UK, Scandinavia: d’amore, d’euro e di altre sciocchezze (europee)

cover-d-amore-di-morte-e-di-altre-sciocchezze_bigIl riferimento nel titolo è all’album di Francesco Guccini D’amore, di morte e d’altre sciocchezze, pubblicato nel 1996. Facendo altri paragoni il rapporto tra Gran Bretagna, penisola scandinava ed UME, un riferimento va al liceo, dove, studiando Catullo, ci venne insegnato quel brano noto come Odi et amo, anche se non vi è un tormento tra i due o una lusinga eccessiva da parte di uno o dell’altro “amante”.

Il rapporto tra certe realtà come lo UK sono vissute in maniera tesa, come conviventi senza dialogo. Uno dei cavalli di battaglia dei “no euro” è “Lo UK non ha l’euro e sta benissimo!” Le motivazioni per lo UK sono da cercarsi in tre diverse dimensioni: politica, economica e finanziaria. La prima è da cercarsi nell’ambito laburista-conservatore. Nessuno dei due schieramenti ha un interesse programmatico ad entrare nell’euro, almeno per ora. Nonostante questo, l’adesione all’UME non è scartata a priori (almeno come tentativo di “inglesizzare l’UE” (nota 1). Infatti “la stessa iniziale adesione al progetto dell’euro non fu presentata nella sua dimensione autenticamente politica e strategica, prestando così il fianco alla critica euroscettica dei conservatori e della fortissima stampa antieuropea”. La seconda motivazione di carattere economico viene data da Paul De Grawe, uno dei più famosi economisti in Europa, autore del celebre saggio Economia dell’unione monetaria (ed. it. Il Mulino). Vi invito a leggerlo, poiché prende i pro e contro di un’unione monetaria e ne fa un’ottima sintesi. Lo UK non ha interesse per tre motivi economici: apertura commerciale, asimmetria degli shock, fessibilità del mercato del lavoro. La teoria classica delle aree valutarie ottimali definisce i fondamenti per la riduzione dei costi a seguito dell’adesione ad un’unione monetaria (nota 2):

  • un alto grado di apertura al commercio tra regioni;

  • un’elevata mobilità del lavoro tra regioni;

  • l’assenza di shock asimmetrici (ovvero quei cambiamenti imprevisti nella domanda e/o nell’offerta aggregata di un paese che non avvengono contemporaneamente in altri paesi).

Lo UK, nonostante la presenza di un forte commercio, dimostra di avere una apertura commerciale prevalentemente più debole di altri Stati dell’UE, quindi non possiede propriamente una di queste caratteristiche. Per la questione “shock asimmetrici”, De Grawe dimostra che l’offerta aggregata nello UK è inversamente correlata agli shock di domanda aggregata nell’UE, come dimostra questo grafico (nota 3):

art 3

Questa reazione è probabilmente legata alla decisione dello UK di proseguire con una politica monetaria indipendente. Ciò potrebbe rappresentare un motivo di entrata, poiché, se la correlazione negativa fosse effettivamente dovuta alla politica monetaria, gli shock potrebbero scomparire. È altrettanto vero, però, che gli shock dell’offerta sono solo debolmente correlati a quelli dell’eurozona. Quindi la divergenza tra gli shock nell’eurozona e quelli dello UK potrebbero essere effettivamente elevata, aumentando i costi potenziali della partecipazione.

La terza motivazione risiede nel mercato del lavoro più flessibile di quello tedesco e francese. Infatti la capacità di risposta dello UK ad uno shock esogeno tramite flessibilità salariale è maggiore rispetto a Germania e Francia, al cui interno (e questo anche prima dell’euro) la disoccupazione non viene riassorbita e diventa di carattere permanente (come successo dopo gli shock del 1979/1980, secondo shock petrolifero, e del 1992/1993 con l’uscita di Italia e UK dallo SME). Quindi i costi di risposta in termini di disoccupazione sono minori rispetto ai paesi continentali. Nonostante la presenza di shock asimmetrici rischino di rendere più costoso l’ingresso nell’UME, l’aggiustamento interno ridurrebbe i costi rispetto ad uno shock esogeno, diversamente da Germania e Francia.

