Marriages, Salome – la recensione

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La copertina dell’album Salome dei Marriages (2015)

Sbam, I fell in love with a girl! No, non sto citando i White Stripes a caso: sono davvero innamorato della voce di Emma Ruth Rundle, voce e chitarra dei Marriages. So che dirvi che i Marriages sono un power trio con una donna/chitarrista può fuorviarvi, ma fidatevi che a ‘sto giro vi farò ricredere del supposto luogo comune secondo il quale una donna alla chitarra significa melodie smielate e problemi di cuore.

I Marriages nascono da una rottura, quella avvenuta all’interno dei Red Sparrowes, gruppo post rock della scena di Chicago (Isis, Pelican, per citarne un paio) e si sviluppa attorno alla ricerca sonora della chitarrista/cantante Emma Ruth Rundle ed il bassista Greg Burns.

I due, finita l’avventura con i Red Sparrowes, decidono che è ora di rispondere alla domanda “cosa può esserci dopo il post-rock“? Domanda da un milione di dollari visto che la perfezione compositiva del post-rock ha sempre distrutto ogni tentativo di innesto di una qualche possibile linea vocale nelle composizioni. Così i Marriages tirano fuori il primo EP “Kitsune” (la divinità giapponese donna-volpe) e cercano con un pò di difficoltà di fondere la forma canzone con le elucubrazioni sonore post-rock: lavoro non molto brillante. Dopo il tour insieme a Chelsea Wolfe e Russian Circles Emma decide che è ora di tirare fuori un album solista e da qui parte la svolta per i Marriages che li conduce verso una scrittura più snella e diretta senza rinnegare la ricerca compositiva tipica del post-rock.

Quindi arriviamo a questo Salome: è una bomba!

La voce di Emma Ruth sembra un incrocio tra Alanis Morrisette imbottita di epicità e sicumera ed Anneke van Giersbergen, cantante dei Gathering: una favola! Salome parte col botto con The Liar che ci introduce alla perfezione il tema portante del disco: ritmiche secche e precise (l’innesto di Andrew Clinco come nuovo batterista ha giovato alla possanza ritmica del trio), basso portante con un groove grasso che non schiva la ricerca di melodie di accompagnamento alle stranezze chitarristiche e dei campionamenti che supportano la voce dura, grande, ma mai boriosa di Emma.

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I Marriages. Da sinistra: Andrew Clinco, Emma Ruth Rundle, Greg Burns.

Skin, il singolo, procede verso la strada dritta dritta verso l’orizzonte di un rock dove non c’è una donna che ammicca, sensuale, gatta, piuttosto una poetessa maledetta che svolge il rotolo della storia di questo pseudo concept album sul personaggio di Salome.

Shame on you
Watch you spit on your mother’s grave
Shaved, I shave there too
Where you, you came from your mother

In life, lies lay on the side of fools
To wear the skin of a foal

A newborn blood
A newborn truth
Who could blend into summer’s fall
Back out in winter’s wall

Proprio in Skin il ricordo della Dama dei Gathering viene alla mente: una voce che narra il destino, il divenire avvolto dalle trame dell’essere carne e insieme spirito.

Il tentativo di scoprire cosa può esserci dopo il post rock si incarna perfettamente in Southern Eye, Less Than e la tilte track Salome, anche nella lunghezza dei brani, ma soprattutto nell’uso di una ricerca sonora e di incastri ritmici molto particolari, a metà tra il rock duro e la morbidezza dei passaggi del post-rock.

Il capolavoro, però, è Binge, brano dalla delicatezza davvero incredibile.Dopo l’introduzione arpeggiata e l’entrata dinamica di basso e batteria la voce di Emma Ruth ci culla in un ammaliante viaggio tra la seta di un testo che non ha nulla di nascosto: “i have come from hell and i should know what love is“.

Non posso negarlo, sembra davvero uno dei brani migliori di Alanis Morrisette, uno di quelli che chiunque avrebbe desiderato, ed invece è una bellissima ballata, straziante, senza unicorni colorati e fiocchetti, che ti spara in faccia la verità su cosa è davvero l’amore, una verità che può sapere solo chi proviene da un inferno fatto di emozioni, sensazioni, propulsioni, calore, lava bollente e tentativi su tentativi di razionalizzare andati a male.

Proprio in Binge il basso si fa melodia portante che sorregge gli arpeggi eterei e sostiene la voce di Emma Ruth quando esplode nel ritornello aperto, arioso, un grido verso un cielo che di divino ha ben poco.

La carne, il sangue, le labbra, la lussuria, un peccato capitale. Un ottimo lavoro di ricerca nei testi, mai banali ma piuttosto orientati ad esplicitare quello che è un concept a tutto tondo compreso l’artwork del disco che è strettamente collegato al tema portante: la copertina è una fotografia delicata, in bianco e nero, una donna in movimento con le mani protese verso il cielo plumbeo.

I Marriages hanno fatto centro, finalmente, dopo il primo tentativo troppo macchinoso: complice l’avventura solista di Emma Ruth, il gruppo è riuscito a trovare la quadratura del cerchio imbrigliando la sperimentazione sonora e la scrittura tipica del post-rock dentro il contenitore della “forma-canzone” rendendolo una piccola raccolta di capolavori omogenei.

Anche in brani come Love, Texas dove l’influenza dark si fa più prepotente (il chorus ed il riverbero sulla chitarra ne sono complici) i Marriages riescono a tenersi stretti la loro identità facendo ricordare solo alla lontana la divina Siouxsie Sioux.

Tirando le somme io consiglio questo disco (un 8 pieno di speranza per un debutto da urlo) a chiunque: fan abbandonati della Morrisette, nostalgici di Mandylion, melanconici sognatori, amanti del post-rock e del metal in generale, ma anche a chi vuole un disco di ottime canzoni con una cantante di cui sentiremo di sicuro parlare grazie alla sua personalità.

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