Qual è la cosa giusta?

A volte capita di essere con un amico e poter, semplicemente, essere sinceri. Sono quei classici momenti in cui si stacca dal mondo, si spegne il cervello, e tutta una serie di pensieri confusi riaffiorano: quotidiane banalità di cui si era  perso il filo, che si raccolgono all’occorrenza quando non si ha nulla di convenzionalmente serio cui pensare. Poi, però, dopo aver proferito parola, ci si rende conto che la quotidianità da spazio e priorità a cose che forse non son così importanti.

Allora questo tipo di chiacchierate le si possono ammettere in un parco, durante una domenica mattina, in compagnia di un amico fidato del momento, distesi con una birra sul prato, viziandosi con una sigaretta. Intorno ci sono coppiette giovani, ma anche più mature che si appartano e a volte, guardandone qualcuna, può capitare di pensare “che bella la gente quando non si odia. Chissà se riescono a non sentirsi soli per un solo secondo, quando si toccano. Chissà se riescono anche a bastarsi”.

Poi ci sono anche persone sposate con prole a carico e lì viene da pensare “guarda c’è gente che ha ancora il coraggio di riprodursi”. E infine la sequela di gente che viene a correre: dalla ragazza che fa pensare: “questa, sicuro se la stuprano, poi i benpensanti su facebook scriveranno che era un’oca che andava per i parchi mezza nuda e che ci teneva troppo all’aspetto fisico. Quindi sicuro se l’è meritato”. E poi vedi quelli che ne hanno bisogno davvero e si affannano più di te, e tutti sudati arrancano per cercare di migliorarsi. Perché essere di bella presenza, insomma, non fa mai male. Fa sentire meglio. Quindi ci si ostina a sciogliere i larderelli sotto al sole cocente, soffrendo come una gallina stitica, senza badare al fatto che, belli o brutti, la decomposizione ci spetta tutti. Anche quella più figa dovrà, prima o poi, riporre le sue bocce sode in una cassa di mogano.

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In questo meraviglioso setting, allora, si decide di fare discorsi filosofici sui massimi sistemi, ed esporre la propria visione della vita, tra un sorso e l’altro, tra una tirata alla sigaretta e l’altra. Interrompendosi solo per criticare l’abbigliamento di dubbio gusto dei tamarri con i risvoltini e le Hogan a forma di ferro da stiro, oppure per fermarsi a guardare il maniaco seriale che molesta sedicenni che appaiono infastidite da tali attenzioni, nonostante abbiano meno ingenuità di Sasha Grey in “Cum Buckets 8”. Il tema di oggi riguarda le etichette e il modo di concepire la normalità. Forse più che di etichette si parla di maschere che siamo obbligati a indossare tutti i giorni, per poter recitare una vita su un palcoscenico i cui registi non siamo noi. Il grande regista qua sono le pubblicità, la cultura dominante, e le infime ideologie sotterranee che agiscono più di ciò che è ovvio. Come dice il sociologo canadese Henry Goffman, siamo tutti lì a recitare un copione, indossando una maschera che è giusta per ogni eventuale situazione.

Si può quindi partire dalle insicurezze che affliggono sia gli uomini che le donne. Certe donne, o poco più che ragazze, in alcuni casi, le spogli più del dovuto. Nel senso che, dopo aver tolto loro il push up, hai letteralmente staccato i seni. Nel senso che, a volte, ci si chiede se alcune donne, durante la notte, vadano in decomposizione, oppure alcune dovrebbero essere pronte alla santificazione: perché, dimenticatesi di struccarsi, lasciano la sagoma della loro faccia in negativo sul cuscino. Un po’ come quando Gesù appare sui muri appena imbiancati o nei fondi di caffè.

Per gli uomini, invece, l’effetto uovo di Pasqua, nel senso che non sai cosa trovi sotto ai vestiti, non c’è. Loro di ansie sembra che ne abbiano altre. Loro hanno l’ansia da prestazione. Alcuni utilizzano il metodo tramandato di generazione in generazione dai maschi di famiglia: se lei si alza subito dopo l’atto sessuale, a prendere un bicchiere d’acqua, che lui le ha gentilmente chiesto, allora lei non è venuta. E alcuni hanno un vero e proprio copione: la copula deve avvenire esattamente secondo certe fasi in successione, imparate a memoria, collaudate negli anni, e  questo processo è delicato, di importanza vitale, da rispettare come un mantra, di una precisione tale che neanche madre natura con le fasi della mitosi è stata così pignola. E ci si rende conto che il fattore che sta alla base di questi crucci sia maschili che femminili, è il medesimo: la ricerca e il raggiungimento di uno standard che è “il modo giusto per”. Perché c’è un modo giusto per fare sesso, e il medico ha prescritto che gli uomini debbano essere sempre aitanti e prestanti. Mentre la femmina deve avere le bocce perfettamente sode e simmetriche, le ciglia lunghe e il pelo lucido. Insomma: le cose van fatte bene e bisogna studiare.mascheraaaaaww3

