L’Eni e il tesoro egiziano del giacimento di Zohr: le possibili conseguenze

L’inizio di settembre ha visto l’Eni effettuare una delle più importanti scoperte degli ultimi tempi nel campo delle esplorazioni alla ricerca di nuovi depositi: quello di Zohr, situato nel blocco Shorouk, entra nel novero dei dieci giacimenti più grandi al mondo con un potenziale di 850 miliardi di metri cubi di gas e un’estensione di 100 chilometri quadri. Tali dati sono ancora approssimativi dato che al momento sono state concluse solo le indagini preliminari, ma il solo annuncio ha prodotto una lunga serie di conseguenze.

Claudio Descalzi, AD dell’ENI.

All’Eni si è rafforzata notevolmente la posizione dell’amministratore delegato Claudio Descalzi, alla guida del cane a sei zampe da Maggio 2014, finito al centro delle polemiche per una serie di scandali connessi alla corruzione di pubblici ufficiali e membri del governo nigeriano. Uno dei principali cambiamenti riscontrati alla guida dell’azienda è l’orientamento geopolitico della strategia aziendale: dalla preferenza verso la Russia e l’Asia Centrale di Scaroni si è passati ad un maggior interessamento verso l’area africana e mediterranea di Descalzi, la cui credibilità è aumentata notevolmente in seguito al ritrovamento del deposito di Zohr archiviando (per ora) le ombre derivanti dagli scandali internazionali che l’hanno visto protagonista, costituendo un buon viatico per il proseguimento della sua avventura alla guida di Eni. Dall’altro lato, il Cane a Sei Zampe è riuscito a dare un impulso notevole alla propria produzione in un periodo in cui i concorrenti sono sostanzialmente fermi a causa del ribasso che stanno subendo i profitti derivanti dagli idrocarburi.

Per l’Egitto il ritrovamento di questo giacimento di gas produce diverse conseguenze, soprattutto sul piano economico: l’avvenimento risponde provvidenzialmente alla necessità espressa dal presidente Abd Al Fattah Al-Sisi di riacquistare la piena autosufficienza energetica e ridiventare un esportatore netto di gas. Il Cairo aveva perso questa condizione sul finire dello scorso decennio a seguito di un calo della produzione, determinando un ulteriore peggioramento della bilancia commerciale che ha portato ad una crisi economica che ha marginalmente contribuito allo scoppio delle rivolte poi diventate note come “Primavera Araba”. Ma c’è di più: un paese con riserve energetiche significa un paese sicuro, un paese sicuro significa avere un paese stabile e in grado di operare come agente di stabilizzazione su tutta l’area che lo circonda. L’Egitto sta già interpretando tale ruolo in Sudan e in Libia, con il costante appoggio in mezzi e azioni di ammorbidimento che si sono concretizzate con diversi bombardamenti aerei.

Anche l’Italia, naturalmente, ottiene una rendita positiva dal ritrovamento: una quota delle esportazioni finirà verso la penisola, e i bassi costi d’estrazione renderanno (leggermente) meno cara la bolletta energetica italiana. Aspetto strategico ancor più importante sta nella maggior diversificazione dei fornitori di energia: al momento l’Italia dipende per le forniture al 41% dalla Russia, al 14% dall’Algeria e all’11% dalla Libia (paese altamente instabile in cui Eni è l’unica compagnia ad operare ancora). È illusorio sperare che la scoperta di un nuovo giacimento (sebbene classificato come supergigante) stravolga tale assetto, ma offre quantomeno una diversificazione degli attori con cui trattare per provvedere alla propria sicurezza energetica. Infine, una nuova politica attiva di Eni nel mediterraneo aiuta l’Italia a diventare la porta prediletta dell’Unione Europea sull’area del Grande Medio Oriente.

Concludendo, oltre che dalla sorte che le indagini più approfondite vorranno riservare a questo supergiacimento, la portata del cambiamento geopolitico prodotto da questa scoperta verrà definito dal comportamento delle diverse potenze in gioco e da come sapranno sfruttare la risorsa non come mero elemento di guadagno, ma come foriera di stabilità e pace nella regione.

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