Di vino buono (di casa) e di mare: Mannarino, Bar della rabbia – la recensione.

Mi è capitato più volte di ritrovarmi, nel mio vagare vagabondo, in molte osterie che nessuno bazzica mai: di quelle lombarde con i nonni dal naso rosso per la grappa nel caffè, di quelle siciliane con il ventilatore sempre acceso anche d’inverno, quelle maremmane e romagnole con i partigiani a giocare a carte. Sempre del buon vino rosso di casa ho trovato. Le osterie romane no, mai stato a Roma (e me ne dispiace molto, troppo, che non sapete quanto) ma qualcuno ultimamente mi ci ha portato.

Premetto, prima di presentare il mio cicerone personale, che ho un rapporto molto difficile con i cantautori, soprattutto quelli italiani (magari meglio dire italioti) e le leggende che li contornano che fanno più film trash anni ’80 che pergamene piratesche.

Alessandro-Mannarino

Ebbene, Alessandro Mannarino mi ha abbattuto, con un colpo solo: Bar della rabbia. Ci troviamo in epoche e stili e gusti e sapori assolutamente mescolati: li puoi riconoscere ma separare anche no. Ah, questo Mannarino, mannaggia a lui! Un pò Capossela, un po’ Paolo Conte, un po’ Tom Waits, e nessuno di questi allo stesso tempo.

Dolly Parton, senza tanto candore, disse: “It’s all about songs”! E c’aveva ragione, la signora Parton. Importano solo e soltanto le storie, le canzoni, le ballate, le ubriacature: perché Mannarino ed il vino stanno davvero bene insieme, meglio se di casa però, senza pretese, senza aspettative di sentire retrogusti fruttati e baggianate da sommelier. In Mannarino il vino è medium come il deserto per Morrison: fa da tramite tra un umanità oppressa da un machismo violento e opprimente ed una vita che brucia, fa male, percula pesantemente e sfianca, come una sbronza.

Mannarino è vino di casa perchè è buono e non fa male, disseta, fa bene all’anima ed al cuore, soprattutto. Un cuore quello di Mannarino che è lontano dai suoi colleghi contemporanei, simpatici sì, magari anche bravi perché giovani e col tiro giusto da far strappare le mutande alle 15enni, ma che non hanno lo stesso mordente, la stessa intensità esistenzialista vera e verace, romana, appunto.

Bar della rabbia è fatto di canzoni, di storie, di pensieri e di riflessioni che non hanno nulla a che vedere con la produzione cantautoriale moderna che, sinceramente, ha ampiamente asciugato le labbra a tutti, tipo aceto però. Mannarino ha solo un debito: la canzone popolare romana, quei “pizzichi de du corde de chitarra” che ci crei un mondo dietro, con la voce roca, vissuta (nonostante la giovane età); perché magari non è proprio necessario averle vissute quelle cose che canti, alle volte basta averle ascoltate quelle storie e crederci, davanti ad un bicchiere di vino rosso di casa e “un piatto de maccheroni”.

La vita prende, la vita dà ma apparare mai, allora davanti al fato che, beffardo, bara alle carte e coi dadi fa sempre sei più sei, ci si vede costretti a fare l’omini. Quindi le onde, il mare, la tempesta, la risacca e la riva a cui andare a chiedere parole e storie.

Me so ‘mbriacato, Bar della rabbia, Scetate vajò, Il pagliaccio: piccole perle di un cantautore che ti porta in Italia negli anni ’50, poi ti catapulta nel 2015, poi ti sbatte a Napoli, di ritorno a Roma, di rimbalzo ai caraibi, di sponda in Puglia e senza farti sentire troppo spaesato.

Suoni e colori che provengono da qualunque parte del mondo, senza che stonino insieme e senza rinunciare a suonare “moderno”, non stantio o ricercatamente low-fi (che ha sinceramente stancato): la title-track ne è la prova, con quella classica spina dorsale importante di due-note-due e poi un mondo intorno, suoni western, slide bluegrass, ritmi esotici.

Perché proprio Mannarino? Perché sì! Perché è l’unico attualmente ad avere una personalità propria, senza rubare ai soliti noti Bob Dylan, Nick Drake, De Andrè, Guccini e chi più ne ha più ne metta: Mannarino è lui, e può anche essere il figlio illegittimo di Capossela, è romano “e se sente ammazza aò” però ha storie tra le mani e che scorrono nei fiumi di vino che vengono da tutto il mondo. Un mondo umano, tenero, romantico ma sanguigno, feroce, un mondo a cui non piace chi si piange addosso inutilmente, un mondo che se ne frega dello sturm und drang dei vari teen idols in giro che rinfacciano alla società di essere brutta solo per corteggiarla avidamente.

Mannarino non prende a prestito nemmeno dalla letteratura, non ha bisogno di citazioni letterarie colte per sembrare colto, perché, personalmente, credo che non gli interessino gli applausi paraculi dei giovani intellettuali ipocritamente perbenisti. Mannarino non ha bisogno di far finta di essere Bukowski, Kerouac o Fante: a lui importano solo le storie, a raccontarle ci pensa il suo stile unico e incredibilmente favolesco.

Mannarino, con la sua voce da narratore e performer incredibile: non basta cantare, serve anche interpretare, teatro nella canzone e ricorda tanto Gaber in La strega e il diamante, che viene da applaudirlo, ma non per il ricordo, piuttosto per essere riuscito a spezzare la vena di nostalgia di un figlio rimasto orfano. Niente leccaculo, per quelli, solo calci nel sedere, con la vita che ride dietro, grasse risate.

Bar della rabbia è davvero un gran bel disco, un disco di un cantautore che ha ancora mille storie da raccontare, che se la ride tra i baffi, dopo un ennesimo sorso di vino, nella solita osteria, con notti insonni passate a sentire le storie strampalate di ubriachi di sventure e avventure. Notti insonni, rosse come un gran bel bicchiere di vino rosso di casa, alla salute, Mannarino!

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