Iran Deal: dare una chance alla pace?

C’era una volta Shaytân-e Bozorg, il Grande Satana, ossia gli Stati Uniti d’America così come venivano definiti dal popolo iraniano dopo il 1979, anno della rivoluzione khomeinista. Oggi, invece, l’Iran fa grandi affari col nemico yankee con un trattato destinato a lasciare un segno negli equilibri della geopolitica mondiale: il famoso Iran Deal. 

Andando per ordine, dopo diverse trattative fatte di rinunce da ambo le parti, il 2 aprile 2015 Usa e Iran trovano un accordo per lo smantellamento delle risorse nucleari iraniane. Il 14 luglio questo trattato è stato sottoscritto anche da Cina, Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia e UE; accordo che ha sancito:
• Taglio del 98% delle risorse di uranio del paese. Ci vorranno dai 10 ai 15 anni per poter lavorare nuovamente a un ordigno nucleare;
• Sollevamento dell’Iran dalle sanzioni economico-militari internazionali, con un’entrata stimata oltre i 100 milioni di dollari sin da subito;
• Ispettori ONU potranno ispezionare le centrali nucleari iraniane e le basi militari;
• Se l’Iran non dovesse rispettare gli accordi torneranno le condizioni precedenti ad essi.

La notizia è stata accolta con giubilo a Teheran, per tutta una serie di mutamenti culturali che hanno portato questo popolo ad essere molto meno avverso nei confronti degli statunitensi. Ad esempio, oggi, negli USA, vivono un milione e mezzo di iraniani tra cui anche il ministro degli esteri e il ministro dell’energia, Mohammad Javad Zarifm e Ali Akbar Salehi. La formazione in college americani dei due ministri avrà probabilmente favorito la trattazione dell’accordo.

Iran love UsaL’apertura al mondo arabo è anche prova di come gli americani stiano ridefinendo le linee della loro politica estera, proprio lì dove la loro imposizione muscolare ha fallito (pensiamo anche alla riapertura dei rapporti con Cuba). Difficile pronosticare i risultati a lungo termine di questa politica, ma il risparmio di ulteriori campagne militari pare già essere un gradito effetto immediato, soprattutto per le casse dello stato.

L’accordo diventerà l’“Obamacare della politica estera dice Nicholas Burns, professore di Harvard ed ex sottosegretario di Stato. Basta guardare le manovre dell’opposizione repubblicana per comprendere che sarà così. L’accordo è di nuovo balzato agli onori della cronaca odierna perché giovedì 11 la direzione del partito dell’elefantino ha mosso l’ultimo tentativo di annullamento dell’Iran Deal.

La proposta dei repubblicani consisteva in una legge contraria all’accordo già in corso con l’Iran; il Presidente Obama avrebbe potuto porre un veto su questa votazione, ma ciò non si è dimostrato necessario: 42 voti dei Democratici, contrari alla legge, hanno posto la condizione per una vittoria totale e definitiva dell’Iran Deal sui detrattori repubblicani.

In termini di prospettive future, invece, lo scenario è decisamente più aperto; in caso di vittoria di Hillary Clinton (candidata dem) alle presidenziali del 2016 vi sarà continuità con quanto stipulato dall’amministrazione Obama, è la vittoria repubblicana che invece appare più complessa. In queste ore impazza su Twitter l’hashtag #StopIranDeal, che raccoglie la gran sequela di istanze repubblicane contro il trattato. Ascoltando le risposte dei candidati presidenti alla domanda “cosa farai il primo giorno alla Casa Bianca?” molti hanno parlato di abolizione dell’accordo. Cattivi scenari, se non fossero proclami che parlano alla pancia del paese.

Rubio about Iran DealJeb Bush ad esempio, candidato repubblicano fratello dell’ex Presidente, ha dichiarato che c’è necessità di un rinegoziato, ma questo non avverrà nel primo giorno, la stessa teoria del candidato Donald Trump. In soldoni: chi ha bisogno di recuperare nei sondaggi gioca sui sentimenti anti-mediorientali del popolo americano, chi invece ha serie possibilità  di vittoria si rende conto che a breve anche il prezzo del petrolio scenderà grazie al Deal e allora sarà meglio non essersi impegnati a rescindere l’accordo.

John Lennon cantava Give peace a chance, diamo una possibilità alla pace. È questo il caso? Sarebbe ingenuo pensarlo. Quest’accordo riaprirà un mercato importante, che per molto tempo è stato solo sfruttato dalla Cina. Una posizione nevralgica, non distante dalla Russia e dall’instabile Turchia, una vera e propria prova del nove per la cooperazione internazionale. Ciò che spaventa è l’enorme mole di denaro di cui disporrà l’Iran, aggiunta ai già elevati proventi per la vendita di petrolio e gas; l’Iran potrà finanziare a piacere questo o quel gruppo di milizie e molto probabilmente la cosa avrà ripercussioni negative sulla già martoriata Siria. C’è poi il delicato equilibrio con le altre potenze mediorientali, Emirati Arabi e Israele, che di certo non hanno gioito nella revoca delle sanzioni iraniane.

Insomma, chance alla pace, ma con qualche remora di troppo.

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