Il Mondo in catene: liberarsi per liberare

Da tanto tempo non mi occupavo di una cosa che mi sta tanto a cuore: la salute del Mondo. Se prendiamo come punto di riferimento ermeneutico-lessicale per il termine “mondo” una visione panteistica, avremo che il “mondo” è la Natura e tutti gli esseri viventi che lo circondano. Nel particolare io mi preoccupo del mondo-uomo.

Siamo nel 2015, navighiamo ad alta velocità (chi più, chi meno), grandi passi scientifico-sociali sono stati fatti, eppure siamo sempre più “malati”. Ma cos’è davvero una malattia? Sicuramente nell’immaginario comune quelle che prevalgono sono le fotografie dei batteri e dei virus attraverso i microscopi nei libri di scienze delle medie. In realtà malattia deriva da “malus” che non è il male, bensì una mancanza.

Le malattie moderne, le cosiddette “malattie da benessere” sono quelle che più mi preoccupano, perchè non c’è nessuno che non ne sia affetto. Tutti noi siamo affetti da malattie da benessere. Siamo affetti da mancanze dovute al benessere, al troppo benessere.il_silenzio_all__5266b65788c1d

La prima mancanza che troviamo è quella del silenzio: siamo terrorizzati dal silenzio, “spesso, per non doverlo più tollerare lo si riempie, quasi fosse uno spazio vuoto in cui si teme di poter o volere cadere” (E. Mancino, Il segreto all’opera). Il silenzio crea horror vacui che riempiamo in maniera spasmodica con le più disparate stimolazioni sensoriali. Non esiste momento della nostra giornata che non sia accompagnato da pubblicità, informazioni, profumi, suoni.

Nello sviluppo delle proprie facoltà cognitive, il bambino, arriva a percepire se stesso una volta che percepisce gli altri: diventa “io” consapevole nel momento in cui incontra “l’altro”, l’alieno, il “di-verso”.

Quanti di noi, sinceramente, si sono riconosciuti di-versi rispetto al proprio vicino? Intendo ieri, o l’altro ieri, nel recente passato da “adulti”.

Le bugie hanno le gambe corte e se aguzzate la vista, sul treno, in auto, mentre andate a lavoro, a scuola, all’università, mentre siete al supermercato, scoprirete che quell’altro che tanto ci serve per la costruzione del nostro “io” (che è l’opposto della parola “identità”) non lo troviamo più. Abbiamo gli stessi prodotti nel carrello (magari marche differenti, ma comunque “pre-confezionati”), vestiamo allo stesso modo (“dress-code”, divise, “standing”), guardiamo allo stesso modo, abbiamo gli stessi gusti (anche in fatto di gusti sessuali, cartelloni pubblicitari insegnano), ci muoviamo tutti nello stesso modo (sguardo dritto, poco attenti al mondo esterno). Siamo poco sensibili? Tutt’altro, abbiamo sviluppato un horror pleni, una paura del pieno, anche di un silenzio pieno.

Perchè il silenzio non è spazio vuoto, al contrario è spazio dove si insinua la riflessione, il pensiero, la noia, il suono del respiro. Il silenzio è faticoso, ingombrante, crea imbarazzo. Nel silenzio ci troviamo da soli con noi stessi: siamo “io” ed “altro”, se siamo in compagnia.

Qui entra la curiosità e la mia preoccupazione. Il sentirsi troppo “noi”, troppo “comunità”, troppo “identità”, troppo “indivudui” (indivisibili) sviluppa anche delle patologie (patos, dolore): il dolore di non riconoscersi nei “modelli”, il dolore nel non poter essere uguali. Come faccio a dire che sono patologie? Perchè sono sotto gli occhi di tutti: si stanno diffondendo, epidemiche, in ognuno di noi. Parliamo molto meno con il vicino, siamo razzisti, ci sentiamo inadeguati, ci odiamo ed odiamo il “di-verso” (del verso opposto).

Questi sopra elencati sono i sintomi, innegabili, constatati, elefanti in un monolocale. Quindi come reagisce l’roganismo-uomo a questo horror pleni? Isolandosi dietro “schermi”, indossando “maschere”, deformando lo sguardo. Quello sguardo che tanto è protagonista di molti detti che indicano “aver cura”, tenere a qualcuno/qualcosa, uno su tutti: avere un occhio di riguardo.Shop_Until_You_Drop_by_Banksy

Come si deforma lo sguardo? Intanto, col tempo: piano piano la retina interiore si deforma, ci vediamo “di-versi”, opposti al nostro “io” ben confezionato da direttori di marketing e pubblicitari, ci sentiamo “di-versi” rispetto ai canoni standard dello standard relazionale imposto dalla produttività ad ogni costo (voci ammiccanti, suadenti, tentatrici, proattive), ci riconosciamo “di-versi” rispetto alle carriere prefabbricate in serie (uomini e donne di successo, sotto i riflettori, con premi e riconoscimenti glamour).

Iniziate a ritrovarvi, giusto? Ecco, questi non siete voi. Ma lo crediamo fermamente, “io devo essere come tu mi vuoi”, è il mantra del nuovo millennio. Via con la chirurgia plastica a “de-formare”, “de-costruire” visi, nasi, occhi, labbra, mani, piedi, seni, glutei: una anatomia fai-da-te che nemmeno all’Ikea ci hanno pensato.

