Salvini e la retorica del “two is megl che one”

AVVERTENZE: questo articolo contiene tracce di sarcasmo, ne sconsigliamo la lettura a complottisti, grillini, convinti militanti del PD, convinti militanti della Lega, parlamentari, politici in genere, persone anziane con problemi cardiaci e… ai permalosi.

Oggi, (ndr: ieri per chi legge) si sta svolgendo a Bologna la manifestazione/comizio di Matteo Salvini, Presidente supremo della Lega Nord.

Beh, direte voi, che male c’è, Bologna è a nord, perché no?

Bologna, roccaforte comunista, cattiva, piena di zecche rosse, fin dalla domenica precedente si è iniziata ad attrezzare per l’assedio celtico. Murales, affissioni, striscioni, cori, petardi e bombe a mano, fuochi fatui, tutti a ripetere all’unisono come coro da stadio: “Salvini qua non ce lo vogliamo!”

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Il comizio e le bandiere – Piazza Maggiore

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Un signore mostra un cartello provocatorio – Piazza Nettuno

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I manifestanti ballano e intonano “Bologna è meticcia” – Piazza Maggiore

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La folla di manifestanti, dalla piazza fino a Via Rizzoli

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Vari elicotteri hanno sorvolato la città tutto il giorno

Salvini: chi lo conosce lo evita (a meno che non voglia cedergli il suo fantastico cervello in dono). La sua parlantina strafottente, ribelle e falsamente amica del popolo la conosciamo bene: tutti i santi giorni, ogni trasmissione televisiva lo prevede come ospite da un bel po’ di tempo (dal Tg al programma culinario dove insegnano come fare la frittata di cipolle). Ma che dice veramente Salvini?

Innanzitutto, Salvini abita i migliori e più modaioli tra i nonluoghi della cultura politica italiana, posti abbandonati da partiti e politici, svuotati del loro alto contenuto aggregativo e di diffusione culturale: le piazze.

Salvini va in piazza come una comunissima (e comunistissima) zecca rossa, e la arringa, la scuote, la risveglia.

Sì, avete capito bene, Salvini parla con il popolo, tratta questioni pratiche importantissime per la popolazione locale: su questo lui punta tantissimo.

Siamo ancora italiani, secondo lui. Peccato che il prezzemolino della televisione nostrana non sa che in quel Parlamento, a Bruxelles, non si sta a scaldare la poltrona o il banco: lì si decide tutto, anche (e soprattutto) la politica interna. Sono menzogne quelle che ci raccontano di un Parlamento europeo che non serve a nulla: comanda lui, con i suoi rappresentanti, anche sulle nostre questioni quotidiane italiche. C’è poco da sbalordirsi, il successo di Salvini è proprio quello di far dimenticare alle persone la loro nuova e vera identità: non siamo più cittadini italiani, siamo cittadini europei! Noi, piemontesi, lombardi, siciliani, campani, molisani (sì, il Molise esiste!) subiamo le stesse sorti dei nostri concittadini della Bretagna, dell’Oxfordshire, della Valle del Reno, della Catalogna. Siamo uniti nello stesso unico e grande destino: l’Europa. Il Parlamento europeo può decidere il destino di un Paese come l’Italia facendo una cosa sola: i vincoli di bilancio, e già con questi può decidere della politica interna (sociale, economica, di investimento, di infrastrutture… tutto!) di uno Stato europeo.

Salvini è bravo nel suo stile menzognero, non c’è che dire, quel suo “prima gli italiani” suona come un vecchio e arrugginito adagio che recitava “prima i lavoratori, potere agli operai”. Prima di Adriano Olivetti, ma anche dopo, visto la fine che gli hanno fatto fare.

Salvini si rivolge a tutta la popolazione, tutta quella che è stata arringata per anni da dolci e suadenti motivetti: “l’Italia è il paese che amo, abbiamo bellezze che il mondo ci invidia, gli italiani sono i migliori, popolo di naviganti, poeti e sognatori, abbiamo siti archeologici che nemmeno Maciupiciu”.

Salvini parla egregiamente non alla pancia di un Paese in ginocchio, ma al cuore del campanilismo statale: i nostri operai, i nostri anziani, i nostri malati, le nostre aziende.

Siamo fermi agli anni ’80 quando la competizione internazionale delle aziende iniziava a nascere e la globalizzazione cominciava a dare i propri frutti (non controllati, vagliati, selezionati), siamo ancora convinti che la competizione aziendale si può fare spalla contro spalla come la corsa delle bighe di Ben Hur con il signor Pino, produttore di latte contro la Nestlè, e don Carmelo, con i suoi maiali contro Mc Donald’s. Irreale. Però Salvini è tanto bravo nel creare materialmente distopie e paesaggi fantasy che C.S. Lewis in persona sarebbe invidioso, davanti a cotanta maestria e talento.

“I nostri poveri italiani vessati dagli stranieri barbari, brutti e cattivi!”. Ecco il punto. Salvini sta facendo i conti con un gioco più grande delle sue possibilità, sta soffiando su un fuoco pericoloso che non potrà e non saprà controllare: le penultime file della coda contro le ultime.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg salviniano: fare la spesa, andare all’asilo/a scuola, fruttivendoli, salami e cotechini. Salvini parla di cose reali, vere, pratiche, che tutti possono toccare con mano: l’apoteosi dell’empatia e del “sono uno di voi, sono con voi” che tanto piace agli abitanti delle italiche sponde. E’ questo che alimenta il popolo salviniano e che lo alza sugli scudi: cose pratiche, cose quotidiane, con un Parlamento e una classe politica che si è disconnessa dalla realtà, imbrigliata in giochi di potere senza senso, arroccata in un Olimpo sperando in un ragnarok. Loro perderanno. Salvini fa davvero paura e la borghesia piano piano abbandonerà il sognatore (falso, e lo sa pure lui) Renzi, perché al cumenda De Marini gliene fregherà poco del successo della Leopolda quando gli verranno a mancare i dané.

Non sono catastrofista ma, semplicemente, osservo e ascolto. Si dice “tra i due litiganti il terzo gode” e Salvini sta godendo: tra una sinistra che non parla al Paese ma si impegna a creare campagne di marketing a suon di jingles radiofonici (anche quelli obsoleti), che non propone nulla, vuota, chiusa su se stessa, un Partito Democratico sempre più amante del Liberalismo più selvaggio e schiavista, e un Movimento che, fatto di popolo, non potrà mai governare il popolo, poiché il popolo, quello vero, quello del mercato rionale, non si è mai governato da solo perché ci sono Lobbies potenti come l’Occhio di Sauron che stanno alla porta del Parlamento Italiano e nessuno è mai riuscito a batterle.

Allora perché Bologna non vuole Salvini? Per le affermazioni razziste? Figuriamoci, se Salvini pensa di puntare su questo spauracchio ancora per molto non andrà da nessuna parte: facile farsi un giro per il centro di Bologna e individuare un solo fruttivendolo gestito da italiani, facile come trovare un ago in un pagliaio, o un irlandese a Buckingham Palace. No, Salvini sta puntando dritto dritto al cuore pulsante del Paese, agli imprenditori, ai grandi latifondisti, agli schiavisti, a chi ha in mano il destino del Paese e, il popolo abbandonato dalla sinistra, è già ai suoi piedi (o a quelli del Movimento, cambia poco). Allora perché la Bologna studentesca e intellettuale è arroccata, in stato di assedio, con armi e archibugi pronti a fare fuoco? Perché sente di essere stata abbandonata dai suoi eroi, dai suoi rappresentanti, abbindolati dall’utopista Renzi che parla sì agli intellettuali del Paese con le varie Leopolde, imbastendo un lessico poetico ai limiti del ridicolo e del grottesco come un elefante in tutù: farà anche ridere ma è molto, molto triste. Renzi parla agli intellettuali, ma quelli “grondanti una grande vocazione civile” e, questi qua, sono tutti presi dai loro ego smisurati, enormi.

Cosa resta allora? Resta l’azione. Ma non contro Salvini, piuttosto contro chi quest’ultimo lo snobba, utopicamente sperando che faccia il proprio corso: i petardi andrebbero lanciati solo contro chi sta lasciando accadere tutto questo, contro chi sta lasciando ad altri il compito di acculturare (male) e motivare (con sogni irrealizzabili) un popolo che per risorgere deve sentirsi europeo e non più solo italiano. Avrà vinto il primo che riuscirà in questa ormai ardua impresa.

Intanto, Bologna resisterà, il Paese resisterà, purtroppo però ancora per poco.

Photo Credits: Baku Loddo

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