Matrimonio egualitario: tomba delle lotte LGBTQI?

In questi ultimi anni le varie sigle LGBT italiane e, più in generale, le persone omosessuali, hanno alzato la testa per chiedere uguali diritti. Lo scontro che è nato attorno al ddl Cirinnà ne è testimone. Le persone omosessuali vogliono vivere una vita normale” come quelle eterosessuali: sposarsi, avere figli, costruire una vita di coppia. Una battaglia più che lecita, ma è veramente solo questa da intraprendere? Non è forse riduttivo? Che fine hanno fatto i diritti per le persone trans? E le persone intersex? Dov’è finita quell’attenzione che si è data tra gli anni ’70 e ’80 alle persone “altre”, quelle che non chiedono altro di essere accettate per come si sentono? Dove sono finiti quelli che difendevano l’essere frocie, queer, freak o genderfucker? E per aggiungere la domanda delle domande: ma la battaglia contro il binarismo di genere e di orientamento sessuale, ce la siamo persa tra un circolo Arci e una sauna?

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Io sono il perfetto stereotipo di maschio omosessuale accettabile dalla società. Non sono effeminato, mi vesto con pantaloni regular e simpatiche felpette, da bambino giocavo a calcio e con le macchinine, ascolto i chitarroni e la peggior elettronica in circolazione, rutto e impreco. Certo, mi piacciono gli uomini, ma non ho la voce da “checca”, non sbatto le braccia come fossero ali di colibrì e, tendenzialmente, le persone non mi danno del frocio, anzi, si sorprendono a sapermi gay. Sono fatto così, senza tanto retropensiero. Eppure sento che questo non mi solleva affatto dalla responsabilità di occuparmi di tutte e tutti coloro che non possono vivere le proprie identità serenamente.

Credo nella diversità. Mi piace la diversità! E più le persone sono “frammentate” rispetto all’onda umana (illusoria) che possiamo definire “normale”, più mi sento realizzato come essere vivente. Non tutti gli omosessuali la pensano come me, anzi. Percepisco che le sigle LGBT, in particolare Arcigay e chi organizza i Pride in Italia, stanno perdendosi dei pezzi. Pezzi che io non voglio perdere, ma integrare attivamente nel mio percorso di lotta per i diritti civili. Pezzi da far tornare protagonisti delle tematiche dei diritti civili nazionali e internazionali.

Prima di trattare uno qualsiasi degli argomenti legati a queste tematiche, ripassiamo la differenza tra orientamento sessuale, identità di genere e ruoli di genere, rileggendo il nostro intervento: “Sai come difenderti dall’ideologia del Gender?
Teen TransgenderFatte le dovute premesse, si può pacificamente affermare che Arcigay in primis, e dietro la quasi totalità delle sigle LGBT, hanno sviluppato un pensiero binario. Non parliamo di una strana forma di siderodromofilia, ma bensì di quel pensiero dominante per il quale l’umano si divide in categorie con due sole opzioni, in particolar modo in campo di identità di genere e di orientamento sessuale e affettivo. Eppure non è così.

Una sera di Settembre, sulla terrazza annoiata di un palazzo di Piacenza, sto chiacchierando con alcuni amici di politica. Camilo Miguel Teillier Villagran, Responsabile Nazionale per l’Area Tematica LGBTQI della Rete della Conoscenza, sta ragionando sul ddl Cirinnà. A freddo gli chiedo: “Camilo, secondo me la lotta per il matrimonio egualitario, non solo per le unioni civili, è la tomba delle lotte LGBTQI. Anzi: è la tomba internazionale delle lotte per i diritti civili e per l’autodeterminazione. Cosa ne pensi?

