Laicità #Milano3ottobre: vincono i numeri o le persone?

Analisi cognitiva ed emotiva di una manifestazione sottotono.
Sabato 3 Ottobre si è tenuta a Milano la manifestazione per la laicità dello Stato “Le nostre vite, la nostra Libertà”; nemmeno a dirlo, ero coinvolto nell’organizzazione dell’evento. Se state cercando una semplice cronaca della manifestazione, non è questo il luogo giusto. Quello che vorrei tentare di trasmettere è cosa ha lasciato una manifestazione come questa e quali spunti riflessivi provenienti dagli interventi dal palco siano degni di nota, a distanza di qualche giorno. Il perché è presto detto: un racconto di cronaca non permette a chi non ha vissuto la piazza di poter comprendere fino in fondo quanto sia accaduto; l’artificio della cronaca è troppo impersonale.

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Il primo aspetto da liquidare rapidamente, essendo stato un insider nel comitato organizzativo #Milano3ottobre, è giustappunto l’organizzazione. I promotori dell’idea sono i Sentinelli (dei quali faccio, fino ad oggi, parte), gruppo tra il serio e il faceto che sta portando avanti, sopratutto a Milano, le tematiche di laicità e uguaglianza; tra gli organizzatori si contano quattordici tra sigle, gruppi e associazioni e tra gli aderenti il numero sale a novantasei.

La chiesa Pastafariana italiana, tra gli organizzatori

La chiesa Pastafariana italiana, tra gli organizzatori

Fare una manifestazione come questa richiede il supporto di professionisti sin dalla nascita dell’idea, e, in questo caso, così non è stato. Le idee sono state troppe e confuse, le decisioni prese di pancia e la macchina comunicativa si è inceppata alla linea di partenza. Il risultato, sul campo, sì è visto: i partecipanti erano pochi numericamente, 5 volte sotto le aspettative. Di contrasto abbiamo una qualità degli interventi altissima, dai contenuti precisi, forti e determinati, in concerto con una distribuzione mediatica di tutto rispetto, che a livello lombardo ha toccato punte di penetrazione elevate. I perché di questo risultato potrebbero essere molteplici: la natura dei temi trattati che toccano la sfera emotiva delle persone e, quindi, difficilmente delegabili; la novità rispetto al resto delle manifestazioni, ovvero il mettere insieme tutti i temi della laicità (fine vita, eutanasia, interruzione volontaria della gravidanza, autodeterminazione del genere, matrimonio egualitario, laicità nell’istruzione) in un’unica piazza; la totale mancanza di partiti e denaro proveniente da fondazioni o soggetti simili; la poca dimestichezza degli organizzatori.

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Chi sono stati i protagonisti della giornata del 3 Ottobre? Il primo, per esuberanza e lucidità, è Don Franco Barbero. Per chi non ha idea di chi si stia parlando, Don Franco è un sacerdote cattolico e teologo che benedice l’unione di tutte le coppie, etero od omo che siano. Ma questa non è l’opera finale di un percorso personale, ma bensì il sintomo di una percezione dell’esistenza laica, senza che le idee e le pratiche cattoliche entrino in conflitto. “In questa Italia abbiamo cose da archiviare… un concordato!” dice il parroco in un passaggio. E aggiunge “C’è la fabbrica del pregiudizio. In realtà [il gender] è un’invenzione ideologica, mentre c’è una seria riflessione sui generi. Il gender lo ha inventato l’ala destra dei cattolici e alleati vari” E parlando di chi “mette in giro” le falsità legate alla ideologia del gender insegnata a scuola, come l’insegnamento alla masturbazione, afferma che “ha dei problemi… ma tanti!”. Conclude dicendo: “gli omosessuali, lesbiche, bisessuali e tutta la sigla fino alla Q non vogliono accontentarsi di qualche piccolo diritto. Nessun contentino! O c’è il matrimonio con tutti i diritti alla pari, senza diminuzione di qualità, o tenetevelo pure”, (riferendosi al ddl Cirinnà).

Vi invito a guardare (non solo ad ascoltare) l’intervento di 10 minuti di Don Franco. Ne resterete piacevolmente sorpresi.

