Out Of The Furnace: ma ancora per quanto? – La recensione

Ovvero la condanna a morte delle traduzioni. Purtroppo siamo, da troppo tempo, destinati a sorbirci contro la nostra volontà traduzioni, titolazioni e doppiaggi che ignorano completamente ogni senso logico inerente al film cui sono correlati. Un vero sacrilegio. Fu cosi che a vedere ll Fuoco Della Vendetta andarono giovani tamarri di periferia, disgustosi fan di Fast & Furious e amanti del cinema d’azione grottesco e pompato degli anni ’80-’90. In inglese era letteralmente Fuori dalla fornace, la fornace di famiglia che vuol dire casa, lavoro, protezione, futuro, posti familiari, compagni, lealtà, terre dove due fratelli hanno passato l’infanzia; fuoco che divampa da mattina a sera, fuliggine, gas, chissà quale disgustoso intruglio assassino ingerito ogni giorno, polmoni ormai insensibili, pelle bruciata e soldi sporchi di fuliggine. Vuol dire schifo, un postaccio che a lavorarci manco se mi pagassero milioni ci andrei, ma vuol dire legalità, soldi sicuri e spalle coperte.

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Out of the Furnace, 2013 del regista Scott Cooper

Quindi io, per rispetto, lo chiamo col suo nome. Film del 2013, stranamente recente per i miei standard di recensione, ma anch’io ogni tanto faccio gli aggiornamenti al sistema. Poi me ne pento, ma è una questione di onore. È il secondo film da regista del giovane e baffettato Scott Cooper, ragazzotto della Virginia dal sorrisetto compiacente e i capelli poeticamente arruffati da polvere e vento delle sue origini contadine. Attore ancor prima di essere regista, il giovincello (perché per Hollywood a 45 anni sei un ragazzino, ma con le palle) ha recitato col suo mentore, niente popò di meno che Robert Duvall, attorone della vecchia scuola dal talento indiscutibile.

Crazy Heart del 2009 era una trasposizione country di un libro hippie con derive da hashish. Roba invedibile, da alcolismo, come il suo protagonista.
Out Of The Furnace ha una trama potente, degli attori bravi e con facce conosciute, troppe canzoni country-selvatiche e tratti brulli un po’ morti. O più che morti devianti nello stile descrittivo, che stona totalmente col taglio da novella di cowboys postmoderni che s’impone dal principio.

M 014 Christian Bale stars in Relativity Media’s Out of the Furnace.Photo Credit: Kerry Hayes© 2012 Relativity Media.

Christian Bale nei panni del protagonista Russel Baze. 

Russel Baze lavora nella fornace. Ha una fidanzata, con troppo poco spazio nella narrazione, che conquista perché è bella. Ha un padre gravemente malato, uno zio anziano ma arzillo come un giovinotto (anche più del trentenne Russel. Incredibile.) e un fratello minore che va e viene dall’Iraq e rifiuta di lavorare, salvo poi indebitarsi col boss anziano e ormai debole e farsi menare a sangue negli incontri di boxe clandestina.

Russel fa un incidente in auto e va in galera. Quando esce il fratello è messo ovviamente malissimo, il padre è morto e la fidanzata, da personaggio grandioso, si trasforma in una qualunque femmina, quasi una tappabuchi da classicone americano (purtroppo) che sta con uno stonatissimo e obeso poliziotto provinciale. Ma è di colore quindi tutti zitti su quanto sia inetto, tanto il personaggio quanto l’attore.

Punto clou: il fratello minore, Roodney combatte uno scontro estremo per un boss pazzo e drogato (banalità evitabile) per rimettere in pari il suo boss. Viene ammazzato: una grande scena d’America di “suburbia”. Il fratello allora, data l’inettitudine del grosso poliziotto (si, antipaticissimo, davvero) decide di vendicarlo.

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Casey Affleck interpreta il fratello dedito alla boxe clandestina. 

Come anche uno studente di prima potrebbe constatare, il mitico “Fuoco della vendetta” è in tema quanto una discussione sull’erotismo alla tavola vaticana. Ma questa è colpa dell’efficienza italiana in fatto di fedeltà linguistica. Mi spiace Scott.

