Scalfire la superficie: la coalizione orientale in Siria

Un tema ricorrente nella politica estera del gigante russo degli ultimi tre secoli è stata la costate ricerca dello “sbocco sui mari caldi”. È un obiettivo che ha accomunato Zar, Segretari di partito e Presidenti ma che è stato negato prima dall’ingombrante presenza dell’Impero Austroungarico, poi dal dichiarato terzomondismo della Jugoslavia di Tito, infine da una politica estera condizionata dall’occasionale debolezza del colosso russo. Le cose sono cambiate molto rapidamente negli ultimi giorni con l’intervento russo in Siria che mira a sconfiggere lo Stato Islamico e a mantenere in piedi il regime di Bashar al-Assad, il più importante alleato russo nella zona.

An Airbus Defence and Space satellite image courtesy of Stratfor, a geopolitical intelligence and advisory firm in Austin, Texas, shows at least 16 Russian combat aircraft stationed at the Bassel al Assad air base near the Syrian town of Latakia September 20, 2015. Russia has started flying drone aircraft on surveillance missions in Syria, U.S. officials said on Monday, in what appeared to be Moscow's first military air operations inside the country since staging a rapid buildup at a Syrian air base. Mandatory Credit REUTERS/www.Stratfor.com/Airbus Defense and Space/Handout via Reuters ATTENTION EDITORS - THIS PICTURE WAS PROVIDED BY A THIRD PARTY. REUTERS IS UNABLE TO INDEPENDENTLY VERIFY THE AUTHENTICITY, CONTENT, LOCATION OR DATE OF THIS IMAGE. THIS PICTURE IS DISTRIBUTED EXACTLY AS RECEIVED BY REUTERS, AS A SERVICE TO CLIENTS. FOR EDITORIAL USE ONLY. NOT FOR SALE FOR MARKETING OR ADVERTISING CAMPAIGNS. NO SALES. NO ARCHIVES. MANDATORY CREDITA seguito delle critiche (fondate e riconosciute dagli stessi interessati) agli Stati Uniti, l’intervento russo ha assunto caratteristiche completamente diverse. Dalla parte statunitense uno dei molti approcci riguardava i tentativi di infiltrazione di unità siriane addestrate e armate con grande dispendio di risorse economiche: nella stragrande maggioranza dei casi i supersoldati sono morti, si sono arresi o hanno consegnato le armi (in qualche caso anche a chi dovevano combattere). Il programma in totale è costato 500 milioni di dollari a fronte di un centinaio di effettivi che semplicemente non hanno retto il confronto con l’avversario sul campo di battaglia. Il Cremlino ha scelto una via completamente opposta: il suo è un intervento in grande stile che ha come proprio epicentro le basi di Latakia (Laodicea) e di Tartus (Tortosa). Nonostante le rassicurazioni provenienti da Mosca riguardanti il fatto che si sarebbe trattato solo ed esclusivamente di uno schieramento esclusivamente difensivo, i primi obbiettivi colpiti e la stessa natura delle forze coinvolte fa pensare all’opposto. Le foto satellitari scattate sopra un aereoporto nei pressi di Latakia risalenti al 20 settembre prodotte dall’agenzia d’intelligence privata Stratfor mostrano:

  • 4 caccia multiruolo SU-30 adatti alle missioni di supremazia aerea oltre che alla ricognizione, armati con missili aria-aria adatti ai combattimenti aerei (inutili contro le truppe dello Stato Islamico, totalmente sprovviste di copertura aerea).

  • 12 cacciabombardieri tattici SU-24, adatto ai bombardamenti a bassa quota (si evitano più facilmente le contraeree che lo Stato Islamico non possiede, eccezion fatta per diversi missili Stinger) e alle missioni di penetrazione rapida. I motori ad alta quota registrano problemi di combustione e perdono notevolmente in velocità. Le prese d’aria (tranne che nel SU-24A) sono a geometria fissa e fanno diminuire le prestazioni alle velocità supersoniche.

