Caspian, Dust and Disquiet – la recensione

Aprite bene le orecchie, apritele bene, molto bene. Aprite il vostro ascolto come mai lo avete fatto. Innanzitutto, mettete vi comodi, ma non quel comodo confortevole come la poltrona di casa. No. Mettevi comodi sull’erba di un qualsiasi prato, di un qualsiasi giardino di una qualsiasi piazza della vostra città/paese/borgo/metropoli. Mettetevi comodi verso le 5/5.30 del mattino, portatevi qualcosa da bere, qualcosa di caldo, qualcosa di alcolico, una felpa, un maglione, una coperta. Non andate da soli. Prendete uno sdoppiatore per le cuffie, uno di quelli che costano due, tre euro con cavo “jack” (qualsiasi negozio di elettronica ce l’ha), dovete essere almeno in due ad ascoltare. Posizionate tutto in modo da potervi distendere in una zona sgombra da alberi, la visuale deve essere libera, liberissima, sgombra da ostacoli, così come il vostro ascolto deve essere sgombro da pregiudizi.

Non importa quello che leggerete nelle prossime righe, cancellate tutto dalla mente, non importa che genere amiate ascoltare, non importa. Vi sto proponendo una di quelle esperienze che vi farà cambiare lo sguardo sul mondo, vi farà aprire gli occhi, il giorno dopo, con uno sguardo rinnovato: ci sarà una dis-nascita.

Avete tutto l’occorrente: cuffie, lettore mp3 (potete usare due lettori mp3, dovete solo premere il tasto play contemporaneamente, nella maniera più assoluta), la coperta, la felpa in caso di freddo, perchè a quell’ora un pò di freddo c’è, ve lo assicuro.a3507732732_10

Ah, nel lettore mp3/cellulare/dispositivo per ascoltare musica c’è un disco in particolare: Dust and Disquiet degli americani Caspian.

Di sicuro, se siete appassionati di post-rock, avete i Caspian sul podio dei vostri gruppi preferiti in assoluto. Reduci dall’ultimo The Waking Season e tornati nello stesso studio di registrazione, i Caspian hanno tirato fuori uno dei dischi dell’anno che verrà.

Il post-rock è genere ostico, lo so, con tempi molto dilatati e certi gruppi hanno enfatizzato la complessità (anche di ascolto) riempiendo i brani di partiture orchestrali e tanta, troppa roba, tanto da non aiutarlo ad avvicinarsi alle persone. Un genere antisociale si direbbe, ma da un pò di tempo a questa parte alcuni gruppi hanno deciso di mischiare le carte ancora una volta: Russian Circle, Sigur Ros (mettiamoceli dentro, suvvia) e And So I Watch You From Afar hanno stilizzato gli stilemi compositivi del genere avvicinandolo ad un ascoltatore medio e non solo allo smanettone di effetti/nerd musicale e chi più ne ha più ne metta. Brani sempre più brevi, melodie semplici ma con un “senso”. Meno seghe mentali, più sostanza.

Siamo sempre nella galassia del “non si ascolta in macchina o ad una festa” (ci si può divertire, si, ma è un divertimento che coinvolge il corpo in maniera diversa dal ballare), ma questa volta i Caspian hanno fatto il salto di qualità che non ti aspetti da un genere che sembra morto e sepolto in “si fa così, si fa colì”, con delle regole molto severe e rigide di classificazione (post metal, post punk, postal mark et).

I Caspian a sto giro riprendono Maria Zambrano ed il suo metodo a-metodico e lo applicano al post-rock imbastendo le trame di un disco che ha tutte le caratteristiche del genere (i maestri Mogwai, Isis, Slint, Swan, e Tortoise appluaudono di gusto) ma che sposta l’asta della qualità compositivia molto più in alto. Ci avevano provato i giapponesi Mono, ma sono rimasti anche loro intrappolati nella rete del “uguale a se stesso” rimanendo fermi.

I Caspian invece si muovono e di gran fretta se si guarda alla strada che in tre album hanno fatto: da Tertia fino a The Waking Season l’evoluzione è notevole e davvero incredibile.

