Il peso dell’”errore umano” sull’amministrazione della cosa pubblica

Una democrazia che vuole dirsi matura, o semplicemente un Paese che vuole essere preso sul serio a livello internazionale, può permettersi che i più alti vertici delle istituzioni politico-amministrativi non sappiano far di conto?

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A fine agosto il ministero del Lavoro pubblica i dati sul numero di nuovi contratti di lavoro attivati nei primi sette mesi del 2015, inserendone però circa un milione in più (1.195.681 per la precisione) rispetto ai contratti realmente avviati. Una notizia che potete approfondire nell’articolo che questo giornale pubblica oggi, realizzato dalla nostra Orsola Bontempi.

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Come si può pretendere di avere credibilità nei consessi internazionali quando un errore umano di calcolo porta a dichiarare che nei primi sette mesi di quest’anno sono stati creati poco più di un milione di posti di lavoro che in realtà non esistono?
Oltre al danno, peraltro, la beffa di un professionismo della politica al quale non corrisponde alcuna professionalità: la colpa dei dati sbagliati, in un primo momento, era stata data ad una cattiva comprensione dei giornalisti. Successivamente, i dati sono stati semplicemente sostituiti sul sito del ministero di via Veneto senza alcuna segnalazione.
Un problema di credibilità, questo, che si traduce anche in una diminuzione del potere di contrattazione che il nostro Paese ha verso i partner internazionali e l’Unione Europea, nonostante le cronache mediatiche parlino – spesso e volentieri – di tutt’altra storia.

Il problema è che in questo Paese nessuno si assume le proprie colpe né, di conseguenza, chiede scusa. Non la chiede il funzionario/i funzionari che hanno materialmente perpetrato l’errore di calcolo sui dati del mercato del lavoro; non la chiede il sindaco di una Capitale allo sbando mentre lui se ne sta bellamente in vacanza; non la chiede un prete che celebra la messa di un noto ed importante boss di quella stessa Capitale – Vittorio Casamonica – e la nega, per motivi di «contrasto alla dottrina cattolica» al “colpevole d’eutanasia” Piergiorgio Welby (nonostante non siano ancora ben chiari i passaggi della Bibbia in cui quella stessa dottrina accetta la connivenza mafiosa e la pedofilia); non la chiede il Presidente del Consiglio Matteo Renzi che, al contrario, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera sostiene che «non è la prima volta che si fa confusione sui numeri, spero sia l’ultima» come se quella “confusione” riguardasse qualche marachella infantile e non errori che pesano sui conti dello Stato e sulla credibilità del governo, tanto in ambito nazionale quanto internazionale. Eppure proprio l’interesse all’immagine sembra essere l’unica, concreta, politica di interesse del governo Renzi.

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Nonostante l’affaire-Poletti sia scomparso dai radar mediatici nel giro di un paio di giorni, grazie alla più micidiale macchina di distrazione dell’opinione pubblica volgarmente nota come “campionato di calcio”, rimangono aperte alcune questioni. L’”errore umano di calcolo” non riguarda solo l’uso propagandistico che in Italia si fa delle statistiche, come ben evidenziava nei giorni scorsi Marta Fana sul Manifesto prima di avere un’ulteriore conferma dai dati farlocchi sull’affluenza all’Expo di Milano presentati proprio dal Presidente del Consiglio.

La questione non può essere chiusa in questo modo, come se quegli errori di calcolo fossero stati fatti in un compito di economia aziendale da uno studente con poca simpatia verso la materia. L’incapacità, infatti, non è una caratteristica che i vertici politico-amministrativi di un Paese (tanto a livello locale quanto e soprattutto a livello nazionale) possono permettersi. E se di “incapacità” si tratta allora sarebbe davvero il caso di allontanare dall’amministrazione pubblica l’artefice (o gli artefici) dell’errore, anche alla luce di una situazione di per se stessa complicata quando i numeri sono reali, come quella crescita dello 0,2% annunciata dal governo e dai media come un segno di “evidente” crescita del Paese.

La vicenda mostra i due volti della moneta dell’attuale equilibrio del potere politico nazionale, che vede da un lato la completa irrilevanza – quando non direttamente l’assenza – di una opposizione degna di tal nome (a proposito: dove sono tutti quegli italiani che ergendosi a nuova pseudo-Resistenza, la sera del 12 novembre 2011, scesero in piazza muniti di bottiglie di spumante perché il “secondo regime ventennale italiano” era finito?) e dall’altro l’arroganza nell’amministrazione della Res Publica di un governo legittimato per nomina presidenziale e non dal volere popolare, seppur di minoranza come i dati elettorali dimostrano. Non è un caso, peraltro, che i dati forniti in pompa magna dal governo vengano smentiti da un’agenzia indipendente dal governo come l’Istat.

Quella stessa arroganza che permette al governo – come si legge in un articolo di Marco Pasciuti sul Fatto quotidiano dello scorso 8 agosto – di promettere fin dal novembre 2014 «1,303 miliardi per avviare cantieri nelle principali città» contro il dissesto idrogeologico finora resi disponibili solo nelle dichiarazioni del premier e del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. Un piano che viene riproposto ad ogni problema a rilevante impatto ambientale che accade in Italia, in una sorta di gioco delle tre carte che grava sui cittadini italiani in termini di costi ambientali e urbanistici (nel caso specifico) e che tiene il Paese bloccato in una bolla di dichiarazioni, selfie e spot propagandistici biasimevoli per un Paese che sempre più si allontana dall’alta opinione che ha di se stesso.

Un gioco di dichiarazioni ed illusionismi in cui alle opposizioni politiche, sociali e – perché no? – mediatiche del Paese sembra sfuggire il problema di fondo: la necessità di avere una classe politico-amministrativa capace di pensare ed imbastire un piano per il futuro del Paese dei prossimi decenni, ponendo fine all’unica, vera, politica bipartisan portata avanti negli ultimi anni: quella del campare alla giornata e nasconderlo sotto il tappeto delle dichiarazioni politiche. O forse, semplicemente, la spiegazione di tutto sta in quella osservazione che Giorgio Gaber iniziò a dire dal 1996, secondo la quale agli italiani la “dittatura di centro” va bene…

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