L’Europa dei diritti digitali a metà

Lo scorso 9 luglio è stata presentata al Parlamento Europeo una risoluzione volta ad aggiornare l’attuale normativa europea sul copyright necessaria ad armonizzare le attuali 28 legislazioni in materia, allo scopo di creare un mercato unico digitale, come è stato definito dal Presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker, secondo cui “gli ostacoli alla digitalizzazione sono ostacoli al progresso”.

Il compito di presentare un piano di ammodernamento di leggi vecchie di almeno vent’anni è stato affidato dal Parlamento europeo a Julia Reda, unica europarlamentare del Partito Pirata tedesco (qui il testo presentato alla Commissione giuridica il 24 giugno 2015), che dall’inizio dell’anno ha concentrato così i suoi sforzi sia sul diritto d’autore che sulla riforma dell’attuale normativa europea sulla privacy, ferma alla direttiva 95/46/CE del 1995 (pdf) e resasi necessaria dopo le rivelazioni sul sistema di sorveglianza globale rese pubbliche da Edward Snowden (il c.d. “Datagate“) nel 2013.

copyright-pirate-flagPer quanto riguarda il copyright, gli ultimi riferimenti normativi discussi dagli europarlamentari risalgono al periodo 2001-2007, con le direttive Infosoc (2001/29/CE; pdf), Ipred (2004/48/CE; pdf) e Ipred2 che lasciavano però la possibilità ai singoli Stati membri di derogare in maniera più o meno ampia dal dettato normativo per introdurre tali norme nel proprio ordinamento giuridico.
Come nella miglior tradizione ostruzionistica parlamentare, il rapporto Reda, approvato il 16 giugno scorso in Commissione Affari legali del Parlamento europeo, è stato in realtà deviato dall’idea originale creandone una versione «molto meno ambiziosa» – come ha dichiarato la stessa europarlamentare – attraverso la presentazione di 500 emendamenti.

Non è stata accettata, ad esempio, la proposta di rendere obbligatoriamente di dominio pubblico tutto il materiale prodotto dalle istituzioni pubbliche – esentandolo dunque dal copyright – che avrebbe portato una maggior trasparenza in istituzioni considerate troppo chiuse e lontane dagli stessi cittadini europei.
Accettate, invece, le proposte inerenti l’eliminazione del “geoblocking” – la restrizione su base geografica per la visione dei contenuti, che fa comparire sui nostri pc il messaggio “spiacenti, questo contenuto non è disponibile nel tuo Paese” lasciando invece inalterata la tutela territoriale dei diritti d’autore, acquisiti e gestiti dai singoli Paesi – e la possibilità per le biblioteche di digitalizzare le collezioni analogiche e prestare gli e-book. Nonostante una parziale apertura, rimane invariata per i cittadini l’impossibilità di aggirare protezioni digitali come i DRM (Digital Rights Management) che ad esempio ci permettono di noleggiare – ma non acquistare realmente – gli ebook e che incidono sensibilmente sulla libera circolazione della cultura.

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Rimasta a metà, invece, la riforma sul cosiddetto “freedom of panorama”, cioè la possibilità di fotografare edifici ed opere pubbliche senza la preventiva richiesta di consenso ad eventuali titolari del diritto d’autore – per i quali il Parlamento europeo chiede un compenso equo – che europarlamentari come Jean Marie Cavada (del Gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa) vorrebbero escludere se le foto sono scattate per fini commerciali.

Proprio la “libertà di panorama” rende palese la necessità di attualizzare normative ormai anacronistiche. Se infatti nei primi anni 2000 poteva avere un senso porre l’accento sulla riproduzione commerciale degli edifici pubblici, con l’avvento dei social network caricare foto e video su Facebook significa spostare dal singolo utente alla società statunitense il diritto allo sfruttamento commerciale dell’opera, in base ai termini di utilizzo del servizio, rendendo complicato definire il confine tra uso commerciale e non commerciale. Non sembra essere un caso, dunque, che ad oggi la decisione rimanga in mano ai singoli Paesi membri.

scan-obama-intercettazioni-244737_tnDi privacy, Datagate e potere di pressione lobbistica:
Nonostante il dibattito sull’”European Data Protection Regulation” sia stato avviato nel 2012 ed abbia assunto importanza ancora maggiore dopo il Datagate, molti attivisti per i diritti digitali hanno evidenziato come gli innumerevoli emendamenti al testo di Julia Reda costituiscano un vero e proprio compromesso al ribasso. Tra le voci più critiche Maximilian Schrems, giovane studente di legge austriaco che nel 2011 ha citato in giudizio Facebook dinanzi al Data Protection Commissioner Europeo dopo aver richiesto alla società tutti i dati che lo riguardavano ed essersi visto recapitare 1.222 fogli in formato A4 contenenti gli ultimi tre anni della sua attività sul social network – ivi compresi post da lui stesso cancellati – nonostante Facebook sostenga di conservare i dati per soli 90 giorni. Il Commissioner ha ammonito la società statunitense ad adeguarsi alla normativa europea sulla cancellazione dei dati.

Entro la fine dell’anno Günther Oettinger (Commissario per l’Economia e la società digitale) e Andrus Ansip, Vicepresidente dellla Commissione e Commissario per il mercato unico digitale, dovranno presentare la proposta di riforma, rendendo effettivo quanto deciso dal rapporto Reda e dai suoi 500 emendamenti. In questa seconda parte dell’anno, dunque, il ruolo dei gruppi di pressione – tanto quelli dei grandi interessi quanto dei comuni cittadini – si rivelerà di fondamentale importanza per una riforma fortemente sentita nell’opinione pubblica europea.

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