Dust and Disquiet è un altro approdo del loro viaggio e risulta ancora diverso dal precedente.

Eravamo rimasti alle coperte sul prato. Bene, adesso potete premere play: Separation n.2 è un piccolo brano di 3 minuti che vi introduce a Rioseco, primo grande capolavoro. Ora potete chiudere gli occhi, mentre li lasciate riposare dalla vista della volta celeste ed immergetevi nel crescendo fantastico di un “camminare a piedi scalzi sull’erba” in una mattina di sole, avvolti dagli alberi, il fresco delle fronde, il crepitio dell’erba fresca sotto i piedi, morbida; alzate un attimo lo sguardo per spiare il sole che filtra tra le foglie mentre i fiati e le partiture orchestrali si insinuano, presenti ma mai impertinenti o invasive. Tono su tono, le chitarre si scambiano frasi con i fiati e gli archi, sospiri d’amore. Arpeggi semplici ma sicuri, frasi importanti che si snodano in trame che si disfano subito dopo per lasciare posto ad altre melodie e altri ambienti e paesaggi: sta a voi scoprire quali, ascoltando bene e lasciandovi trasportare dall’immaginazione. Il post-rock è il genere musicale dei poeti, dei sognatori, ai quali in sonno o in veglia viene rivelato un segreto e dal silenzio questo segreto vuole essere strappato, vuole essere rivelato, vuole che si perpetui un tradimento ed i poeti ed i sognatori lo svelano sulla carta o nei loro occhi.

Ora potete provare a sentire il vostro compagno di ascolto: chiunque va bene, è l’ora di finirla con sta cosa che non ci si può conoscere senza una relazione di intenti, tenetevi la mano mentre il ritmo si fa teso ed i cambi aprono ad un unisono di orchestra e band, un unisono talmente ben congeniato e sentito da non poter essere che una rivelazione profetica che piano piano esplode, fino al silenzio finale e morbido che conclude il brano. Una leggera stonatura da la perfetta sensazione di spaesamento misto a calma e pace che ci vuole prima di Arcs of Command: prendete un bel respiro, perchè questo brano è una cavalcata con suoni moderni e percussioni da battaglia. Se eravate sul sentiero di primo mattino, adesso siete nella parte arsa del parco, con l’imbrunire che vi ghermisce le caviglie alle spalle, in forma di lupo vi osserva e vi bracca, una sensazione non piacevole ed allora è il momento di rilasciare l’adrenalina e correre, a perdifiato.

Caspian2014

I Caspian risultano ancora più pesanti e voluminosi che nei precedenti due lavori con batteria e basso a fare gli straordinari e le distorsioni delle chitarre ad inseguire potenti e grosse come le fauci del lupo/buio che vi insegue. Doppi intrecci di chitarre sopra la base rocciosa della sezione ritmica che da sicurezza alle trame di essere tessute per bene e di avvolgervi, come non mai. L’ultimo colpo di cassa è per il silenzio che precede Echo and Abyss dove intarsi di elettronica aprono il brano. Qui il crescendo è accompagnato da una voce sommersa dalla mole di chitarre e suono che prova a venire fuori, trovando spazio solo nelle urla finali che spengono il pezzo improvvisamente rilasciando riverberi e delay a cullarci dopo le due cavalcate potenti e tese degli ultimi 11 minuti.

Siamo a metà disco e la pausa ci sta, prendete un bel respiro con Run Dry, voce e chitarre acustiche che ci narrano di un qualcosa inenarrabile, un ricordo sbiadito di sognatori. Un sopseso da risolvere, una confessione calda e scandita dalle plettrate di un ritmo che smuove le correnti, la risacca in riva al mare: ricerchiamo sempre qualcosa dopo che la corrente ha cancellato il nome del luogo dove si trovava questo nostro tesoro. Un colpo di onda e la battigia ritorna vuota, bianca: dolcemente un piano ed una cassa aiutano l’accompagnamento, semplicemente, senza fronzoli se non fosse per quel salire, quel crescendo di note riverberate all’infinito donando spazio ed apertura alla chiusura del brano. Ed il piano che chiude Run Dry apre Equal Night, piccola parentesi di mezzo di 1 minuto e 57 che ci porta ai due brani messi in free listening in attesa dell’uscita del disco ( il 25 Settembre): Sad Heart Of Mine e Darkfiled che sono i brani decisamente più rappresentativi del punto in cui si sono spostati i Caspian.

