A sei passi dalla luna: King Krule, 6 Feet beneath the moon – la recensione

6 Feet beneath the moon, l’album edito dal giovane Archie Marshall nell’agosto 2013, è una bomba ad orologeria di sentimenti agrodolci. È un po’ il biglietto da visita di questo ragazzino dai capelli rossicci tutto pelle e ossa, che quasi si ha paura si spezzi sotto il peso della sua voce, uno strano ibrido alla Joe Strummer e Nick Cave con una potenza, una franchezza davvero invidiabili.

King Krule per il grande pubblico, nasce a Londra nel 1994 e, dopo un’infanzia turbolenta in cui deve lottare con disturbi psichici e insonnia, comincia a registrare da solo all’età di quattordici anni. Esordisce sul web sotto lo pseudonimo di “Zoo Kid” con il suo singolo di debutto Out getting ribs”. Un anno dopo pubblica il suo primo Ep e finalmente nel 2013 esce il primo album ufficiale, prodotto dalla XL e True panther sounds.

Tutti i testi di King Krule, di primo acchito, sembrano parole disordinate letteralmente strappate da quell’area grigia che c’è da qualche parte nel petto chiamata dei sentimenti; poi piano piano, le ombre cominciano a prendere forma e si scorge un’armonia ordinata di immagini commoventi, dipinte dalle note di una chitarra dal riverbero acido.

King Krule per Pitchfork

King Krule per Pitchfork

Immaginate il classico scorcio di cielo sopra una grande città: grattacieli a non finire, luci abbaglianti che percorrono le strade, un tramonto lontano che inonda il mondo di una luce struggente. Ecco, se riuscite a immaginare tutto questo potete capire di cosa parla Easy Easy, il brano che apre l’album. Percorso per tutti i suoi 2.52 minuti da un  riff ipnotico e piuttosto semplice, che probabilmente ricorda i giri introduttivi di Straight to hell dei Clash, è il brano che più rispecchia la personalità di Archie. La vita è un gran casino si sa, il tuo cuore è perennemente fatto a pezzi dalla tua baby blue, hai un lavoro che non ti piace e they just want you for your dough”: però easy easy amico, non c’è bisogno di usare questo tono. Rilassati e non pensarci per un po’.

Poi certo, Baby blue è uno di quei brani che ti mette una malinconia assurda, peggio di una canzone della Hardy ascoltata alle due di notte, una ballata romantica accarezzata da settime arpeggiate che il Guardian ha definito alla Chet Baker. Così continua il nostro viaggio a sei passi dalla luna.

Arriviamo a A lizard state, in cui si scorge una rabbia tutta nuova rispetto alle precedenti ballate dal gusto jazz: parole urlate  nel microfono come fossero sporche, il tutto coronato da un magistrale assolo di sax. In molte interviste King Krule si dice altamente influenzato dalla prima musica jazz, conferendole quella crudezza e quella franchezza che molta gente crede essere propria soltanto del punk. E come darti torto Archie. L’originalità di Archie Marshall sta proprio nel saper attualizzare certe sonorità tipiche degli standard jazz e trasferirle in un contesto moderno, come la Londra che fa da sfondo ai quattordici brani del cd. Il tutto è incorniciato da testi poetici dalla sincerità disarmante.

Scivoliamo in Ocean Bed, quasi come in un sogno, il riverbero è ora più denso e le parole si fondono alla fluidità del riff. Ad un tratto compare The krockadile, ancora la voce calda e piena del King fa un lungo monologo quasi parlato, sviluppato sull’ennesima base jazz/soul che come sempre accompagna i suoi brani. Significativo anche il testo, forse si tratta ancora di rabbia repressa che ogni tanto riaffiora in superficie: “I know you are all fake/ cause man I’m the same/ well burn me at the stake / are you content with this game? / Are you content with what you’ve made?”.

King Krule al debutto di 6 Feet beneath the moon

King Krule al debutto di 6 Feet beneath the moon

E ancora malinconie urbane, costole che sporgono troppo in Out getting ribs, il brano poeticamente più profondo di tutto il disco, l’ennesimo grido d’aiuto di un cuore a pezzi ma col sorriso stampato in faccia. Il titolo deriva da quello dell’omonima opera di Jean Michel Basquait, ed è forse il brano più intellettualoide del disco: and lay me out across the gray / hours I should have kepr at bay / well I had no chance to get away / I can’t escape my own mistake / even more when it’s sweet to the taste”.

Una sorta di fade out al pianoforte con una base hip hop conclude il disco, Bathed in grey è l’ultimo dei quattordici brani strappati dall’aching soul di Archie, che ci saluta con gli ultimi versi emblematici: it hasn’t hit me but I still feel the pain / it hasn’t hit me / there was not much more to say / has this hit?”

Il segreto è solo questo: come ci si sente a sei passi dalla luna. Ed ecco, se una sera tardi state tornando a casa in macchina e vedete le luci pazze sfrecciarvi sotto il naso, beh infilate le cuffie e ascoltate questo album, sentite la pelle d’oca e tutti quei sentimentalismi urlati nudi e crudi nella notte, chiudete un po’ gli occhi and just enjoy the ride”.

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