Ultimo motivo viene confermato anche dall’ex presidente della Commissione Romano Prodi, il quale disse, durante la trasmissione “Che tempo che fa”: “La Gran Bretagna è un caso diverso dal nostro, perché sono la seconda potenza finanziaria al mondo col desiderio di diventare la prima” e che quindi desideri mantenere un proprio modello di politica monetaria. È altresì vero, però, che si verifichi il contrario (e da qui riprendo De Grawe), ovvero che il ruolo della City venga assimilato dal centro economico dell’Europa. Questo (ed è una mia opinione) renderebbe più favorevole l’euro non solo come moneta usata a livello mondiale in quanto centro di un interesse economico dinamico (inteso in senso produttivo), quanto anche un centro finanziario. Ma non solo Londra “regalerebbe” (per così dire) la propria potenza finanziaria all’eurozona (rischiando quindi di compromettere la propria posizione, anche politica, rispetto al Commonwealth e agli USA), ma, nonostante la BoE faccia già parte del SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali) l’appartenenza all’eurozona permetterebbe una maggiore influenza sul tasso di interesse. Ma, nel tentativo di mantenere i compiti del proprio statuto, la BCE potrebbe prendere decisioni contrarie agli interessi economici di alcuni suoi membri. Quindi l’entrata nell’eurozona potrebbe essere meno attraente per alcuni Stati.

Per quanto riguarda alcuni stati nordici senza l’euro, perché non entrano nell’UME? In realtà non è che non entrano nell’UME, ma alcuni che sono in facoltà di entrare entreranno solo a determinate condizioni. Per esempio la Danimarca. A differenza dello UK, la Danimarca ha sottoscritto gli accordi AEC II (ovvero l’accordi europei di cambio stabiliti nel 1999 a seguito della fissazione dei tassi di cambio irrevocabili con l’ECU), ma ha funzione di opt-out, ovvero mantiene la possibilità di adottare la moneta in un momento successivo. Fino ad ora, causa la crisi e un’opinione negativa sempre più cospicua sull’UME, la Danimarca ha fissato i termini di cambio e, fino al 2009 ha mostrato volontà di entrare nell’UME, ma posticipando l’abolizione della clausole di opt-out a data da destinarsi, a seguito di un referendum (come successe nel 1992 con il trattato di Maastricht) e inoltre non posseggono uno dei paramentri per l’entrata nella moneta unica.

Per quanto rigurda gli altri paesi, la questione è simile alla Danimarca, cioè diviene fondamentalmente legata all’opinione pubblica e alla soddisfazione delle condizione dei trattati, i “criteri di convergenza”. “Ci si attende che anche la Svezia entri in futuro nell’area dell’euro, anche se non ha ancora soddisfatto le condizioni necessarie”, scrive la Commissione Europea. Alcuni dei maggiori partiti svedesi continuano a credere che aderire sarebbe nell’interesse nazionale, ma tutti si sono impegnati ad attendere l’esito di un futuro referendum e non mostrano interesse nel sollevare la questione (nonostante l’esito di un referendum de 2003 contrario all’entrata, tramite cui il governo ha evitato di aderire al meccanismo AEC II).

Nonostante la Norvegia non faccia parte della UE o dell’euro, essa è fortemente integrata col mercato comune, ma, a seguito di un referendum, la popolazione ha detto no: “Gli argomenti per il no erano che l’adesione rappresentava una minaccia per la sovranità della Norvegia, che le industrie della pesca e dell’agricoltura ne avrebbero sofferto, che l’adesione si sarebbe tradotta in una maggiore centralizzazione e in un indebolimento dell’uguaglianza e dello Stato sociale. La pesca ha un grande peso nell’economia norvegese. È la seconda industria del nostro Paese, dopo quella petrolifera. […] Ma occorre aggiungere che sul piano economico la Norvegia fa già parte del mercato interno europeo. Infatti non dobbiamo farci ingannare dalle apparenze: noi siamo fortemente integrati nell’Unione Europea, anche se non ne siamo membri. […] Economicamente, siamo uguali agli altri Stati membri, grazie all’Accordo sullo Spazio Economico Europeo. La Norvegia partecipa a pieno titolo al mercato interno. Partecipiamo a vari programmi dell’Unione Europea, come il programma di ricerca. L’economia norvegese è forte, la disoccupazione è bassa. I norvegesi non vedono dunque il vantaggio economico dell’adesione all’Unione Europea.” (nota 4)

In conclusione, certamente esiste vita oltre l’UE, l’adesione ad essa e all’UME. Queste non sono la sola garanzia al mondo di contenimento dell’inflazione (v. figura sotto) o di miglioramento delle relazioni commerciali internazionali, ma spesso non ci si rende conto dei benefici o si danno per scontati e questo rende vani i tentativi di migliorare politicamente la UE o, peggio, si dà voce ai populismi.

INFL

Note:

  1. Rimando qui all’articolo “Europa e Gran Bretagna, amore impossibile“ di Ricardo Franco Levi pubblicato sul Corriere della sera il 29 aprile 2014

  2. Per questa parte, invece, il riferimento al seguente link: https://www.docenti.unina.it/downloadPub.do%3FtipoFile%3Dmd%26id%3D299554+&cd=1&hl=it&ct=clnk&gl=it

  3. Link all’articolo originale: http://www.suomenpankki.fi/pdf/102024.pdf

  4. Da: it.euronews.com/2013/03/29/la-norvegia-e-l-ue/
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