Certo, una domanda semplice da districare in poche parole lì, su un paranoico terrazzo della Pianura Padana. Eppure il ragionamento si definisce parola dopo parola: “Credo che i più grandi nemici delle lotte LGBT siano tre esordisce. Il primo consiste nell‘assenza di trasversalità. Senza trasversalità le rivendicazioni non diventano più politiche né sociali, ma solo di categoria, rischiando di toccare pericolosamente la settarietà e il vittimismo. Io non devo chiedere dei diritti in quanto sono omosessuale che ne è privo; io devo rivendicare un modello sociale nuovo che, a differenza di quello attuale, non metta in secondo piano nessun individuo, come ad esempio gli omosessuali. Cioè, i prerequisiti per accedere a diritti e welfare devono fermarsi alla mia persona, non a chi amo, da dove provengo, chi sono, quale sia il mio genere etc, in quanto quelli sono caratteri non definenti il fatto che io sia più o meno una persona o più o meno un cittadino, ma arricchiscono semplicemente la collettività.” Chiaro: chi siamo non definisce la nostra possibilità o meno d’accedere ai diritti.

Non bisogna mai dimenticare – prosegue – che l’esclusione derivante dai fenomeni discriminatori è sociale e l’isolamento sociale ci sconfigge tutti, su qualsiasi fronte. Dunque la lotta deve essere sociale, donne, uomini, omosessuali ed eterosessuali, migranti e italiani, disoccupati, precari a chiedere un orizzonte diverso.

Franziska NeumeisterLo sguardo di Camilo fissa severo il vuoto, fatto di lampioni e finestre luccicanti: Il secondo nemico è l’accettare che il dibattito sui diritti venga impostato come una contrattazione che richiede una mediazione sin dall’inizio, alla fine della quale bisogna ragionare sempre in termini di accontentarsi, di “almeno è qualcosa”. Il fatto è che questo rappresenta un cancro culturale che ci vede perdenti in partenza, in quanto la discussione dovrebbe partire dal fatto che sui diritti non si media, che la disuguaglianza anche solo parziale davanti alla legge e alla dignità umana non è ammessa tra i possibili risultati. Perché è proprio grazie alla logica del contentino che si inseriscono nel dibattito posizioni non democratiche come quelle fanatiche cattoliche, sentinelle in piedi, neofasciste o semplicemente pseudoscientifiche, che invece non dovrebbero avere legittimità alcuna. Dunque no, la mediazione sul ddl Cirinnà non dovrebbe essere motivo di vanto per il PD, ma qualcosa di cui rendere conto con posizioni più nitide.” Riassumendo: se si parte già con l’idea che la volontà di affermare un diritto debba essere frutto di una mediazione, si parte già perdenti.

“Il terzo si sostanzia nel rischio di scadere nell’aspettarsi singole “soluzioni” legislative da farsi concedere dalla politica e non comprendere che la battaglia deve essere culturale. Nel senso, una grossa fetta di associazionismo e soggetti politici rivendicano nelle proprie piattaforme LGBT una legge sull’omofobia e una sui matrimoni. Ora, come ho detto prima, di certo sono interventi positivi se portati avanti con una certa integrità (e non a finire spolpati come il ddl Cirinnà o addirittura controproducenti come il ddl Scalfarotto). Ma è sconcertante anche solo pensare che sia solo quello l’orizzonte comune. Le aggressioni, i linguaggi stereotipati, la paura della libertà del corpo, il tabù bigotto sul sesso e l’esclusione sociale continueranno se non si rivoluziona la comunicazione, il mondo di scuola e università, l’autorevolezza dei saperi scientifici e umanistici su queste tematiche e una pratica moderna e durissima di antifascismo e lotta ai fanatismi. Insomma, della vera laicità.” Stimolato da quella chiacchierata, provo a comprendere quali battaglie abbiamo perso di vista.

Aimee ArdellSpesso non ci s’interroga su chi siano quelle persone che si riconoscono nella lettera “T” della sigla LGBTQI. Questo è frutto della nostra ignoranza nei confronti di una realtà che non ci tocca direttamente. Schematizzando per chi non dispone di risorse cognitive eccelse, ci sono persone T che nascono con i tratti fisici dei maschi o delle femmine, ma che, di fatto, abitano un corpo “sbagliato”. In Italia esiste la legge 164 del 14 aprile 1982:

«Il tribunale, quando risulta necessario un adeguamento dei caratteri sessuali da realizzare mediante trattamento medico-chirurgico, lo autorizza con sentenza. In tal caso il tribunale, accertata la effettuazione del trattamento autorizzato, dispone la rettificazione in camera di consiglio».

