Il Mondo in catene: storia di una fotografia

Come molte delle cose meravigliose che ci “capitano”, questa che sto per descrivervi mi è apparsa per caso poco fa, davanti agli occhi, in tutta la sua potenza visiva, emotiva, razionale.

La foto che trovate poco sotto l’ho scattata ad uno scalino di un piccolo santuario che si trova nel parco della mia città di origine. Di solito non guardo con grandi aspettative le simpatiche scritte adolescenziali fatte con il pennarello indelebile, lo spray, l’uniposca (se esiste ancora come pratica espressiva); non ripongo grandi aspettative neanche quando trovo le “incisioni” sul legno delle panchine, dei tavoli di legno che si possono trovare in parchi come questo.

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Tenete bene a mente questa parola: “aspettativa”.

Ebbene, da ieri mi trovo nella mia città natale, dove ho sofferto i peggiori anni che una persona possa vivere nella sua vita: ho passato un’infanzia ed un’adolescenza terribili, orrende, come capita a molti.

Ieri sera non è stato un buon ritorno a casa, non lo è mai se da quel posto sei letteralmente scappato a gambe levate, come un leone chiuso in gabbia che non desidera altro che la libertà. In molti in un periodo particolare della propria vita si sono sentiti inadatti, come una tessera di un puzzle che non trova corrispondenza in nessun’altra. Questo sentirsi diversi, questa sofferenza nel non trovare una corrispondenza significa anche e soprattutto non rispettare le aspettative degli altriimage_book

L’aspettativa di essere come ci immaginano, come gli altri ci desiderano. Il doppio volto del desiderio è anche questo: desiderare vuol dire anche immaginare ed anche avere delle aspettative.

Quante volte l’abbiamo provata quella sensazione terribile, paralizzante, annichilente di non rispettare le aspettative e di provare l’ansia di volerlo, desiderarlo a tutti i costi, di rispettarle queste aspettative: seguiamo le carriere ed i desideri dei nostri genitori, ci vestiamo come piace al partner, ci uniformiamo anche nelle emozioni per essere “come tu mi vuoi” finchè quel “come tu mi vuoi” non cambia e diventa un colpo al cuore. Non è più “come ti voglio io”, diventa “voglio altro che non sei tu”: una confusione assurda, non credete?

Un circolo vizioso che ci porta sempre più giù, più giù, fino al non capire più chi siamo, perchè sentiamo sempre le parole degli altri per descriverci e mai ascoltiamo le nostre parole per descriverci, e tutto questo perchè non le conosciamo affatto: è un lato ambiguo della convivenza sociale, ascoltare diversi punti di vista, affrontare diversi sguardi. Siamo tutto quello che gli altri dicono di noi? In parte si.

Fin dall’inizio il linguaggio è stato strumento fondamentale per la catalogazione della realtà da parte dell’uomo: la scrittura nasce per fini molto pratici, economici, è uno strumento, una tecnologia, per contare gli oggetti (la così detta Bulla). La scrittura in principio non ha avuto a che fare con le emozioni, con la ricerca dello “spirituale”, per quello esistevano le pitture rupestri, i disegni degli uomini primitivi nelle caverne che descrivevano si, ma erano descrizioni che includevano le emozioni che si provavano: gli uomini piccoli piccoli di fronte ad un pericolo che era sempre più grande (un elefante, un incendio, un animale feroce), non venivano rispettate le dimensioni reali. Razionale ed emozionale si fondevano: una percezione del corpo diventava stimolo per la mente. Così come il tramandare i miti, le storie, le leggende, il soprannaturale avveniva oralmente: l’Odissea e l’Iliade ne sono un esempio più che importante e conosciuto.250px-Bulla

L’antropologo André Leroi-Gourhan, autore del libro Il gesto e la parola, sostiene che, dopo aver raggiunto la posizione eretta, l’uomo ha scoperto che avendo le mani libere poteva utilizzarle come “strumenti”: non è stata la mente a cambiare il corpo, ma è stato un processo di mutuo-aiuto nel realizzarlo, il corpo ha liberato le mani che hanno dato spunto alla mente di poter usare il corpo.

