni islamiste, colpendo o arrestando un leader in decadenza. Sembra quasi la storia degli arresti show dei mafiosi italiani, che tutti sappiamo bene avvenire in quanto l’arrestato di turno è divenuto un “sacrificabile”.

Cosa stai provando in questi giorni? Sei spaventato, arrabbiato, qual è il tuo umore?
Il clima qui è, da un lato straordinario, ma dall’altro terribile. Straordinario, perché dove vi è un popolo in lotta e si respira umanità vera, qualcosa di raro in latitudini dove la gente si accalca per vedere l’albero della vita ad Expo o per fare le selezioni di qualche reality in TV. Terribile, perché troppi, troppi morti ogni giorno colpiscono le famiglie e gli umori. Terribile perché oltre alla violenza militare i territori (ma anche i quartieri: Istanbul è la prima città curda con 4 milioni di immigrati dall’est del paese) subiscono di fatto una “apartheid economica” che li relega nel sottosviluppo e nella povertà. Io mi sento bene, sento di stare facendo la cosa giusta al momento giusto, ma – ripeto e sottolineo – credo che questo dovrebbe essere lo stesso stato d’animo di chi in Europa lotta ogni giorno davanti ai cancelli della logistica, in un corteo contro la devastazione dell’alta velocità, per il diritto alla casa. La paura c’è qui come lì, se si pensa che in Italia, solo per danneggiamenti a un compressore o per essersi coperti il volto in un corteo, si possono rischiare quindici anni di carcere. Ma la paura è spesso buona consigliera e anticamera del coraggio: solo conoscendo se stessi e chi si ha di fronte si può superarla e superare ogni limite o disparità di forze! Non si deve esserne ostaggio, pena diventare rinunciatari o, col limitarsi a non prendere parte, in qualche modo complici.

21867206191_d90360a1f9_b

Hai potuto vedere i seggi turchi in questi giorni? Che aria si respirava? E perché il partito curdo ha perso così tanti voti?
Tra le altre cose ho visitato i seggi. Devo dire di aver trovato quello che mi aspettavo: tutto tranne che elezioni regolari. Nei paesi di montagna, con la scusa della “contro-guerriglia”, stazionavano decine e decine di militari armati davanti ai seggi. Invitavano a votare Erdoğan e anche noi osservatori siamo stati trattenuti non proprio con le buone per un paio d’ore. In altri luoghi sono attive le guardie di villaggio: ultranazionalisti, spie del governo con un passato nei lupi grigi, che presidiano con un fucile le scuole dove si vota. Durante l’anno, costoro torturano gli abitanti sospettati di simpatie per il PKK. Pare, inoltre, che molte urne siano misteriosamente andate perdute. Direi che questo basta per spiegare come il partito curdo (HDP, che in realtà raccoglie anche numerose formazioni comuniste turche, facendo di esso un partito nazionale e non solo regionale) possa aver perso un 3,4% di voti da luglio ad ora. Ma non dimentichiamoci che in estate, durante la lunga campagna elettorale, le sue manifestazioni furono colpite da tre attentati che fecero più di duecento morti.
21544740096_1024d361e0_hL’HDP decise quindi di autoimporsi uno stop alla campagna elettorale, per non mettere a rischio i propri sostenitori. Aggiungiamo la chiusura delle TV dell’opposizione e abbiamo il quadro di come 3 punti percentuali possano perdersi, per paura di uscire di casa o per diseguale possibilità comunicativa. In ogni caso, l’HDP rimane solo uno dei terminali del movimento curdo, ciò che i governanti turchi sanno bene di dover curare è il radicamento della causa curda e del sentimento di pace e libertà che essa porta. Se questo cresce, la pace potrà essere raggiunta anche con il 10% dei voti, che sono comunque un risultato storico che per la seconda volta in novantanni porta un partito delle minoranze in Parlamento. Insomma, un gran lavoro, ma comunque un piano del discorso che non deve far smarrire la sostanza: quella curda è una resistenza a 360 gradi, che passa dai fucili sui monti o in Rojava, alle palestre di arti marziali di autodifesa femminile, fino alla lotta per migliori salari. Non è una questione né di sole pallottole né di sole urne: è una questione di classe e di popolo.

note:
1 YPG: Yekîneyên Parastina Gel), l’Unità di Protezione Popolare, ovvero l’esercito del Kurdistan siriano.
2 CIE: Centri di Identificazione ed Espulsione, sono strutture previste dalla legge italiana istituite per trattenere gli stranieri “sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera”
3 PKK: Partîya Karkerén Kurdîstan, Partito dei Lavoratori del Kurdistan
4 HDP: Halkların Demokratik Partisi, Partito Popolare Democratico

Photo credits: Kurdistan map, Jan Sefti, Takver, Kurdishstruggle.

Annunci

Dì la tua!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: