Il Kosovo punta all’Europa: un percorso difficile ma possibile

Il 27 Ottobre scorso nella sede del Parlamento Europeo di Strasburgo, l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, il Commissario per la Politica Europea di vicinato e l’allargamento, Johannes Hahn, il Primo Ministro del Kosovo, Isa Mustafa, e il Ministro per l’integrazione del Kosovo, Bekim Collaku, hanno firmato l’accordo di stabilizzazione e associazione.

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Un giorno importante per il giovane Stato balcanico. L’accordo era stato proposto a fine aprile dalla Commissione Europea, dopo aver constatato l’impegno da parte delle istituzioni kosovare nella elaborazione di riforme e nella normalizzazione dei propri rapporti con la Serbia. Serbia, il paese dal quale la repubblica kosovara si è autoproclamata indipendente il 17 febbraio del 2008.

La corte internazionale di giustizia nel 2010 ha affermato che tale dichiarazione non infrange né il diritto internazionale, né la risoluzione 1244 dell’ONU (la quale, a livello internazionale, resta ancora in vigore). Ma che cos’è precisamente l’Asa (Stabilisation and Association Agreement, in inglese)?

È il primo passo che i paesi europei, non appartenenti all’Unione Europea, devo eseguire per poterne entrare a far parte. Questi accordi prevedono i passi che ciascuno dei paesi richiedenti deve compiere per l’ingresso graduale nell’Unione Europea: si tratta di accordi bilaterali tra il paese richiedente e l’Unione, che riguardano questioni politiche, economiche, commerciali come anche relative ai diritti umani; con questi accordi i paesi richiedenti si impegnano ad adottare nella loro legislazione interna le riforme necessarie a conformare i propri ordinamenti all’acquis comunitario. In cambio di questo impegno, l’Unione Europea può offrire accesso ad alcuni o a tutti i propri mercati (merci, prodotti agricoli o industriali, ecc.) e assistenza tecnica e finanziaria. Prima di entrare in vigore, l’accordo deve essere ratificato da tutti i paesi membri dell’Unione Europea oltre che dallo stato firmatario. Tale procedura non può avere una durata superiore a due anni.

Da quanto riportato nel comunicato diramato dal Consiglio UE, l’Asa fisserà anche una zona di libero scambio e l’applicazione delle norme europee in settori come la concorrenza, gli aiuti di stato e la proprietà intellettuale. Le altre disposizioni riguardano il dialogo politico, la cooperazione in una ampia gamma di settori che vanno dalla formazione e l’occupazione per l’energia, l’ambiente e la giustizia.

Nel comunicato si legge anche che “l’Unione Europea continuerà a sostenere i progressi del Kosovo nel suo percorso europeo attraverso il processo di stabilizzazione e di associazione”, in quanto gli accordi di stabilizzazione e di associazione sono “una componente fondamentale di questo processo”. Al fine di sostenere le riforme necessarie, si legge poi nella nota, l’UE mette a disposizione dell’assistenza alla preadesione per i Balcani occidentali e la Turchia circa 11,7 miliardi di euro per il periodo 2014-2020, di cui 645,5 milioni di euro solo per il Kosovo. Il piccolo Stato è l’ultimo della regione balcanica in ordine cronologico ad aver firmato gli accordi.

Kosovo1La strada, però, è tutt’altro che in discesa: in primis bisogna ricordare che l’indipendenza kosovara non è ancora stata riconosciuta da tutti i paesi membri, per la precisione cinque. Gli Stati in questione sono Spagna, Cipro, Romania, Grecia e Slovacchia. La reazione della Serbia non si è fatta attendere, Belgrado ha espresso preoccupazione per la firma dell’Asa ma, per evitare ulteriori tensioni, l’UE sarebbe pronta a fare concessioni alla Serbia. Entrambi i paesi hanno il medesimo obiettivo: l’adesione completa all’Unione Europea. Non sarebbe una mossa intelligente per Belgrado continuare ad opporsi e fare pressioni nei confronti del Kosovo. Una particolarità da sottolineare è il fatto che il Kosovo già utilizza l’euro come moneta, pur avendola adottata in modo autonomo e non concordato con l’UE.

Il piccolo Stato balcanico non gode di buona salute: l’economia è afflitta da problemi strutturali. Gli economisti hanno spiegato che mentre i politici si concentravano sulle questioni politiche come l’indipendenza e il dialogo per la normalizzazione delle relazioni con la Serbia, l’economia non veniva considerata e ad oggi si trova in una situazione di stallo: infrastrutture inadeguate, un’offerta di energia elettrica insufficiente e soggetta a frequenti black-out, una debole interconnessione con le vie più importanti della regione ed una fragilità dell’apparato produttivo. Il deficit commerciale è enorme, all’anno vengono importati circa 2,8 miliardi di euro ed esportati poco meno di 300 milioni. Il tasso di disoccupazione è superiore al 45%, che nella fascia giovanile (18-25 anni) tocca il 55%. La povertà è diffusa, lo stipendio medio è di 200-300 euro al mese, tutto questo favorisce il continuo reclutamento di persone da parte delle organizzazioni terroristiche e della criminalità organizzata, che si occupano del traffico di organi, armi e droga.

Inoltre nell’ultimo anno il governo serbo è stato accusato di aver improvvisamente applicato una politica sui documenti di viaggio più flessibile nei confronti dei cittadini kosovari, permettendo loro di raggiungere lo stato confinante, senza troppi problemi. Sono ormai tantissime le persone che vendono le proprie case, i propri beni per lasciare il proprio paese alla ricerca di un futuro migliore. La prima tappa del viaggio è la Serbia, per poi poter entrare in Ungheria e fare richiesta di asilo politico, con il sogno di raggiungere paesi come la Svizzera e la Germania.

L’Europa, però, continua a rifiutare le richieste di asilo, perché mancano i requisiti necessari, la povertà non è riconosciuta come un fondamento sufficiente per l’ottenimento dell’asilo. Il territorio è ancora amministrato dalle Nazioni Unite, vista la situazione delicata delle minoranze serbe, ridotte a enclavi sparse ovunque. Lo scopo della missione K-For è ben diverso rispetto a quello del periodo bellico, il ruolo attuale prevede la presenza e la sorveglianza nelle aree delle minoranze serbe, per garantire la sicurezza e la libertà di movimento dei cittadini. Neanche il campo dell’informazione si salva, censura e strumentalizzazioni sono ben evidenti.

Il fulcro di tutto è l’instabilità politica. Negli ultimi giorni il parlamento kosovaro è stato il teatro di contestazioni con lancio di fumogeni da parte dei membri dell’opposizione. I contestatori vorrebbero bloccare la decisione del governo di adottare un accordo sulla normalizzazione delle relazioni con la Serbia. La strada è ancora lunga e tortuosa. Tutti questi problemi sono il peggior biglietto da visita possibile. Il Kosovo ha ancora tanto, troppo lavoro da fare.

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