Ma non  esiste solo un modo giusto di accoppiarsi e di apparire: esiste anche un modo giusto per essere, perché la categorie sono ben definite. Quindi: o stai fuori o stai dentro. Le ricette del cucchiaio d’argento non ammettono sgarri e modifiche. Prendiamo ad esempio i gay: il manuale ufficiale della prestigiosa università del deretano oleato lo dice forte e chiaro che i gay sono quelli che si accoppiano con quegli altri dello stesso sesso. Le eccezioni però son da discriminare.

Perché esisterebbe una viscida categoria che si vergogna e che vuole tenere nascosto il proprio orientamento sessuale. I più criticati sono quelli che con alle spalle matrimonio e figli ad un certo punto mollano tutto e si mettono con qualcuno dello stesso sesso. Questa è semplicemente un’anomalia inaccettabile: la regola dice che è impossibile rendersi conto di essersi innamorati di una persona dello stesso sesso, senza mai aver avuto prima una pulsione sessuale e affettiva di questo tipo.

L’etichetta discrimina anche le persone “curiose”, perchè l’aver voglia di provare, a questo punto è un limite, o comunque la GIUSTA morale non lo permette. Perchè il giusto e lo sbagliato sono dei parametri sacrosanti. Che poi, sia chiaro: o gay o lesbiche, quelli a cui piace tutto son da rimandare alla prossima sessione per il recupero. Su quelli a cui piace ogni tanto “cambiare”, ma che mai e poi mai, intesserebbero una relazione omosessuale, non mi soffermo neanche: andranno all’inferno e basta, ci penserà Dio un giorno, insomma. Ma in fondo quelli che sono capaci di fare coming out senza problemi, gli impavidi che lo sbandierano, son da ammirare, perché schierarsi e autodefinirsi è importante. Forse è sbagliato pensare che vi è la prevalenza di un’ideologia per cui avere paura è un sacrilegio. Evidentemente abitiamo in un mondo accomodante per ciò che concerne diversità e minoranze. Chissà perché la gente perde ancora il posto di lavoro, o perché gli adolescenti si suicidano ancora per via del proprio orientamento sessuale. Non c’è alcun motivo di avere paura, oggi, a dire con sicurezza ciò che si è.

In fin dei conti questi son pensieri di poca rilevanza, fatti in una soleggiata domenica mattina, giusto per perdere tempo. E, giustamente, chi avrà visto te e il tuo amico, alle 11,30 di mattina con una bottiglia di birra in mano, avrà fatto bene a pensare che siete due alcolizzati, perché l’alcol non si beve di mattina, e la contestualizzazione è un optional. Quindi, per salvare le apparenze, si prendono bottiglia e mozziconi per gettarli nel cestino dei rifiuti: alcolizzati sì, ma sempre e comunque ecologisti. Ma quando ci si sente giù, e non abbastanza normali, si può accendere la tv, e guardare un qualunque sarnico2programma spazzatura e ascoltare la storia di qualche anormale che ha sventrato qualcuno, e per fortuna, i cronisti raccontano tutto con dovizia di dettagli. Così, quelli che indossano le giuste maschere, possono additare quello che è impazzito: osservando chi sta affogando, ci si sente meglio. 

Certamente è vero che si è obbligati a recitare una parte, e che le maschere servono, anche, a proteggerci; ma spero anche che Goffman avesse torto, e che non è vero che siamo senza anima. Che non è vero che recitiamo sempre una parte, anche quando siamo da soli. Io spero che qualcuno sia ancora capace di spogliarsi, di togliere la maschera, e di non guardare solo attraverso gli occhi di chi fotografa, ma capace anche di dire, fare, essere, ciò che è realmente. Certo: non lo si può fare sempre.

Certo, bisogna sapersi spogliare solo quando è opportuno e di fronte a chi può capirci. Ma bisogna farlo, prima o poi, perché altrimenti si esplode, e si fa la fine del serial killer che cercava la propria anima scarnificando vive le proprie vittime appese a testa in giù. Bisogna imparare ad essere se stessi con l’altro, bisogna imparare a spogliarsi e a rimanere a ventre scoperto, ed essere consci che in quel momento si è vulnerabili di fronte all’altro. Il lato negativo sarà, appunto, la possibilità di farsi male e il lato positivo, sarà quello, invece, di riuscire ad essere se stessi, semplicemente, senza alcuna recita, e magari essere accettati per la nostra vera essenza.

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