Assecondare le aspettative che gli altri nutrono nei nostri confronti non vuol dire altro che andare contro la naturale evoluzione dell’uomo: è un crimine che noi perpetriamo quotidianamente contro noi stessi, fino ad entrare in quel circolo vizioso in cui il nostro corpo ci dice come ci vorrebbe e noi lottiamo a tutti i costi contro la sua visione, contro la nostra mente, i nostri desideri.

Preciso subito perchè immagino che lo stiate pensando: non voglio professare una assoluta anarchia d’estrema libertà nel comportarsi con gli altri “come ci gira”. Rimangono ferme le convenzioni sociali di reciproco rispetto,cose come il rispetto del pudore altrui, che non è un’aspettativa nel comportamento, ma, semplicemente una cosa che ci protegge (sia nelle relazioni che nella salute: distruggersi e farsi distruggere non è un metodo di libertà, è una sofferenza che viene fuori e viene espressa con l’autodistruzione).

Il “Mostro” citato nella foto, non è qualcosa di aberrante, orribile, brutta: mostro, deriva da monstrum, ovvero, che si mostra così com’è.

Difficilmente riusciamo a tenere il “mostro” in catene, corpo e mente non ce lo permettono sempre, perchè la bellezza del “mostro” è proprio la sua libertà. 

Non ho mai sopportato le gabbie, le sbarre, le catene, le voglio distruggere sempre: nei giochi dove ci sono è la prima cosa che faccio, perchè dopotutto, se liberi anche il mostro più feroce e minaccioso rinchiuso/incatenato lo puoi vedere in faccia e sapere cosa devi affrontare.foto-mano-bocca

Le catene metaforiche che cito nel titolo di questo articolo altro non sono che le aspettative: quelle degli altri verso noi stessi e quelle, reciproche, che noi riponiamo negli altri.

Sembra un rompicapo assurdo che sembra molto complicato ed ingegnoso, ma, invece, se lo si scompone diventa semplice e chiaro.

Esiste uno studio nell’ambito della storia delle religioni che si chiama “soteriologia” che è “lo studio della salvezza nel senso di liberazione da uno stato o una condizione non desiderata”.

Meditazione, ascetismo, raggiungimento del Nirvana, confessione dei peccati: ogni religione offre strumenti e pratiche soteriologiche.

Nel nostro discorso sulla praticità della vita relazionale con gli altri, quotidianamente, una piccola ma efficace (non facile, badate bene, non esiste una cosa facile o che non procuri sforzo o dolore che funzioni) pratica soteriologica può essere quella di iniziare a provare a non avere aspettative nei confronti delle persone che amiamo, o che vorremmo amare.

Non dico che sia possibile, è molto difficile scindere il “desiderio” dall’ “aspettavita” che possiamo provare, se non fosse per un particolare che li divide nettamente: il desiderio ci porta a meravigliarci, a perderci per poi ritrovarci nell’altro, ci fa sentire inclusi nei suoi occhi, l’aspettativa invece cataloga ed esclude, crea e non meraviglia, non stupisce; il desiderio è un sentimento della ragione passionale, l’aspettativa è freddezza lucida e razionale, ingabbia e chiude le porte.

Quindi? Incondizionatamente e senza aspettative: tenetelo come un mantra e vi muoverà verso un sentimento puro, che può dare spazio all’altro di mostrarsi in tutta la sua natura di monstrum. Se liberiamo noi stessi dalle nostre aspettative, libereremo gli altri dalle loro ed entreremo in quel circolo virtuoso che si chiama comunanza di intenti, affinità elettiva, desiderio reciproco: molto facilmente sarà questo circolo virtuoso a smontare le catene di cui ho parlato nel precedente articolo, quelle catene imposte e ben impacchettate, con bei fiocchi rossi.

Incondizionatamente e senza aspettative.

Vi piacerà, ve lo assicuro.

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