Doomtree, All Hands – la recensione.

Oh, bella zio, ‘sti rapper nuovi mi fanno impazzire, c’hanno un flow della madonna, poi le basi, zio caro, roba che in Italia ci possiamo sognare..”.

No, il “b-boy” universitario che mi ha illuminato con questa meravigliosa frase non parlava di Tupac o i Public Enemy, nemmeno dei ghetto blasta di NYC degli anni ’80. Parlava del nuovo disco di Gue’ Pequeno. Nemmeno i Black Eyed Peas che avevano portato un minimo di freschezza nel panorama delle hip-hop crew. No, non i 99 Posse. Gue’ Pequeno. Ovviamente il confronto non regge nemmeno con il fresh flevah che ha invaso la nostra penisola da un po’ di anni a questa parte (faccio nomi giusto per rovinarmi: Clementino, Fedez, Fabri Fibra).

Non avendo conosciuto come “grande pubblico” le meraviglie di Curre Curre Guajò o le tribolate avventure psichiatriche del primo Caparezza (quello della “fitta sassaiola” con Branduardi) queste novità ci paiono giganti che asfaltano. Peccato che non si riesce a guardare al di là del proprio orticello italico.

allhands

la cover di All Hands (2015)

Ci penso io, oggi mi sento magnanimo, megalomane quanto basta: Doomtree. È un fantastico collettivo indie hip hop da Minneapolis, Minnesota, USA: P.O.S, Dessa, Cecil Otter, Sims e Mike Mictlan a sparare versi e Lazerbreak più Paper Tiger sui laptop, campionatori e chi più ne ha più ne metta. Bella, zio, direte voi, dove sta la novità? Check this out loud, dico io.

All Hands è l’ultima fatica del collettivo (2015, fresco fresco) che mi ha letteralmente mandato fuori di testa! L’hip hop “moderno” per il suo provincialismo adolescenziale delle liriche mi ha sempre mandato in bestia: Public Enemy, Tupac, Run DMC erano dei veri e propri avanguardisti, che si spingevano oltre ogni verso, ogni iniziativa, ogni pezzo. I Beastie Boys hanno insegnato ai bianchi come farlo coltivando the right to party.

Dove sono finiti i loro discepoli che uniscono multiculturalità, interdisciplinarità, divertimento, armonia, melodia, serietà, tensione in un unico genere che ha dato vita ad una rivoluzione culturale?

Doomtree rispondo io: Heavy Rescue, Final Boss, The Bends, .38 Airweight, Cabin Killer, 80 on 80 da soli valgono il prezzo del biglietto. Cosa hanno di incredibile i Doomtree (e questo disco in particolare) da fare entusiasmare tanto un musicista che crede fermamente che una chitarra elettrica sarà l’ultimo suono che si sentirà al mondo? Tutto. Le influenze sono impossibili da descrivere tutte: nei campionamenti e nelle basi si trova di tutto, dall’alternative rock, ai Chemical Brothers, all’ambient, ethno, dubstep, jazz, soul e blues. Poi? Il flow dei cinque rappers è diverso da ogni rapper esistente e confluendo tutti insieme nei pezzi il risultato è un meltin pot di stili, di pensieri, di culture, di sguardi sul mondo.

doomtree

I Doomtree al completo.

E non si ripetono pezzo dopo pezzo: cambiano sempre il loro stile, come dei camaleonti che si attaccano all’elemento con cui mimetizzarsi. Final Boss è un pezzo moderno, che spacca, con un chorus da stadio e una base incredibile dove strumenti acustici si incastrano perfettamente con i beats di drum machines e i campionamenti. Heavy Rescue è l’inno e il brano più rappresentativo di tutto il disco: potrebbe essere un magnifico pezzo pop/indie se a cantarci sopra non ci fossero loro, altro che tormentoni estivi da balera scadente e tequila del discount!

Amici alternativi, indie, hipsters, rockettari della prima ora: questo disco è per voi, per spazzare dalla vostra mente gli incubi in cui la gente si esalta ballando le rime scarse e scadenti dei rappettari di provincia, finti bad boys, nostrani. L’Hip Hop è questo, è qui. Dessa, flow da rapper consumata e voce da soul sister: micidiale, aria fresca nei pezzi tesi e pericolosi con synth da incubo Nine Inch Nails come in Mini Brute.

I pezzi del disco sono abbastanza corti (4 minuti di media). Ovvio, sono un collettivo, direte voi, grazie al “bip” che fanno dei pezzi decenti tutti messi insieme nella stessa stanza. No, non è così scontato, zio. Mettete insieme i vostri italici idoli in una stanza e che vi tirano fuori? Dargen D’amico feat. Fedez e Mistico: Bocciofili. Please, mate. Io vi sparo Marathon: 7 minuti e 27 secondi di incubo che cresce, teso, con flow da far impallidire il miglior Eminem e company, “when it all boils down there’s nothing but bones left”, “peace to non-violents populating the prisons”, “hashtag no Kings, crash y’all servers”.

Prendete questo disco, mettetelo su alle feste, ascoltatelo in giro per le città, mentre osservate il meraviglioso paesaggio da cui partire nelle periferie. Minneapolis is everywhere. I Doomtree hanno “aggrovigliato testi multicolore ed acutamente intellettualizzati con rime cerebrali e moody beats” (parole loro, oneste e sincere). Peace. Love. Empathy. 9, maximum rock ‘n’ roll.

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