Salvarsi? Forse, è possibile

Delia non sa cosa indossare. Prova e riprova davanti a quella distesa limitata, geometrica e trasparente che è lo specchio della sua stanza. Quello che trasforma tutto, o almeno un po’. Le forme del suo corpo si amalgamano con il tessuto di un abito nero, elegante e triste allo stesso tempo. Saluta i figli, Cosimo e Nico. Si raccomanda alla madre di non dar loro il gelato prima dell’ora di cena. Esce. Lei, biologa nutrizionista, lei che un gelato prima di cena l’avrebbe sempre voluto, ma il senso di proibito l’ha avvolta e avvinghiata e fatta sua. Con Gaetano era stato tutto diverso. S’erano amati con rabbia e tenerezza.

cadf7f5adf52de2a2527639b443ba4ceArrivano al ristorante. Lui vuole cenare, nutrirsi, riempire un po’ il vuoto che ha lasciato lei. Delia, dal canto suo, vuole rimanere rigida. Ha accettato l’invito solo per il bene dei suoi figli, per parlare dell’organizzazione delle vacanze estive. O, almeno, questo è l’alibi che vogliono condividere per sentirsi autorizzati a guardarsi negli occhi. Eppure la loro memoria, quell’antro così impervio e intimo che ha inciso una traccia in ogni cellula del loro corpo, s’insinua tra un calice di vino rosso e un tortino di spinaci in una sera calda a Roma.

Partono i flash che, in letteratura, sono seguiti dalla parola back. Ma tra Delia e Gaetano il tornare indietro si sviluppa in un presente ovattato, indefinito. Perché Delia non ama le trame fatte da scalette rigide. Lei vuole i finali sospesi.

nessuno-3Ecco che arriva il ricordo di quella loro caccia seduttiva in una libreria. Delia afferra L’Eroe dai mille volti. La scena ritorna alla loro cena. “Siamo imbecilli… E depressi.” Gaetano annuisce e, per allontanare quell’espressione e non farla sua, ricorda cose, tante. Il loro amore, il primo incontro in quella palestra di provincia. Delia che non si regge in piedi al parco, Delia che assaggia un dolce amandosi per la prima volta, Delia che sa non mangiare.

Non si è salvata da sola. E nemmeno Gaetano, sceneggiatore di programmi televisivi, insicuro e fin troppo sognatore.

C’è una coppia d’anziani quella sera al ristorante. Ridono, son seri, si scambiano sguardi di consueta normalità. Sono proprio loro a pronunciare la formula magica o l’anatema: “Nessuno si salva da solo”.

Delia lo guarda dalla finestra, lo vede fingersi barcollante lungo il viale illuminato dalla tiepida alba ormai arrivata. Prende un piatto di pasta. lo fa in modo calmo, normale. “Non hai cenato”, la madre non ha mai smesso di controllarla.11016817_409091879268013_5986076500644166361_o-700x466 “Ho fame” Sorride.

Gaetano si gira di scatto verso lei. E tutto rimane piacevolmente sospeso tra la luce soffusa di un lampione che si spegne per lasciare spazio alla luce vera che non ha interruttore. La Mazzantini crea con l’inchiostro, Castellitto plasma quelle parole.

Nessuno si salva da solo è un continuo inizio di ricordi, proiezioni e cose che, a volte, si finge di non vedere.

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