Turchia: il giorno più lungo

La guerra tra Stato Islamico e resto del mondo sta creando nuovi motivi di attrito anche tra attori che dovrebbero trovarsi uniti dalla stessa parte e che cercano di sfruttare la situazione per acquisire un vantaggio tattico da utilizzare al termine del conflitto. Un esempio di quanto appena scritto riguarda gli attuali rapporti tra Arabia Saudita e Iran, che trovano motivi di disaccordo anche nell’appoggio ai diversi attori della guerra civile yemenita.

Non un semplice “attrito”, tuttavia, è quanto sta accadendo in Kurdistan: dopo la discesa in campo dei turchi del 24 luglio preceduta dalla concessione della base aerea di Inçirlik agli USA, le forze di Ankara si sono concentrate sulle postazioni dello Stato Islamico per uno o due giorni, per poi attaccare direttamente il nemico di vecchia data, ovvero il Partyia Kerkerei Kurdistan (PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e le forze ad esso collegate.

Il PKK è stato una delle forze di attacco portanti nell’offensiva per procura condotta contro l’Isis: al partito curdo di ispirazione marxista, ma anche alle altre forze curde, sono state inviate armi e denaro in quantità per formare un baluardo contro i fondamentalisti in quanto si sono mostrati un cavallo vincente rispetto ad altri candidati come il Free Syrian Army (dimostratosi troppo debole) o lo stesso regime di Assad (insostenibile da un punto di vista diplomatico, etnico e politico). Questo afflusso costante di risorse ha provocato un crescente senso di minaccia presso il governo di Ankara, cosciente del fatto che i curdi stavano cominciando ad attirarsi anche le simpatie di vasta parte del mondo occidentale: una dose importante di soft power da giocarsi per ottenere un Kurdistan libero.

I vari attacchi da parte turca hanno prontamente scatenato una reazione da parte curda che si è concretizzata in diversi attacchi avvenuti negli ultimi giorni. L’escalation di violenza ha raggiunto il suo (momentaneo) culmine il 10 Agosto: 4 attacchi diversi che hanno provocato 9 vittime. Il primo è avvenuto di fronte al consolato degli Stati Uniti ad Istanbul: due donne hanno assaltato il cancello armate con fucili d’assalto ma sono state prontamente respinte dalle forze di sicurezza che hanno ferito una delle due attentatrici, mentre l’altra è fuggita.

Il secondo attentato della giornata è avvenuto a Silopi nella provincia di Sirnak, nel Kurdistan turco. Quattro poliziotti sono morti nell’esplosione del veicolo blindato su cui stavano viaggiando: il mezzo ha centrato uno IED (Improvised Explosive Device) che l’ha distrutto uccidendone gli occupanti. Tale tattica fu particolarmente sfruttata dalla resistenza irachena durante la permanenza statunitense in Iraq: l’esplosione di un mezzo obbligava il convoglio a fermarsi, diventando un facile bersaglio per attacchi con armi anticarro (vecchi RPG Stinger) e con fucili d’assalto. Altro morto per le forze turche si è avuto nel distretto di Bisserbakir, dove un soldato è stato raggiunto da un proiettile sparato da un militante del PKK mentre risaliva su un elicottero da trasporto dopo un’esercitazione. L’ultima azione ha riguardato un’autobomba collocata nei pressi del commissariato di polizia di Sultanbeyli, che è esplosa uccidendo l’attentatore e ferendo dieci persone tra cui tre poliziotti. Negli scontri che sono seguiti sono morti due militanti e 1 artificiere.

La fine del cessate il fuoco tra PKK e Turchia ha avuto conseguenze sicuramente negative sulla lotta al terrore. L’intero fronte anti-Isis è attraversato da linee di faglia più o meno profonde, senza contare che questo gruppo si muove in modo diverso dagli altri, sia sul campo che dietro le linee. La Turchia, sebbene non abbia un governo da quasi due mesi, non sembra essere sull’orlo di un tracollo tale da portarlo a creare un buco nero sul confine nord del califfato islamico che ne permetterebbe un’ulteriore espansione. La stessa decisione di cedere l’utilizzo della base di Inçirlik manifesta la volontà di combattere l’avversario fondamentalista, anche se un’offensiva efficace non può concentrarsi anche sui curdi, con i quali diventa necessario ripristinare al più presto un punto d’intesa.

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