Per quanto fosse un traguardo negli anni ’80, questa legge, di fatto, impone alle persone transgender di poter “rettificare” legalmente il proprio genere solo dopo essersi sottoposti ad un “trattamento medico-chirurgico”. Ed ecco il pensiero binario che domina la nostra società: o sei maschio o sei femmina, e per far sì che ciò sia definibile con certezza, devi adeguare il tuo corpo, i tuoi genitali.
Una battaglia portata avanti da pochi soggetti in Italia è quella dell’autodeterminazione del genere. Proprio come detto da Camilo su quel terrazzo, l’identità di genere è un tratto che, tutto sommato, non dovrebbe interessare alla collettività. Ha sì un risvolto sociale, ma questo deve essere a carico dell’individuo, non dello Stato o della società civile.

Concatenato a questo tema, c’è quello delle persone intersex. Per chi poco mastica la nomenclatura LGBTQI, le persone intersex sono quelle che non sono definibili maschili o femminili a seconda dei cromosomi sessuali, dei genitali o dai caratteri sessuali secondari. In Italia (e non solo), la tendenza è quella di “correggere” i genitali del neonato intersex per “normalizzarlo” alla visione binaria dominante “maschio o femmina”. Una pratica che, grazie ad una lenta e complicata pratica di convincimento, sta perdendo terreno: ma ancora troppo lentamente. In questo caso impostare un percorso per il riconoscimento del “sesso neutro” (come accaduto in Francia) è fondamentale per realizzare una società che respinge le discriminazioni di qualsiasi natura e le conseguenti pratiche discriminatorie.

Sul versante dell’orientamento sessuale, i grandi dimenticati sono le persone bisessuali. I bisessuali, come ben comprensibile dal termine, stringono legami affettivi e sessuali senza distinzione di genere. Il pensiero binario, in questo caso, si lega al binomio “etero o omo”, dove o si è eterosessuali o omosessuali. Eppure i bisessuali esistono, svincolandosi dalla visione “adolescenziale” di latenza che attraversa buona parte delle persone omosessuali. In questo caso la battaglia è prettamente culturale: la bisessualità non è accettata neppure dagli omosessuali, figuriamoci dalla società tutta. Anche questo tema, ahi noi, è completamente dimenticato dalla grande maggioranza delle associazioni LGBT.

Charles HutchinsPer essere il più completi possibili, non si possono ignorare coloro che si definiscono “pansessuali”, ovvero senza vincoli di genere, comprensivi di persone “T” e “I”. O “Queer”. Chi e cosa siano le persone Queer è un discorso interessante quanto complicato. In estrema semplificazione, potremmo parlare di “Queer” come una parola riassuntiva di etero, gay, lesbiche, bisex, transex, intersex, pansessuali che non si riconoscono in tali definizioni. Coloro che, anche come gesto politico, rifiutano la categorizzazione. Di norma, le culture queer sono radicate nelle zone d’ombra della società, nelle realtà politicizzate, autonome, underground e anarchiche. Eppure, ragionandoci, la parola “Queer” sembrerebbe voler eliminare socialmente proprio quelle differenze che competono all’individuo. Quasi in modo contraddittorio, una società queer, ovvero senza che le persone ripongano il proprio interesse nell’identità di genere, nell’orientamento di genere e in quello sessuale degli altri, potrebbe essere quell’utopico ideale al quale tutte le sigle LGBTQI degne di tale nome dovrebbero tendere.

Il quadro, dunque, è confuso ma districabile. Se ci si concentrerà sempre e solo sul matrimonio egualitario si perderanno tutte le altre tematiche viste sinora. Tematiche che, permetteteci di dire, sono decisamente più complesse da comprendere rispetto ai diritti matrimoniali. Auspico un’apertura di vedute a 360 gradi da parte delle associazioni LGBT per prime, da parte delle persone LGBT poi, ed infine da parte di partiti e associazioni che si assurgono a difensori dei diritti degli omosessuali, scordandosi tutti gli altri.

Photo credits: J u l i a n,  Charles Hutchins, Franziska Neumeister, Aimee Ardell, Ed Schipul

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