Inevitabile parlare di Beppino Englaro. Salito agli onori della cronaca quando Eluana, sua figlia, fu vittima dell’accanimento medico a seguito di un incidente. Non si tratta strettamente di eutanasia, in questo caso, ma della scelta di “lasciare che la morte accada”, citando Beppino. Riportare poche frasi del suo intervento sarebbe riduttivo. Non solo per quanto detto, ma per come è stato detto.

Proseguendo, in un passaggio Monica Romano, responsabile gruppo AMA identità di genere dell’associazione Milk Milano, ha ribadito che Noi non siamo il gender, siamo persone, siamo esseri umani, uomini e donne in carne e ossa che chiedono diritti”. Proprio di questo si parla quando si chiedono a gran voce le leggi riguardanti i diritti civili: persone. Niente strane e bislacche teorie, nessuna velleità di devastare stereotipi familiari (che si sgretolano già da soli), nessun complotto imperialista: siamo tutte persone, e come tali dobbiamo essere rispettate. Le questioni LGBT non competono solo a gay, lesbiche, trans, bisex (e tutti fino alla Q, citando Don Franco), ma competono a tutti. Come tutti dovremmo occuparci di affermare, nelle urne come nella vita quotidiana, la libertà legata ad uno stato laico.

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Flashmob per ricordare i migranti morti nel mediterraneo

Gli interventi da parte dei volti noti, carichi di significato, sono stati tanti: da Lella Costa ad Antonio de Capitani passando per Matteo B. Bianchi, dai video messaggi di Emma Bonino, Dario Fo e Mina Welby, fino all’incredibile lettera di Max Fanelli, malato di SLA dal 2013. Eppure, un intervento in particolare ha lasciato in me un segno indelebile. Verso la fine sale sul palco un uomo, Andrea Baroncelli: uno come tanti. Eppure attira immediatamente la mia attenzione. Legge un testo scritto da lui, con quel fare di chi non è abituato a trovarsi in queste situazioni pubbliche. Un testo complesso, pieno di subordinate, termini desueti e impeccabilmente ben utilizzati. Eppure il campanello dell’empatia strilla come un pazzo.

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Andrea Baroncelli

Il mese scorso il cancro si è portato via il suo compagno di vita. Andrea parla non solo delle vicissitudini legate alla malattia e alla burocrazia, ma anche dell’umiliazione subita da lui e dal suo compagno ai funerali cattolici. Ma il punto sul quale vorrei ragionare è un altro: “Innumerevoli sono stati i fatti e le manifestazioni d’affetto che ho ricevuto, vorrei sottolineare in questo contesto con particolare enfasi, dai colleghi e dai componenti della società rugbistica in cui gioco, a tutti i livelli; e anche da parte di persone distanti dal mio universo per convinzioni e frequentazioni. È gente che si è avvicinata a me per la persona che sono, per l’impegno che profondo nelle mie attività e per quanto mi sforzo a essere una brav’uomo”, dice Marco.

Perché una persona deve esporre se stesso e la propria vita privata pubblicamente per il solo motivo di essere omosessuale? La storia di Andrea non sarebbe mai accaduta se la sua relazione non fosse stata con una persona del proprio sesso. Andrea meritava di potersi dedicare solo e unicamente al proprio dolore per la perdita subita; Andrea non meritava di doversi dedicare al dolore causato da uno Stato inadempiente nei confronti delle persone omosessuali, dovendosi difendere da solo dalle ingiustizie causate da un sistema discriminatorio nei confronti delle coppie di persone dello stesso sesso.

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Ho provato un dolore violento nell’ascoltare l’avanzata del racconto di Andrea; e non solo io, ma anche le persone attorno a me: etero, omo o bisessuali che fossero. Andrea è la testimonianza che i compromessi, le leggiucole, i contentini non fanno più parte di questo tempo. Tutte le persone “altre” meritano il pieno riconoscimento dei diritti, senza se e senza ma. E non parlo di persone LGBTQI e basta, ma anche di chi si discosta, volente o nolente, dal concetto imperante di “normalità”. Provo rabbia e frustrazione quando quelli che dovrebbero essere i difensori di questo ideale, si piegano alle dinamiche di potere insite nel nostro sistema politico. La libertà non è negoziabile, e la manifestazione di ieri è il primo passo per una nuova lotta. Una lotta lungimirante basata sul rispetto e l’apertura di orizzonti: non c’è più spazio per gli indecisi.

photo credits: Pierino Sacchi, Repubblica.it
video integrale della manifestazione: laTW

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