  • 7 Elicotteri d’assalto Mi24, tremendamente efficaci contro i mezzi corazzati (che l’Isis possiede ma in misura minore rispetto ai ribelli moderati) ma anche tremendamente vulnerabili ai missili a ricerca di calore (gli Stinger, appunto) date le elevate temperature raggiunte dalle fughe poste sotto il rotore. Quest’ultimo componente è anche vulnerabile alle armi da fuoco.

cfa564fd-e7d4-469c-ac9b-016878614c4cDalla foto è possibile quindi desumere che la Russia sia entrata in Siria con un obiettivo diverso rispetto a quello dichiarato di sconfiggere l’estremismo islamico prima che i foreign fighters decidano di riportarsi il combattimento a casa (tra cui figura la Cecenia). L’impressione è parzialmente confermata dopo le prime 72 ore di bombardamenti che hanno colpito entrambe le fazioni che si oppongono ad Assad. L’obiettivo reale sembra essere garantire la continuità del regime alauita, eliminando la galassia ribelle (gli ufficiali ribellatisi a Damasco, i gruppi di guerriglieri curdi che hanno difeso Kobane e altre città nel nord della Siria e via dicendo) e quella fondamentalista (non esiste solo lo Stato Islamico, ma anche Al-Nusra, filiale di Al Qaeda in Iraq e Siria), magari impostando una guerra per procura simile a quella che videro protagonisti gli Stati Uniti e l’Alleanza del Nord in Afghanistan.

Completano il quadro delle forze russe almeno altrettanti armamenti rispetto a quanti sono indicati sopra ma dislocati a Tartus, più un numero compreso tra otto e dodici SU-34 (cacciabombardieri d’alta quota) e dieci aerei cisterna atti al rifornimento in volo. Le forze di terra comprendono un migliaio tra fanti di marina e soldati di fanteria, un numero sconosciuto di Specnaz (forze speciali) e nove carri armati dotati di corazza reagente (che quindi inibisce i missili anticarro) T-90 alcuni dei quali con corazza antimina e dispositivi anti IED (Improvised Explosive Device). Nel complesso Mosca ha schierato circa 2000 effettivi. Presso la base navale di Tartus sono schierate cinque navi da guerra tra le quali l’incrociatore classe Slava Moskva, la nave ammiraglia della flotta russa nel Mar Nero che è abbondantemente dotata di missili a lancio verticale utilizzabili in funzione antiaerea.

Presso la base navale di Tartus sono schierate cinque navi da guerra tra le quali l’incrociatore classe Slava Moskva

Non di secondo piano è il ruolo degli altri due componenti della coalizione: la Cina si è al momento riservata un ruolo maggiormente logistico, in attesa che vengano assemblate una squadriglia di caccia multiruolo di quarta generazione J-15 e una mista di elicotteri antisommergibile Z-18F e da allerta precoce Z-18J. Oltre a ciò la Repubblica Popolare ha già schierato la portaerei Liaoning (acquistata presso i russi, prima si chiamava Riga) e schiererà altri mille soldati di fanteria di vari ruoli. L’Iran ha spedito un corpo d’invasione in appoggio ad Hezbollah presso Zabadani.

Concludendo, la Russia si sta giocando davvero molto in questo intervento. È il primo intervento di una certa scala fuori dalla propria regione geografica dai tempi dell’invasione dell’Afghanistan, evento di cui si è probabilmente persa buona parte delle lezioni da imparare. In caso di impantanamento i costi politici (ancora prima che economici) possono essere molto elevati. Come specificato in precedenza, l’approccio strategico ricorda molto quello statunitense in Afghanistan, solo che quest’ultima guerra non poteva essere vinta se non mantenendo i boots on the ground. La differenza tra l’uno e l’altro la farà la preparazione degli uomini sul campo, opportunamente condizionati dalla politica casalinga che vuole offrire risultati tangibili da presentare all’opinione pubblica domestica e internazionale.

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