Se all’Ungheria l’Europa sta stretta

Credits: Ferenc Isza/AFP/Getty Images

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Mentre in tutta Europa vanno moltiplicandosi, senza dare alcun segno di fermarsi, partiti e movimenti che criticano aspramente l’operato e persino i valori che sorreggono l’Unione Europea, ad est dal 2010 è al potere un uomo che non si è mai fatto scrupoli nell’affermare che il proprio fine ultimo è la “rinazionalizzazione” del proprio Paese: si tratta di Viktor Orbán, Primo Ministro dell’Ungheria dal 1998 al 2002 e dal 2010 ad oggi.

Hallo, Herr Diktator”, l’aveva salutato scherzosamente il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker al summit europeo di Riga, questa primavera. Se di dittatura non si può parlare nel tentativo di definire l’operato di Orbán, almeno si può citare il suo discorso al 25esimo 25th Bálványos Summer Free University and Student Camp, in Romania, nel 2014. «Il nuovo stato che stiamo costruendo in Ungheria è uno stato illiberale, uno stato non liberale. Non rifiuta i principi fondamentali del liberalismo, come la libertà ed alcuni altri che potrei elencare, ma non fa di quest’ideologia l’elemento centrale dell’organizzazione statale, bensì apre a un diverso, speciale approccio nazionalista». Un nuovo tipo di stato che si ispira a Paesi illiberali quali Russia, Cina e Singapore, additandoli come esempi di successo da seguire. Un nuovo tipo di stato che, però, non può che scontrarsi con i limiti posti in essere dall’appartenenza del Paese all’Unione Europea e alla  Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

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AFP: Dimitar Dilkoff

Già nel 2012 Orbán si era attivamente schierato contro le politiche europee, specialmente in materia finanziaria, dopo che l’Unione aveva sospeso i finanziamenti al suo Paese a causa del debito pubblico troppo elevato, denunciando il “neocolonialismo” di Bruxelles. Quest’anno, inoltre, ha ribadito di fronte al Parlamento Europeo quello che a suo parere è il diritto del suo Paese di legiferare su determinate materie in cui è molto difficile si riesca a giungere ad un accordo: l’immigrazione e la pena di morte. Considerata la giurisprudenza sviluppata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea in osservanza dei Trattati, oltre che l’ulteriore vincolo rappresentato dall’accettazione da parte del Paese della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, è altamente improbabile che sarà permesso all’Ungheria di introdurre la pena capitale.

Per quanto riguarda invece la questione dell’immigrazione, certamente centrale soprattutto in luce dell’intensificarsi delle ondate migratorie in tempi recenti, è noto come l’Ungheria di Orbán abbia fatto erigere barriere fisiche sul proprio confine con la Serbia. Inoltre, è stato uno dei paesi (insieme a Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Romania) a votare in senso contrario al sistema della ripartizione di 120mila profughi deciso al summit del 22 Settembre a Bruxelles. Inizialmente, l’Ungheria stessa doveva essere beneficiaria della redistribuzione, insieme a Grecia e Italia, ma si è rifiutata in quanto si rifiuta di essere considerata un paese di frontiera, dato che molti dei profughi giungono tramite la Grecia, violando quindi il Trattato di Dublino. Si è deciso, quindi, di restare sulla dura linea di rigetto degli immigrati che ha, fin dall’inizio della cosiddetta crisi migratoria, visto schierarsi su posizioni opposte l’Europa dell’Ovest e quella dell’Est.

Sono posizioni che, pur prevedibili, scavano un ulteriore solco tra l’Ungerhia di Orbán e il resto del continente, in un momento dei più delicati della storia recente. Finchè Fidezs, il partito conservatore a cui il Primo Ministro ungherese appartiene, resterà in netto vantaggio rispetto alle ulteriori forze politiche – come è d’altronde probabile dato che la nuova Costituzione voluta da Orban nel 2012 muove in questa direzione – non è ragionevolmente pensabile che ci saranno nette virate nella direzione intrapresa fin ora. Soprattutto quando a dialogare con il governo non sono partiti di sinistra o di centro, ma una destra ancora più estremista e antieuropeista.

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