Ciliegie depresse e dream-pop d’eccellenza: recensione di Depression Cherry – Beach House

Quando si dice che il vino migliora con gli anni non si penserebbe subito a una metafora in termini musicali, ma è probabilmente il paragone più adatto per descrivere Depression Cherry, l’ultimo album del duo dream-pop di Baltimora.

I Beach House sembrano aver programmato tutto: dalla perfetta sintonia tra tastiere sognanti e riff di chitarra penetranti, alla delicatezza dei testi cantati dalla voce perennemente filtrata da echi e riverberi di Victoria Legrand.

truedepreÈ vero, Victoria (tastiera, organo e voce) e Alex Scally (chitarra, basso, cori) ammettono – in un’intervista rilasciata a Pitchfork poco prima dell’uscita dell’album – che questa raccolta di brani si discosta in gran parte dalle ultime due (“Teen dream”, 2010 e “Bloom”, 2012), ma proprio per questo motivo rappresenta un genuino ritorno alle origini, lontana da quell’onda troppo “mainstream” e “pop” che il duo aveva cominciato a cavalcare. Non che fossero di meno valore gli ultimi due dischi, anzi, costituiscono più una preparazione a quello che si concretizza effettivamente in Depression Cherry.

A partire dalla tendenza della Legrand di mantenere una nota di fondo quasi ininterrottamente durante tutte le sue canzoni, ai cori eterei e trasognati, all’accompagnamento della chitarra che spesso si esaurisce in fraseggi melanconici.
Ma dopotutto non mancano anche alcune innovazioni. Le tanto amate drum-machine sono talvolta sostituite da una batteria in carne e ossa, come nell’intro di Bluebird; la voce di Victoria è meno spessa e priva l’album di quella solennità maestosa propria del precedente “Bloom”. La chiave per interpretare Depression Cherry è infatti la leggerezza, che si intreccia a quel senso di spensieratezza malinconica che percorre tutti i quarantaquattro minuti del disco.

victoria loveUn lungo accordo di tastiera esordisce nella prima traccia Levitation, tutta una progressione di accordi maggiori che incorniciano un testo che sembra quasi un proemio, “There’s a place I want to take you canta Victoria: forse quel posto è proprio quello che si raggiunge dopo le nove tracce della nostra “ciliegia depressa”. Scally racconta che il concetto di “trance” nella loro musica è molto importante: i due compositori si sarebbero persi più volte in lunghe jam session con melodie e accordi ripetitivi, registrando il tutto per poi estrapolarne il materiale più valido e passare alla stesura vera e propria dei brani.

Segue Sparks, il singolo di lancio dell’album, con un’interessante intro in cui voci sovrapposte campionate si fondono con una chitarra distorta quasi low-fi. In Space Song ritornano le progressioni accordo maggiore-minore-minore-maggiore, che creano quella tipica atmosfera melanconica tanto amata dal duo di Baltimora; si inserisce poi un riff di tastiera molto pop, a ricordare quasi uno dei primi album dei Gorillaz, in contrasto con un monologo romantico e un po’ appunto depresso:Tender is the night for a broken heart/ Who will dry your eyes when it falls apart?. Ancora riff distorti e vagamente noise si ritrovano in Beyond love; in “10:37” Legrand e Scally sperimentano con percussioni piene di echi e linee di basso liquide, inserendole in una struttura quasi dance – ups, downs, picchi di suono e drops – .

In Wildflower sembra essersi persa una batteria pop anni ’80, accarezzata dalla vellutata voce di Victoria intervallata da distratti arpeggi di chitarra; protagonista della canzone è infatti una persona distratta o meglio un sognatore, proprio come i due ragazzi di Baltimora,you built a city all in your head/ Triangle of every light, it turns you on every night. Un sogno così reale, quello immaginato in queste note, capace di farti sentire bene quasi per davvero.

Il brano conclusivo, Days of candy, è più che altro un colpo al cuore, dopo tutta la melancolia in cui abbiamo nuotato fino ad adesso questa è la pugnalata finale. I cori iniziali sembrano quelli della classica chiesa americana la domenica, e su di questi si inserisce la voce – particolarmente alta per i suoi standard – della Legrand. È come se dopo una lunga trance che ci ha fatto perdere la testa da qualche parte nel cielo, il duo ci volesse “portare giù”, farci tornare dolcemente alla vita terrena, mostrandoci come in realtà non ci siamo mai addormentati. Come se la vita reale non fosse altro che una forma di questo grande sogno che una tastiera, una voce e una chitarra hanno cercato di interpretare.

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