Società fast food

Marc Augé, etnoatropologo francese, introduce il concetto di “non lieu” definendo due concetti complementari ma assolutamente distinti: da una parte quegli spazi costruiti per un fine ben specifico (solitamente di trasporto, transito, commercio, tempo libero e svago) e dall’altra il rapporto che viene a crearsi fra gli individui e quegli stessi spazi. In altre parole i non luoghi esistono solo per far sì che si usufruisca di un servizio: a prestazione terminata non sono più utili a nulla, sono semplicemente dei luoghi di transito. Ne è un esempio il supermercato: è uno di quei posti in cui si entra, ci si fa la spesa, e (soprattutto nei supermercati di nuova generazione) non ci si ferma ad intessere relazioni con il prossimo. Difficilmente si scambiano due chiacchiere con il tizio che ti affetta due etti di salame, o con la cassiera, perché il centro commerciale è un luogo anonimo e la signorina che batte i prodotti, sorridendo meccanicamente, non è la signora dell’alimentari sotto casa che ci ha visto crescere.

Lo stesso discorso vale per la stazione centrale: prendiamo in esempio quella immensa e bellissima di Milano, in stile neoclassico, costruita durante il fascismo e voluta dal Duce.

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Teoricamente la stazione centrale dovrebbe essere un non luogo perfetto, perché lì dovresti entrare solo per prendere il treno. Le leggende invece raccontano che di notte, in stazione centrale, succedeva qualunque cosa: e allora i marmi impolverati e luridi diventavano palcoscenico di bische clandestine e giri di prostituzione, o alloggio di fortuna per giovani minori in attesa di collocazione in una comunità.

Si racconta che qui, alla stazione centrale di Milano, di notte, si potesse trovare tutto ciò che si desiderava.

Ma questa magia piano piano sta svanendo e lo spazio pieno di anfratti in cui nascondersi per qualche ora, anche solo per pensare, per guardare i viaggiatori provenienti da tutto il mondo e il loro vagare prima di prendere un treno, si sta ammodernando.

Anche la stazione centrale si sta ora piegando completamente alla filosofia del non luogo, in cui tutto si consuma e poi si scappa.

Forse, i segni premonitori sono stati i cartelloni di D&G, con modelle nude e ammiccanti che ti mostrano il trend dell’estate. Immaginatevi in un posto che ha sempre puzzato in un modo indefinibile, ma che comunque sapevate esser “l’odore di stazione”. Immaginatevi quel posto sporchissimo, che se lecchi per terra e non muori all’istante, ti sei vaccinato a vita. Immaginatevi quel luogo altero, imponente ed immenso, che lo guardi e pensi: “Mastodontico ed istituzionale!”  con la pubblicità di donne i cui vestiti provocanti stonano completamente. E così le barriere architettoniche sono state abbattute e vicino alle scalinate immense sono spuntati ascensori. Le panchine su cui si accasciavano scomodamente i clochard sono state modificate: sono stati posti dei braccioli nel mezzo così da non potercisi sdraiare, neanche se sei in coma etilico.

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Oppure se sei un asperger, o semplicemente un amante dei treni, non puoi sederti a guardarli passare. Sono stati messi i tornelli, per cui, se non hai il biglietto, non puoi provare il brivido di farti un viaggio gratis.

Ci hanno rubato la stazione centrale, e tutti i ricordi sentimentalistico-adolescenziali legati ad essa.

Ma forse, finché è un luogo ad essere spersonalizzato, reso asettico, a perdere l’anima, non è un problema. Il vero problema nasce quando sono i corpi, il modo di vivere, a diventare un “prendi e consuma al volo che abbiamo troppo poco tempo e dobbiamo fare in fretta”.

Stando seduti in stazione, ci si può soffermare a guardare bene la gente. Tutte quelle ragazze ben confezionate e appetibili, ma terribilmente uguali. Tutte in serie. Non c’è un minimo di ricerca, in questo vestiario, alla pari di un asettico e spersonalizzato non luogo: quegli abiti vanno alla moda, le fashion blogger li consigliano, li trovi nei negozi in prima linea nella vetrina.

Ma è ben comprensibile: se devi abitare, vivere (o forse non-vivere), un luogo che non ha più una storia da scrivere e che ha solo la funzionalità di offrire un servizio, anche i corpi che lo abitano e lo attraversano devono comportarsi coerentemente con tale spazio.

182914_418299251601443_438945179_nTutto diventa veloce, e tutto si consuma. Non ci si sofferma più ad annusarsi di nascosto, a prendersi del tempo, non si rimane più impacciati con una lampo scomoda: il corpo è diventato parte di una catena di montaggio che corre veloce per perseguire uno scopo. Tutto è funzionale, nulla è lasciato al caso e alla fantasia.

Ma d’altronde: se i luoghi non ci permettono più di intessere relazioni e di affezionarci, di farli entrare nella trama della nostra storia personale, perché mai dovremmo concepire l’incontro con l’altro, con il suo corpo, come qualcosa in più rispetto ad un servizio?

I corpi come stazioni di passaggio: se viviamo i luoghi come “estranei”, allora un partner vale l’altro, non è importante inserirlo nella trama della nostra vita.

Un po’ come quando il fiammifero smette di bruciare, lo buttiamo via, e ne tiriamo fuori un altro.

Oggi, spogliarsi con calma, dopo essersi scelti, dopo un’accurata ricerca, viversi con il tempo personale, proprio dell’individuo, non è più contemplato perché, semplicemente, è inutile. Perché tutto è di passaggio, e tutto può, anzi, deve essere sostituito.

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