Da Flying Lotus a Kamasi Washington: alla scoperta della scena electro-jazz della West Coast

Per una strana coincidenza di avvenimenti ho scoperto in breve tempo, e quasi contemporaneamente, una serie di artisti letteralmente uno più bravo dell’altro e, guarda a caso, tutti erano (e sono) strettamente collegati tra di loro.
Ammetto che quando si parla di musica mi faccio prendere dall’ entusiasmo anche troppo facilmente, ma forse lo dico anche con un filo di orgoglio visto che la musica, quella vera, è tranquillamente definibile la mia più grande passione. Bene, senza annoiarvi troppo con i miei epocali pipponi mentali sarà meglio che vi spieghi di cosa sto parlando.

Flying Lotus

Flying Lotus

Flying Lotus, all’anagrafe Steve Ellison, nasce nel 1983 a Los Angeles (California) e in breve tempo passa dal produrre jingle pubblicitari su Cartoon Network a sfornare album allucinanti che racchiudono, in un solido scheletro distintamente hip hop, jazz, blues e elettronica elaboratissima.

Fly Lo, per gli amici, si fa un certo nome e comincia a coinvolgere nel suo lavoro alcuni dei pezzi grossi della scena artistica californiana: parliamo di collaborazioni nell’ultimo album come Snoop Dogg, Kendrik Lamar, ma soprattutto di Herbie Hancock, la cui figura è accompagnata dall’ altro protagonista della nostra storia, Thundercat.

Thundercat e Flying Lotus (è buffo immaginare che due persone si possano effettivamente chiamare così a vicenda “Hey FlyLo mi passeresti il caffè?” “Certo Thundy, arriva”) si definiscono migliori amici. Stephen Buner aka Thundercat comincia a collaborare con Ellison a partire da Cosmogram, edito dall’etichetta indipendente Brainfeeder nel 2011, vincitore nella categoria Elettronica/Dance agli Indipendent Music Awards dello stesso anno. Il giovane Bruner si lancia dal trampolino del successo offertogli da Flying Lotus e incide il suo primo album sempre nel 2011, sempre prodotto dal fratello maggiore FlyLo.

Dimenticavo ovviamente di menzionare che Thundercat è un bassista da far girare la testa . Comincia a suonare a quindici anni e, dopo varie sostituzioni occasionali in band metal (non chiedetemi perché) arriva a produrre appunto il suo primo album, The golden age of Apocalypse, dove definisce quella che sarà la sua linea guida e più tardi la sua vera e propria firma. Prendete Stanley Clark, prendete il periodo elettrico di Herbie Hancock, imbeveteli di musica dance anni ’80, infilateci una voce melodiosa e un po’ femminile e avrete Apocalypse (Brainfeeder, 2013) e The beyond/Where the giants roam (2015), gli ultimi due straordinari album del bassista di L.A.

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Chi è invece il terzo protagonista della nostra storia, Kamasi Washington? C’è chi lo definirebbe il Coltrane del duemila quindici, uno sciamano del sax tenore, che trasporta la mente degli ascoltatori in universi mai immaginati. Originario anche lui di Los Angeles, si diploma alla Academy of music della Alexander Hamilton High School e frequenta successivamente i corsi di etnomusicologia della UCLA. Dal college comincia ad espandere il suo potenziale artistico fino a compiere il salto di qualità (o no, dipende dai punti di vista) con la collaborazione all’album di Kendrik Lamar, To pimp a butterfly. Certo è che l’ultimo progetto del rapper californiano funziona da pubblicità non indifferente per Kamasi. A giugno di quest’anno infatti Washington rilascia il suo primo album solista non autoprodotto, Epic, edito dalla Brainfeeder, la stessa etichetta degli ultimi album di Flying Lotus. Tra cori eterei e assoli di sax psichedelici, interrotti da brevi cantati dolci e mistici, Kamasi conferma la sua grandezza non solo come musicista ma anche come artista, in grado di combinare in un perfetto equilibrio armonie nuove e vecchie, creando un quadro più che accurato della scena jazz degli anni duemila.

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The Epic – Kamasi Washington

Dove si incontrano quindi i nostri personaggi, che sembrano usciti da un libro di storia della musica per come ve ne ho decantato le doti? Ovviamente nel genere musicale emergente per eccellenza, l’hip hop rap firmato Kendrik Lamar di To pimp a butterfly, nel quale ormai le barriere tra jazz, funk, fusion e free sono tutt’altro che integre. Ascoltateli quindi, questi freaks dei nostri giorni, non fatevi spaventare da paroloni tipo “jazz”, “assoli di sax” e “John Coltrane”, c’è addirittura chi ci infila dell’elettronica psichedelica! Il jazz non è più un genere elitario stile anni cinquanta, ma rompe gli argini delle nostre definizioni e inonda le nostre orecchie di magia.

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