Scott invece è bravo, qua lo devo dire. È un film duro per venire dall’industria made in USA, non si risparmia le violenze, pur sempre trattenute. Christian Bale, Casey Affleck: i vostri genitori dovrebbero sposarsi. L’alchimia fraterna è il fiore all’ occhiello della pellicola: cruda e sporca come i loro tatuaggi, indiscutibilmente sincera.

Io ho sempre avuto un debole per le storie “dell’altra faccia dell’ America”, che parlavano di oro nero, villaggi di cercatori d’oro, cacciatori di pelli, province operaie dove il tempo si era fermato, posti desolati e aridi come le persone che vivono a stento ancora ad oggi, illegalità strabordante e uomini duri come il ferro che lavoravano. Insomma, il rovescio della medaglia di Scorsese.

Cooper rende l’idea. La fotografia è sublime, insolita e pittorica, opera ovviamente di un geniale giapponese. Eppure stridono terribilmente le deviazioni sentimentaliste dei filmini dell’infanzia, che dopo Toro Scatenato sono diventati un espediente banale come i cesti a natale. E le canzoni country. Bellissime melodie malinconiche e patriottiche, ma troppo “balsamiche” per la violenta realtà mostrata che meriterebbe solo silenzio, poche parole e tanti suoni incontrollati.

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Woody Harrelson, boss della boxe.

E ancora, la dottrina americana non si smentisce. Per quanto, come ho detto sopra, scardini le regole di Hollywood e si circondi di indipendenza. Ma ecco che il tremendo e folle boss della boxe interpretato da Woody Harrelson è un drogato, onorato anche di una inutilissima e noiosa sequenza-routine dell’iniezione mattutina, con tanto di giubilo da fattone sotto effetto. C’era il talento, perché Harrelson è senza dubbio un grande attore, soprattutto a fare il pazzo schizoide ingiustificato. E c’erano le circostanze. E c’era la licenza registica di un cattivone folle senza motivo, folle perché nato così, malformato nelle meningi e sanguinario.

Nonostante ciò tali caratteristiche vengono bigottamente banalizzate in polvere bianca, mescolata con bile e sparata dritta in vena. La colpa alla droga è già stata rinfacciata ad oltranza negli anni ’70, e poi ’80, e poi ’90, e si sperava nei primi 2000 fosse finalmente passata di moda, ma l’America resta, inesorabilmente, nonostante i tentativi anche riusciti, come in questo caso, di intraprendere nuove strade, resta comunque vecchio stampo, vecchio stile e vecchia scuola.

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Scott Cooper alla première del suo secondo film Out of the Furnace. Attore, sceneggiatore e regista statunitense. 

Fortuna che stiamo parlando di un regista al suo secondo film, che ha appena iniziato ad azzardarsi ad allungare le antenne e lanciare il suo segnale. Peccato che il suo terzo film, in arrivo tra poco, dal nome Black Mass sia esattamente la conformizzazione del suo cinema al modello hollywoodiano. Con tanto di Depp all’ennesimo catafalco di make up per interpretare un personaggio che non è il suo.

Out Of The Furnace resta un bel film. Mi piace vederlo, assaporarne le sfumature da “storia di un uomo che dal Virginia con la testa non è mai uscito” Christian Bale da il meglio di se dopo tanto (ed è un figo terrificante qui) e la storia trascina, inesorabilmente, anche uno scettico, perché non ha troppi lati positivi, ma ne ha di davvero buoni.

E per concludere in bellezza, voglio manifestare la mia infinita stanchezza nel vedere uno schema cinematografico sempre identico. Black Mass prima ancora di vederlo sapevo cosa avrei pensato. L’industria americana sforna torte fatte tutte con la stessa teglia e gli stessi ingredienti, che ormai da un pezzo abbiamo stravisto nonostante i rimescolamenti. Piantatela. Vogliamo storie nuove e libertà artistica; come quei pazzi che dalla Germania e dalla Russia hanno partorito film folli, sbagliati, stupidi, maldestri, tormentati e che sembra non dicano assolutamente niente. Fanculo il moralismo, sto parlando di sfondare la quarta parete con un’ inquadratura, una parola, un cielo sopra a Berlino.

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