Ci sforziamo senza sosta e con grande affanno per rispettare delle aspettative che ci auto-convinciamo che debbano essere per forza quelle dell’altro: pensiamo di sapere cosa l’altro vuole da noi e di conseguenza cosa noi vogliamo da noi stessi.

Un incubo, una situazione terribile, giusto? “Sì, ma se uno vuole rifarsi il seno chi sei tu per giudicarlo”. Ecco, questa è la domanda dell’indottrinato, il fiore sbocciato del fanatismo e dell’ortodossia. Io non giudico, io dico, io lancio la pietra, ma non per togliere la mano, piuttosto per smuovere le acque di un lago freddo e senza vita. Insinuo il dubbio, creo la crepa in cui ci si deve implicare, complicandosi, per far diventare il tutto semplice.

Volere, piacere: che bella dicotomia, si dice che si è volubili quando si tende all’edonismo, la ricerca del piacere. Ma cosa ci piace, veramente intendo? Qual è il vostro fiore preferito? Il colore? Quando è stata l’ultima volta che vi siete persi? Cosa centra quest’ultima domanda? Il perdersi è strettamente connesso alla causa delle nostre malattie, la mancanza più brutta di tutte: il desiderio.Desiderio deriva da navigare “de-sidera”, senza l’ausilio delle stelle e senza quel prezioso strumento nautico di orientamento i naviganti antichi rischiavano di perdersi. Il desiderio, il muoversi senza strumenti di orientamento, fa in modo di farci perdere, creando spaesamento.

Qual è la reazione di qualcuno spaesato? Il bambino spaesato prova meraviglia, l’adulto moderno prova ansia, dolore, frustrazione. La vera cura per tutte le nostre malattie è perdersi, ma non quel senso religioso di seguire una “brutta strada” (ammesso che ce ne siano), piuttosto, il perdersi inteso come non avere più punti di riferimento, segnali stradali, obblighi e divieti di come “essere”: liberarsi delle catene-stimoli che ci fanno sentire al sicuro. Non sto suggerendo di annichilire la ragione, i sensi, di creare rivoluzioni o di usare droghe o sostanze psicotrope: sto suggerendo di perdersi per poi ritrovarsi, perchè è la diretta conseguenza.

o-IHEART-facebookSenza più fili, senza più punti di riferimento, navigando “de-sidera”, desiderando, spaesandosi ed infine meravigliandosi, il nostro “noi” rimane “io”, da solo, in silenzio. In quel preciso momento risiede la vera natura, la vera essenza della nostra personalità. So che la paura è forte di fronte alla verità, so che le certezze sono un letto caldo in una giornata con il segno meno fuori dalle trapunte, ma non possiamo fare altro. Abbiamo sogni che sono diventati bisogni, necessità: la macchina nuova, il telefono di ultima generazione, il vestito firmato, un corpo “da copertina”, un ceto sociale invidiabile, un lavoro fisso, il portafogli pieno. Il tutto alla modica cifra di un cuore assente, una mente spenta ed un corpo sofferente. Relazioni tossiche basate su eccessi che nè noi nè gli altri abbiamo mai desiderato.

Perchè questo articolo, vi starete chiedendo. Perchè si tende sempre più spesso a tirare su le persone aggrappate con l’ultima mano al bordo del precipizio rischiando di fallire miseramente. Chiunque fallisce sempre in questa ardua operazione di salvataggio estremo, in quanto non sempre si hanno le forze per poter sollevare qualsiasi peso. Ecco, si dovrebbe, al contrario porgere la mano, stringerla saldamente, perchè deve essere lo scatto, lo sforzo di chi ha voglia di risalire il bordo dell’abisso e di uscire dalle acque gelide di quel lago freddo e fermo a salvare.

Platone nel suo Simposio descrive meravigliosamente il mito di Amore:

Siccome dunque Amore è figlio di Penia e di Poros ecco questa qua è la sua condizione. Intanto, è povero sempre; e non è affatto delicato e bello, come per lo più si crede; bensì, duro, ispido, scalzo, senza tetto; giace per terra sempre, e nulla possiede per coprirsi; riposa dormendo sotto l’aperto del cielo nelle vie e presso le porte. Insomma riferisce chiara la natura di sua madre, dimorando sempre insieme con povertà.

Da parte di padre invece, Amore insidia con accorti espedienti i belli nel corpo e nell’anima; è valoroso, audace. È veemente. Cacciatore possente è Amore, intreccia sempre astuzie e intrighi; ansioso di possedere perspicace visione e ricco d’espedienti per procurarsela. Amante per tutta la vita di sapienza, filosofo cioè.

E per sua natura non è né mortale né immortale; ma, un momento, nel medesimo giorno quand’ogni espediente bene gli procede, è tutto in fiore e tutta vita, un momento successivo Amore muore, e torna poi in vita grazie alla paterna natura; ma, quanto è riuscito a procurarsi, a poco a poco via sempre gli sfugge.

Insomma Amore non è mai del tutto povero; né, d’altra parte, del tutto ricco. Si trova in mezzo fra ignoranza e sapienza.

Io la pietra per smuovere le acque l’ho lanciata. Posso porgere la mano. Ma al resto deve pensarci ognuno di noi.

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