Il Mondo in catene: giochi di ruolo, giochi di bambini (pt. 1)

Aspettative: sono state il punto focale di questo cammino attraverso la vita quotidiana, il nostro condividere gli “affetti”, il nostro rivolgerci all’Altro, il rapporto con noi stessi.

Aspettative, quindi, che tradotte nel nostro vivere attivo, materiale, nel nostro occupare lo spazio, diventano ruoli.

Ognuno di noi ha un “ruolo” che dipendentemente dal contesto in cui ci troviamo ha delle specifiche caratteristiche. Lo psicologo sovietico Lev Semënovič Vygotskij sosteneva che lo sviluppo del nostro sguardo sul mondo, le lenti dei nostri “occhiali” con cui osserviamo la realtà (in altre parole la “psiche”) è influenzato dal contesto sociale e soprattutto dal momento storico-culturale in cui viviamo. Gli stimoli che “subiamo” dall’ambiente esterno ci influenzano nel nostro osservare, comprendere e catalogare il mondo in cui viviamo: dalle relazioni con gli altri fino, di conseguenza, al rapporto con noi stessi. Il tutto avviene tramite gli strumenti che utilizziamo per comunicare con il mondo esterno a noi, in particolare, tramite il linguaggio: il lessico è importante, sia quello parlato/scritto che quello paraverbale fino al subliminale.

Prima di continuare dobbiamo ricordarci che il nostro rapporto con gli altri è decisamente influenzato dal rapporto che abbiamo con noi stessi e non parlo di equilibrio o di socievolezza, parlo proprio del “come” ci vediamo noi. Parlare con noi stessi è uno strumento importantissimo che impariamo sin da piccoli (qualcuno può aver avuto un amico immaginario, qualcuno giocava “narrando ad alta voce” lo sviluppo del gioco…) e che ci serve per metterci in relazione con il nostro “Io” regolando il nostro comportamento.

Non parlatemi di teorie desuete, non confermate, vecchie o “al limite”: sto cercando di capire, insieme a voi, qual è il meccanismo che si inceppa quando entriamo in contatto con il lessico del mondo esterno e per farlo devo “ascoltare” tutti quelli che ne hanno parlato.

Nel dettaglio: se ci sono delle aspettative, come mi relaziono a queste e perché, come entro nel ruolo che mi è stato assegnato dagli altri (ruolo che varia, che muta a seconda del contesto) e come risolvo il possibile “conflitto” tra le mie aspettative e quelle che gli altri ripongono in me.

Probabilmente non giungerò a nessuna conclusione oppure c’è una piccola possibilità di scoperta che leggendo queste righe possa aiutare ognuno di noi a risolvere i nostri piccoli conflitti quotidiani.

Efesto, in una rappresentazione di Pieter Paul Rubens

Tornando al tema, c’è una storia bellissima tra i miti dell’antica Grecia che merita di essere raccontata: Era, regina dell’Olimpo, stanca dei continui tradimenti del consorte Zeus, decise di dare alla luce Efesto. La regina, tuttavia, non fu contenta del nuovo arrivato poiché era deforme e storpio, pertanto, non rientrando nel ruolo che gli spettava, Era decise di disfarsi del pargolo gettandolo dall’Olimpo.

Martin Heidegger parlerebbe di “condizione di gettatezza”: quella sensazione tutta umana di sentirsi lanciati in una folle corsa che non si sa dove arriva e quando finirà, una sensazione di indefinito che tormenta ed agita il nostro vivere, crea angoscia.

Ecco, il nostro Efesto, gettato dall’Olimpo verso il “mondo esterno” si ritrova a dover fare i conti con questa sua condizione: non avendo rispettato le aspettative, si ritrova senza un ruolo. Fosse accaduto oggi, gli risulterebbe molto più facile risolvere questo dilemma: bastava che si girasse intorno per trovare ruoli pronti e preconfezionati ovunque, di qualsiasi genere e con qualsiasi caratteristica, tutti perfettamente plausibili e decisamente dettagliati nel loro dispiegamento lessicale.

Un esempio: la donna sessualmente attraente contesa dai più importanti maschi alfa che però deve anche essere madre e lavoratrice, certamente senza età e soprattutto pronta a soddisfare le fantasie erotiche del partner, qualsiasi tipo di fantasie. Sembra una bellissima gabbia, allettante vero? Tutto quello che si può desiderare oggi. Se non fosse per delle piccole pecche lessicali che non assicurano dei dettagli fondamentali: attraente in base a cosa? Torna in ballo il “desiderio” ed è proprio a pennello che il suo vestito ci sta addosso in condizioni di indefinito come quelle dei “ruoli” che ci vengono affibbiati quando cresciamo e diventiamo “adulti”.

Efesto, oggi, sarebbe stato davvero contento di poter trovare tanti commessi nei negozi di alta moda che gli dicono come essere, che gli danno dettagli sui comportamenti che deve avere con se stesso e di riflesso con gli altri.

Purtroppo (per fortuna, dico io) Efesto termina la sua condizione di gettatezza nell’Etna, il vulcano siciliano, e lì con il fuoco (materiale che fonde, plasma, realizza) trova il suo ruolo, o meglio, se lo crea: diventa il fabbro più importante di tutta la mitologia, forgia armi indistruttibili e invincibili che hanno reso famosi eroi e guerrieri, forgia artefatti e decorazioni per le più belle città dell’Antica Grecia, crea degli aiutanti meccanici che lo potevano assistere nel suo lavoro (i primi “robot” della Storia). Diventa talmente famoso e rinomato che gli vengono spalancate le porte dell’Olimpo: da rifiutato, da escluso a riammesso, a pieni voti, aggiungo.

