Sesso, droga e Miley Cyrus – Miley Cyrus & her dead petz, la recensione

dead petzChe Miley Cyrus si fosse bevuta il cervello l’avevamo capito già dopo gli Mtv Awards del 2013: tra performance esuberanti e controverse l’ex starlette della Disney (ve le ricordate in “Hanna Montana”?) da quel momento non ha mai smesso di far parlare di sé. Ma facciamo un passo indietro, chi è esattamente Miley Cyrus e com’è arrivata a diventare idolo indiscusso di una massa di teenager accanite -e non solo-?

All’anagrafe Destiny Hope Cyrus, figlia del cantante country Billy Ray Cyrus, nasce a Nashville (Tennessee) nel 1992; ben presto il fantasioso nome datole dai genitori viene cambiato in Miley, da Smiley, visto che la bambina sembrava sorridere molto spesso. Fa il suo debutto in Tv con Big Fish di Tim Burton, seguito poi dalla partecipazione come protagonista nella serie della Disney “Hanna Montana”. Nel 2008 esordisce come cantante solista con l’album Breakout, assicurandosi uno dei primi posti nella classifica della “Billboard” statunitense nello stesso anno. Dopo un breve intermezzo, in cui Miley pubblica il suo secondo album da solista Can’t be tamed raggiungendo l’omonimo successo ottenuto col primo, arriviamo al fatidico 2013 in cui esce Bangerz, lo spartiacque tra la “vecchia” e la “nuova” Miley, ovvero quella che ormai tutti conosciamo: c’è anche bisogno di ricordare che la ragazzina poco vestita che lecca dei martelli seduta su una palla da demolizione in “Wrecking ball” è Miley Cyrus?

Considerando questa breve premessa, la domanda che sorge spontanea è: chi avrebbe mai detto che una pop star di questo calibro, esagerata e senza freni, avrebbe pubblicato un album prodotto da Wayne Coyne, nonché cantante e chitarrista del gruppo rock alternative per eccellenza The Flaming Lips? Esce il 30 agosto 2015 per la Smiley Miley Inc. Miley Cyrus & her dead petz, ventitré tracce deliranti definite come pop psichedelico, insomma l’ultima cosa che ci saremmo aspettati da Miley Cyrus.

La tracklist è, come si suol dire, tutto un programma. A partire da Doo it! che comincia con un refrain abbastanza esplicito in cui Miley ripete semplicemente: “Yeah I smoke pot, yeah I love peace/ But I don’t give a fuck, I ain’t no hippy”, a Fucking fucked up, sesta traccia dell’album, sembra di essere atterrati su un pianeta inventato in cui l’unico obiettivo è strafarsi di qualsiasi cosa e cantarlo con la voce finto roca che tanto piace alla Cyrus.

Ma Miley sembra avere ancora un lato tenero, o meglio, Wayne Coyne non poteva davvero produrre un intero album spazzatura, e inserisce quindi delle tracce più melodiche in cui le parole della cantante statunitense hanno quasi un che di sentimentale. Si sente a questo proposito Space boots, una vera ballata pop con tanto di synth anni ’80 inserito su un pattern di strofe come “My biggest fear is not being with you/the pain is so excruciating I don’t know what I’d do”, che viene subito sdrammatizzato con il verso successivo “We’re both vegan”, senza un apparente motivo; il resto della canzone procede ovviamente con racconti su come Miley debba sempre essere fatta per parlare con il suo “space dude”.
Un monologo che forse vuole essere serio si sviluppa in BB talk: ancora racconti su quanto Miley sia fucked up e storie sul suo fantomatico amante a cui essenzialmente dice “fuck me so you stop baby talking”. Insomma Miley è senza filtri come al solito, e forse, in qualche strano – o non troppo strano effettivamente – modo è proprio questo che piace. Dalle canzoni successive emerge una personalità piena di rimpianti – I’m so drunk e un po’ più complicata di quanto le immagini dei tabloid vogliano far credere. Dal punto di vista musicale le ballate melodiche arrangiate da Wayne Coyne hanno talvolta un gusto lo-fi, al quale si aggiungono le immancabili tastiere e la voce disperata di Miley come in I get so scared” e Tangerine.

Verso la fine del disco, proprio quando le cose sembrano prendere un direzione seria, si torna agli iniziali toni scherzosi con Pablow the blowfish, essenzialmente un brano in cui Miley ci racconta della triste storia di un pesce palla costretto a vivere in una boccia di vetro in cui molto probabilmente morirà. Il tutto, va sottolineato, cantato con tremenda serietà, tant’è che non si capisce se la Cyrus sia di nuovo troppo fatta e creda sul serio a quello che sta dicendo – “But Pablow the blowfish I miss you so much” – oppure se si tratti di una sorta di alta forma di ironia, ma onestamente io opterei più per la prima.

Twinkle song, l’ennesima ballata psichedelica sulle note di un paio di semplici accordi di pianoforte, conclude questo alcolizzato viaggio interstellare, regalandoci una meravigliosa immagine completamente assurda quando Miley canta “I had a dream David Bowie taught us show to skateboard”.

In un certo senso una rivelazione, questo album è sicuramente il primo materiale di qualità prodotto dalla ventitreenne statunitense, che è riuscita, e questo glielo si deve riconoscere, ad arrangiare le collaborazioni giuste per creare un prodotto sicuramente particolare. Che questo disco sia un filtro per tutti i testi più che espliciti, cantati in maniera non sempre molto sobria è indubbio, ma forse una possibilità a questa Miley Cyrus gliela si può dare.

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1 commento
  1. egn21 ha detto:

    “Ma Miley sembra avere ancora un lato tenero, o meglio, Wayne Coyne non poteva davvero produrre un intero album spazzatura, e inserisce quindi delle tracce più melodiche in cui le parole della cantante statunitense hanno quasi un che di sentimentale. Si sente a questo proposito Space boots”

    “Space Boots” non l’ha scritta Coyne, è solamente della Cyrus. Ti è andata male.

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