La Corea del Nord Africana: l’inferno Eritreo

Molto spesso alcune frange della politica italiana propongono di “aiutare i migranti a casa loro” in modo da attenuare il fenomeno degli sbarchi sulle coste del nostro paese. A seguito di queste affermazioni, diventa lecito domandarsi quale sia il reale grado di informazione in Italia riguardo le situazioni nei diversi paesi, dato che la complessità della situazione è tale da rendere impossibile ”aiutarli a casa loro” semplicemente perché, in molti casi, una casa non esiste nemmeno più.

Eritrea-CIA_WFB_MapUn migrante su cinque arrivato via mare in Italia, durante il 2014, proveniva dall’Eritrea, da dove – secondo i dati UNHCR – ogni mese 4.000 persone cercano di fuggire. Le Nazioni Unite hanno cercato di inviare Sheila Keetharuth (relatrice speciale di origine mauriziana per l’UNHCR dall’Ottobre 2012, forte di un’esperienza ventennale maturata attraverso tutta l’Africa) in Eritrea al fine di stilare un rapporto sulle violazioni dei diritti umani ma al momento le autorità di Asmara continuano a negare l’ingresso nel paese ai funzionari ONU, che si devono pertanto basare principalmente sulle testimonianze dei migranti.

Da tali testimonianze e dalle poche notizie che fuoriescono dal paese emerge un quadro preoccupante: la dittatura del presidente Isaias Afewerki si sarebbe resa responsabile, negli ultimi anni, di torture, detenzioni arbitrarie e restrizioni alla libertà di espressione e di religione. Il paese ha conquistato l’indipendenza nel 1993, dopo una sanguinosa guerra civile. Le aspettative dei cittadini del neonato stato erano molto alte, ma da quel momento il presidente ha cercato di rafforzare sempre più la propria presa di potere eliminando ogni possibile opposizione.

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L’Eritrea non è il primo paese africano ad esercitare un forte controllo sui propri cittadini, ma ciò che rende unico il caso eritreo sono le modalità di questo controllo: l’estensione dei servizi d’intelligence interni ricorda molto da vicino i casi della Germania Est (con la famigerata STASI) e della Corea del Nord. Quest’ultima si avvicina all’Eritrea (dove sono presenti 40 centri di detenzione per 5 milioni di abitanti) per l’abitudine comune di punire una famiglia intera per gli atti non conformi di uno solo dei suoi membri.

Il controllo dello stato sui propri cittadini si attua anche grazie alla leva militare che in Eritrea non ha una durata precisa è può quindi estendersi sine die. Le nuove leve vengono quindi riutilizzate non come soldati, ma come manodopera statale a bassissimo costo nelle fattorie e nella costruzione di opere pubbliche. La leva normalmente avviene subito dopo l’ottenimento del diploma e costituisce de facto l’ingresso nel mondo del lavoro, sebbene questo rassomigli alla schiavitù dato che la possibilità di scelta è nulla e il rifiuto dello stesso costituisce insubordinazione.

Isaias-ICCIl caso eritreo è latitante dalle maggiori testate internazionali in quanto, a differenza della Corea del Nord non ha un avversario geopoliticamente rilevante (l’Etiopia) e, soprattutto, non ha mire atomiche. Il metodo di gestione della cosa pubblica e delle relazioni con l’estero è identico: presa ferrea del potere da parte di un dittatore e un atteggiamento di prevalente chiusura verso il mondo esterno. Tutto questo però ricade sul popolo eritreo, costretto a mettersi in marcia verso l’Europa dove occupa il secondo posto dei richiedenti asilo dietro la Siria.

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