Sono sempre stati bravi a trovare melodie accattivanti e semplici, pronte ad entrarti sotto la pelle: il piano e le chitarre di Sad Hearth Of Mine ti scoprono l’epidermide lasciandoti nudo, per questo la felpa. Il freddo dura poco però, il tempo di lasciare entrare basso e batteria per questa meravigliosa, lucente canzone liberatoria che sa di sale, di mare, di una spiaggia sconfinata, di corse a più non posso di gioia, condivise perchè si deve sempre condividere, si deve sempre tentare l’empatia per non ritrovarsi soli in una stanza affollata: bisogna ricordarsi cosa si prova, cosa si sente sotto la pelle, sentirsi imbarazzati, confusi, emozionati, col sangue che ribolle nelle vene. In un mondo che tende sempre più a disumanizzare i Caspian, con questo loro lavoro, ci ricordano che siamo ancora umani e fatti anche di risate, di lacrime di commozione e di pelle d’oca. Sali e scendi con questo piano che è una ninnananna o una poesia, non sono io a sceglierlo, è il mio corpo a dirmelo.

Darkfield ci riporta coi piedi per terra con una apertura decisamente più movimentata dove percussioni elettroniche, ritmi esotici ed un basso grave e inquietante si fanno strada prima dell’entrata del comparto melodico che disattende le aspettative di chi si aspettava il Brasile alle porte. Siamo sempre nei canoni del post-rock, ma i Caspian ne rivedono i parametri quantitativi: brani più incisivi, meno rarefatti, solidi monoliti di suono e paesaggi, colonne sonore di film ancora da scrivere.

Aeternum Vale con i suoi 2 minuti e zero otto secondi è una pausa di chitarra acustica che quasi ricorda la Spagna: viaggiare nel tempo e nello spazio. Un intermezzo che spazia tra momenti di silenzio ed alcuni concitati di arpeggi e note che piano piano crescono nella melodia.Caspian_hk_2010

A questo punto potete alzarvi, se siete ancora vigili (lo siete ed avete lo sguardo fisso sul cielo stellato che piano piano vi sembra diverso, più chiaro). Ora osservatevi attorno mentre gli ultimi 11 minuti e 26 secondi di questo disco si srotolano: se avete lo sguardo libero e potete osservare bene l’orizzonte allora fatelo e lasciate fare il resto alla natura: il cielo piano piano sfuma dal nero pece della notte al violetto al celeste condito con rivoli di giallo finchè il sole non è sorto e Dust and Disquiet, ultimo brano di questo disco, non è finito. Un brano che si può decisamente definire di musica “classica”, una suite in tre movimenti che fa del sali-scendi del post-rock l’emblema di una musica che fa sognare, che fa desiderare, che fa prendere possesso la mente del proprio corpo con mille sensazioni tutte diverse. I Caspian in questo disco lanciano sul terreno una pietra miliare, un passo in avanti, uno bello grosso.

Consiglio questo disco a tutti. Seguite le istruzioni e non ve ne pentirete. Vi pentirete piuttosto di tutte le volte che non vi siete fermati ad ascoltare voi stessi, di tutte quelle volte in cui vi siete sentiti in colpa per una lacrima di commozione davanti ad una scena di un film, per tutte quelle volte in cui non avete abbracciato un amico per paura di sentirlo.

Vivete, fatelo con la musica nelle orecchie, ma quella musica che fa sognare, non quella che regala sogni preconfezionati. Buon sogno a tutti. 10 ai Caspian, se lo meritano i ragazzi, a ‘sto giro.

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