Con questo lieto fine, possiamo dire che Efesto ha fatto della sua “condizione di gettatezza” la base per la ricerca del proprio ruolo all’interno della società in cui viveva: dal navigare “de-sidera”, senza l’aiuto delle stelle, senza una bussola, rifiutato dalla propria Madre, storpio, deforme (non corrispondente ai canoni di “bellezza” dell’epoca), frutto dell’invidia e della vendetta, diventa creatore di bellezza, di arte, di storie, di imprese, di eroi.

Interessante, vero?

Ebbene, noi invece? Noi non riusciamo a sentire questa sensazione di “gettatezza” tipica della soglia tra età giovane ed età adulta, non riusciamo più a percepire l’indefinito, il nostro sentirci senza ruolo: sin da bambini, i dettagli sono parte integrante del nostro immaginario, non riusciamo più ad immaginare con tutti questi giocattoli “pieni” (Barbie, il prototipo per eccellenza della somministrazione di un ruolo ben preciso). Oggi siamo sempre più soggetti ad una “adultizzazione precoce”: sin da piccoli i nostri genitori ci affibbiano capacità critiche ed astrattive che sicuramente possediamo ma che non hanno uno scopo preciso. Frasi come “ah che bravo/a, sicuramente da grande farà qualcosa di importante”, da profezie autoavveranti si trasformano in maledizioni che ci costringono a percorrere sentieri che non sono i nostri o che, comunque, non abbiamo scelto.

Si può sempre cambiare idea, giusto? Certo, ma il senso di fallimento, quella colpa tutta occidentale di aver fallito nel perseguimento di un obiettivo non è più un momento di riflessione, di valutazione, di dialogo con noi stessi: si tramuta in un senso di colpa che, molto spesso, ci porteremo dietro per tutta la vita perché “mio padre voleva che finissi l’Università (inserite una facoltà “prestigiosa” a scelta)” ed invece che risponderci “non era un mio desiderio, non è il mio sogno” ci continuiamo a tormentare portandoci dietro l’immagine che gli altri ci hanno fatto indossare, sovrapponendola alla nostra, facendola diventare un’altra parte di noi con cui entriamo in conflitto: alcuni la chiamano “la parte bambina”, ma non è così. I bambini sono i portatori di immaginazione, di creazione, sono il dionisiaco che c’è nel Mondo: creano, plasmano e disfano per poi rifare, un atto creativo perpetuo che non uccide, non distrugge, semplicemente crea e “ri-crea”, fa nascere e “dis-nascere”. Il lessico è importante e dire “sempre a giocare, come un bambino, quand’è che cresci” non ha senso: il gioco è atto creativo, una creazione altamente pensata, motivata, un dialogo con noi stessi che crea; siamo noi stessi a creare, non facciamo creare agli altri per noi e poi usiamo le loro creazioni. Il nostro lato bambino è quello più importante, quello da preservare.

La sensazione di fallimento, di sconfitta, se si ferma a questo non crea un lato “bambino”, crea semplicemente un altro “Io”, non è nemmeno un conflitto tra “Es” (volere, desiderio) e “Super-Io” (potere, dovere), ormai, oggi siamo andati ben oltre: creiamo altre versioni di noi, che possono vivere solo nella mente degli altri, non nella nostra, perchè noi siamo unici, un unico pensiero, il nostro pensiero. La sensazione di fallimento, di non rispetto delle aspettative deve essere quella frattura in cui insinuarsi, in cui essere, un momento di sospensione del giudizio in cui entrare in contatto con quella parte di noi “creativa” che ci da le dritte per “ripensarci” in modo da poter continuare ad “esserci” nel nostro vivere.

Ho parlato di “parte creativa” non a caso perché esiste, dentro di noi, quella parte che ci vorrebbe distrutti, che ci vorrebbe fare scomparire ed è una parte molto infantile, che incarna il nostro desiderio di tornare nell’utero materno per porre fine alle nostre sofferenze: questa non è “creazione” questa non è immaginazione. Questa è la parte di noi, quel nostro “Io” forgiato dalle nostre esperienze negative con cui nasce il vero conflitto interiore. Noi non possiamo sentirci inadatti, perché è attraverso le nostre mani e la nostra parte “bambinesca” che quella possibilità di “dis-nascita” può esistere: le parti di noi che ci impediscono la realizzazione dei nostri desideri sono quelle da combattere, quelle da tradire, quelle da uccidere.

Non la sto facendo facile, serve uno sforzo, serve una forza dentro di noi che c’è, esiste, non è una “speranza”, è una verità che ci teniamo dentro, una creatività di cui abbiamo paura e la temiamo così tanto perché sappiamo che non rispetterà MAI le aspettative del mondo esterno, che non ci farà rientrare perfettamente in uno dei tanti ruoli che il mondo vuole per noi. Odiare (se stessi e gli altri giudicanti con il loro dito inquisitorio) o avere paura sono sentimenti pietrificanti: in J.R.R. Tolkien tutti i personaggi che si fanno sopraffare dalla paura, dal giudizio degli altri, dalle immagini che gli altri sovrappongono alla loro vera identità muoiono. Muoiono nella follia, tra l’altro.

Elfi, uomini, nani ed hobbit.

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